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Infiammazione cronica di basso grado: cos’è e come ridurla con dieta e stile di vita

by luciano

Questo vademecum raccoglie indicazioni pratiche di carattere alimentare e comportamentale utili a ridurre i fattori che possono favorire uno stato di infiammazione cronica di basso grado.

Per infiammazione cronica di basso grado si intende una condizione infiammatoria lieve ma persistente dell’organismo, spesso poco evidente o poco percepita. A differenza dell’infiammazione acuta — che è intensa, visibile e temporanea (come nel caso di un’infezione, di una ferita o di una malattia) — questa forma è più silenziosa e può protrarsi nel tempo. Negli ultimi anni numerosi studi hanno evidenziato come tale stato infiammatorio possa contribuire allo sviluppo o al peggioramento di diverse condizioni metaboliche e immunitarie.

Premessa

La dieta proposta è un insieme di accorgimenti e regole alimentari finalizzate a mantenere il microbiota intestinale in equilibrio e a favorire il miglior funzionamento possibile del sistema immunitario.

Per raggiungere questo obiettivo è utile ridurre o eliminare i fattori che possono alterare l’equilibrio del microbiota intestinale e interferire con l’efficienza del sistema immunitario.

Il microbiota è naturalmente dinamico: una certa variabilità è fisiologica e può dipendere, ad esempio, da cambiamenti nella dieta, nello stile di vita o nell’ambiente. A queste variazioni il microbiota può adattarsi in modo fisiologico oppure sviluppare risposte meno favorevoli.

Non tutte le variazioni del microbiota sono quindi negative. Tuttavia, quando tali cambiamenti determinano squilibri persistenti dell’ecosistema intestinale, possono favorire condizioni di alterazione del microbiota e contribuire all’insorgenza di infiammazione cronica di basso grado.

Ridurre questa condizione è quindi uno degli obiettivi principali del percorso.

Anche in presenza di patologie in atto, adottare indicazioni alimentari e comportamentali utili a ridurre l’infiammazione cronica di basso grado può contribuire a non aggravare ulteriormente il quadro clinico e a favorire un migliore equilibrio generale dell’organismo.

La dieta dovrebbe essere accompagnata anche da alcune regole di stile di vita, in particolare riguardo a:

  • gestione dello stress e dell’ansia

  • attività fisica regolare

  • abitudini di vita equilibrate

Questo aspetto non è affatto marginale. I numerosi studi sull’asse intestino–cervello hanno infatti evidenziato una stretta relazione bidirezionale tra sistema nervoso, intestino e microbiota.

Di conseguenza, condizioni di stress prolungato possono influenzare negativamente l’equilibrio intestinale e compromettere, almeno in parte o completamente, gli effetti positivi di una dieta corretta ed efficace.

Infine, ma non meno importante, va ricordato che la grande variabilità delle condizioni psicofisiche individuali e l’eterogeneità delle risposte a cure, trattamenti e regimi alimentari richiedono spesso una personalizzazione attenta della dieta, possibilmente supportata dal proprio medico o da uno specialista.

Va subito sottolineato che:

In un soggetto realmente sano*, il sistema immunitario e gli organi deputati alla regolazione dell’omeostasi sono fisiologicamente in grado di mantenere lo stato di salute e di difendere l’organismo dagli agenti esterni, inclusi quelli di origine alimentare. Questo equilibrio dipende dalla capacità dell’organismo di modulare in modo appropriato le risposte infiammatorie, preservare l’integrità della barriera intestinale e mantenere una comunicazione efficiente tra intestino, sistema immunitario e sistema nervoso.

Il metodo: cosa evitare e perché

  1. Assumere troppo cibo: lo stomaco dovrebbe essere messo in grado di lavorare (digerire) al meglio. Meglio mangiare più volte che fare un unico pasto abbondante. La letteratura scientifica più recente suggerisce che la presenza di cibo non completamente digerito nel lume intestinale possa contribuire, in specifici contesti [1], a processi di infiammazione cronica di basso grado e a un aumento della permeabilità intestinale. “Per ‘specifici contesti’ si intende la concomitanza di una barriera gastrica inefficiente (ipocloridria), un rallentamento del transito (stasi) e un’alterazione della permeabilità intestinale (leaky gut), che trasformano i residui alimentari indigeriti in stimoli pro-infiammatori per il sistema immunitario.”

  2. Pasti composti da pietanze differenti [2]: Più semplice è la composizione di un pasto più facile risulterà la digestione gastrica. La presenza di grassi [2.1], se significativa può rallentare il passaggio all’intestino prolungando la digestione con possibili effetti di “pesantezza” e gonfiore. Gli zuccheri semplici vengono digeriti molto velocemente, solitamente nell’intestino tenue. Se però li mangi dopo un pasto completo (magari ricco di proteine e fibre), rimangono “bloccati” nello stomaco [2.3] in attesa che il resto del cibo venga processato e possono fermentare [3].

  3. Preparati industriali [4]: meno possibile; contengono additivi che, se assunti singolarmente una volta ogni tanto non creano problemi ma, se assommati tra loro, possono avere un’azione pro-infiammatoria più o meno marcata in relazione allo stato di salute del soggetto. In sintesi non è necessario eliminare rigidamente ogni alimento contenente additivi, ma privilegiare una dieta basata su alimenti poco processati riduce l’esposizione complessiva a miscele di additivi e rappresenta una strategia semplice, sicura e potenzialmente benefica per la salute intestinale e sistemica.

  4. Bevande industriali: meno possibile ;generalmente contengono molto zucchero/edulcoranti/additivi.

  5. Cibi per celiaci: il meno possibile quando non vi sia una reale necessità medica. Molti prodotti industriali senza glutine possono contenere quantità elevate di zuccheri, grassi e additivi, oltre ad avere spesso un contenuto di fibre inferiore rispetto ai prodotti tradizionali. Per questo motivo è preferibile limitarne il consumo quando non strettamente necessario. Va ricordato, inoltre, che gli additivi contenuti in questi prodotti, se sommati tra loro, possono avere un’azione pro-infiammatoria in relazione allo stato di salute del soggetto.

  6. Vino/birra: con molta moderazione, perché l’alcol può interferire con il metabolismo epatico, aumentare l’apporto calorico e, se consumato frequentemente, favorire processi infiammatori e alterazioni dell’equilibrio intestinale.

  7. Alcolici: no se non in casi saltuari.

  8. Caffe: sì, in quantità compatibile con la tolleranza individuale alla caffeina, ma con attenzione all’eventuale contenuto complessivo di zucchero.

  9. Spezie: sì, privilegiando quelle con proprietà digestive e antiossidanti (curcuma, zenzero, cannella, cumino) e usando con maggiore moderazione quelle più irritanti (pepe, peperoncino).

  10. Fritti: con moderazione perché la frittura aumenta il contenuto calorico degli alimenti e può produrre composti ossidati e sostanze irritanti che, se consumati frequentemente, possono favorire processi infiammatori e affaticare la digestione.

  11. Fibre: sono indispensabili. Possibilmente 3–4 volte al giorno. Le fibre rappresentano la principale e più importante fonte di nutrimento del microbiota: con esse il microbiota produce acidi grassi a catena corta (butirrato, acecato, propinato) utili alla salute intestinale.

  12. Insaccati: con parsimonia, perché contengono generalmente quantità elevate di sale, conservanti (nitriti e nitrati) e grassi, elementi che se consumati frequentemente possono favorire processi infiammatori e squilibri metabolici.

  13. Formaggi: sì, nella misura compatibile con il soggetto (pochi se intolleranti al lattosio o alla caseina). Non vanno eliminati completamente quando ben tollerati, perché rappresentano una buona fonte di proteine, calcio e altri micronutrienti utili all’organismo. È comunque preferibile privilegiare formaggi semplici e di buona qualità, consumati con moderazione.

  14. Dolci: nella quantità compatibile con il soggetto. Se vi sono problemi con gli zuccheri (per peso o per glicemia) vanno assunti nelle dosi opportune per evitare squilibri. Non dimentichiamo però che rappresentano anche una fonte di piacere compensativo in molti stati di stress o ansia: moderazione sì, ma senza eliminarli completamente.

  15. Glutine [5][5.1]: se possibile pasta integrale/semintegrale; pane: se possibile semintegrale/integrale di grano duro/farro dicocco o monococco. Il grano tenero contiene una componente del glutine molto difficile da digerire (33mer). Se possibile inserire più possibile prodotti realizzati con grani con glutine meno forte e più tollerabile (diversi grani antichi hanno queste caratteristiche).

  16. Intolleranza al glutine non celiaca (NCGS). L’intolleranza di questo tipo è “dose dipendente”. Una volta accertato che si è intolleranti ma non celiaci è necessario individuare qual è la quantità che è tollerabile senza avere problemi. In questi casi i prodotti realizzati con grani con glutine meno tenace e più tollerabile (diversi grani antichi hanno queste caratteristiche) possono aiutare ad affrontare meglio il problema. Va inoltre sottolineato che molti prodotti per celiaci contengono diversi additivi: per questo aspetto si richiama quanto detto al punto 3 e nella nota [4]

  17. Acqua: bere regolarmente durante la giornata in quantità adeguata. L’acqua è indispensabile per il corretto funzionamento del metabolismo, della digestione e dei processi di eliminazione delle scorie. (I mecici ci perseguitano…1,5 – 2 litri….)

  18. The verde perché: contiene polifenoli e sostanze antiossidanti che possono contribuire alla protezione cellulare e all’equilibrio metabolico.

  19. Medicine: solo se veramente necessarie e su prescrizione medica.

  20. Integratori: da utilizzare consultando uno specialista per definire un’assunzione “personalizzata” in funzione del disturbo/patologia presente. Inoltre molti non sono sufficientemente testati su popolazioni ampie e ben caratterizzate.

Comportamenti specifici :

  1. Fare attività fisica anche solo moderatamente.

  2. Se in attività lavorativa evitare che questa porti a stress.

  3. Se in periodo post attività lavorativa impegnarsi in attività che richiedano concentrazione e, se possibile, creatività. Realizzare progetti è altamente utile per mantenere in attività le funzioni cognitive.

  4. Non fumare

  5. Con il proprio medico definire gli accertamenti generali di routine necessari per un buon monitoraggio della propria salute oltre ad accertamenti specifici per situazioni mediche già accertate.

* È infine opportuno precisare che il concetto di “soggetto sano” non coincide semplicemente con l’assenza di malattie clinicamente diagnosticate. In senso fisiologico più rigoroso, una persona può essere definita realmente sana quando non presenta patologie in atto e non si trova in uno stato di infiammazione cronica di basso grado. Questa distinzione è tutt’altro che marginale, poiché nella pratica clinica il termine “sano” viene spesso utilizzato in senso riduttivo, coincidente con la sola assenza di diagnosi formali.

Note:

[1] Cibo indigerito

L’infiammazione di basso grado non è causata dal cibo in sé, ma dalla rottura dell’equilibrio tra digestione, microbiota e barriera intestinale. In particolare:

  • Il fallimento enzimatico e acido: Se lo stomaco (per stress o farmaci) non degrada le proteine in piccoli aminoacidi, restano catene peptidiche lunghe che il corpo può scambiare per minacce.

  • La trasformazione biochimica: I residui indigeriti, ristagnando, subiscono processi di putrefazione (proteine) o fermentazione eccessiva (zuccheri), producendo metaboliti tossici (ammoniaca, fenoli, gas) che irritano la mucosa.

  • La breccia immunitaria: In presenza di una mucosa intestinale “permeabile”, queste macromolecole e tossine superano la parete cellulare ed entrano in contatto diretto con il sistema immunitario, mantenendolo in uno stato di allerta perenne (rilascio di citochine infiammatorie).

[2] La semplicità e il “carico” enzimatico

Ogni macronutriente (carboidrati, proteine, grassi) richiede enzimi e tempi di scomposizione diversi. Quando mescoliamo troppe pietanze differenti:

  • Lo stomaco deve gestire un mix chimico complesso.

  • Il corpo fatica a ottimizzare il pH gastrico per ogni alimento.

  • Risultato: Una digestione più rapida e “pulita” avviene quando i pasti sono composti da pochi ingredienti ben abbinati.

[2.1] Il ruolo dei grassi

I grassi sono i nutrienti più lenti da digerire. La loro presenza invia segnali ormonali (come la colecistochina) che dicono allo stomaco di rallentare lo svuotamento verso il duodeno.

  • Il lato positivo: Donano un senso di sazietà prolungato.

  • Il lato negativo: Se il pasto è eccessivamente grasso, il cibo ristagna nello stomaco. Questo processo di fermentazione o ristagno è ciò che causa quella sensazione di “mattone sullo stomaco” e il gonfiore addominale.

[2.3] Consigli per un pasto bilanciato ma leggero

Per evitare la pesantezza senza rinunciare al gusto, potresti seguire queste piccole accortezze:

  • Preferire cotture semplici: Vapore, piastra o forno piuttosto che fritture o soffritti prolungati.

  • Limitare le proteine diverse: Evitare di mischiare nello stesso pasto uova, formaggi e carne.

  • Grassi a crudo: Usare l’olio extravergine d’oliva a fine cottura per mantenerne intatte le proprietà e facilitarne la scomposizione.

In sintesi: Meno “ostacoli” diamo al nostro apparato digerente sotto forma di combinazioni complesse e grassi pesanti, più energia avremo a disposizione dopo il pasto invece di sentirci assonnati e gonfi.

[3] Zuccheri

Mentre i grassi rallentano la digestione per una questione di “gestione biochimica” (lo stomaco chiude la valvola per prendersi tempo), gli zuccheri semplici a fine pasto (la quantità qui gioca un ruolo importante) creano una sorta di “coda digestiva” nello stomaco.

3.1. L’effetto “Tappo” e la Fermentazione

Gli zuccheri semplici vengono digeriti molto velocemente, solitamente nell’intestino tenue. Inseriti dopo un pasto completo (magari ricco di proteine e fibre), rimangono “bloccati” nello stomaco in attesa che il resto del cibo venga processato.

  • Conseguenza: In quell’ambiente caldo e umido, gli zuccheri iniziano a fermentare.

  • Risultato: Produzione di gas, gonfiore addominale immediato e senso di acidità.

3.2. Il richiamo di liquidi (Osmosi)

Gli zuccheri sono sostanze “osmotiche”, ovvero richiamano acqua all’interno dello stomaco e dell’intestino per essere diluiti.

  • Questo afflusso di liquidi può causare una sensazione di distensione addominale e, in alcuni casi, crampi o transito accelerato (ma non nel senso buono del termine).

3.3. L’impatto sull’insulina

A differenza dei grassi, che non stimolano significativamente l’insulina, il dolce a fine pasto (la quantità qui gioca un ruolo importante) può causare un picco glicemico importante.

  • Se il pasto precedente era già ricco di carboidrati (pasta o pane), il dolce è la “goccia che fa traboccare il vaso”.

  • Questo picco è spesso seguito da un crollo (ipoglicemia reattiva) che ti fa sentire stanco e privo di energie poco dopo aver mangiato

Caratteristica

Grassi Abbondanti

Zuccheri (Dolce)

Azione principale

Rallentano lo svuotamento gastrico.

Fermentano in attesa di essere digeriti.

Sensazione

Pesantezza, “pietra nello stomaco”.

Gonfiore, aria nella pancia, sonnolenza.

Effetto Ormonale

Senso di sazietà prolungato.

Picco di insulina e successiva stanchezza.

3.4. Fermentazione nello stomaco

3.4.1. Condizioni Normali: La Barriera Acida

In un soggetto realmente sano*, la fermentazione nello stomaco è pressoché assente perché è un ambiente molto acido dovuto all’acido cloridico.

Ambiente ostile:

Lo stomaco secerne acido cloridrico, mantenendo un pH molto basso (circa 1,5–3,0). Questo elevato grado di acidità agisce come un vero e proprio filtro di sicurezza, neutralizzando la maggior parte dei batteri e dei lieviti ingeriti con il cibo.

Velocità di transito:

In condizioni normali, gli zuccheri semplici passano rapidamente nel duodeno (circa 15–30 minuti), senza lasciare ai pochi microrganismi sopravvissuti il tempo necessario per avviare processi fermentativi.

Lo stomaco, tuttavia, non è completamente sterile. Alcuni microrganismi possono, in determinate circostanze, essere presenti e svolgere un ruolo limitato:

Lieviti (come Candida albicans):

Sono naturalmente presenti nel tratto digestivo. Se gli zuccheri rimangono nello stomaco troppo a lungo, ad esempio a causa di un pasto precedente lento da digerire, i lieviti possono metabolizzarli producendo gas (anidride carbonica) e piccole quantità di etanolo.

Batteri acido-tolleranti:

Alcuni ceppi di lattobacilli o batteri provenienti dal duodeno (specialmente quando l’acidità gastrica è temporaneamente tamponata dal cibo) possono contribuire a processi fermentativi limitati.

3.4.2. Condizioni Alterate: quando lo Stomaco “Fermenta”

La fermentazione diventa possibile quando la barriera acida si riduce oppure il cibo ristagna nello stomaco. Le cause principali possono essere:

Stress cronico (asse cervello-intestino):

Lo stress prolungato può agire su due fronti:

  • Riduzione della secrezione acida: attraverso l’attivazione del sistema nervoso simpatico, lo stress può diminuire la produzione di HCl, aumentando il pH gastrico e rendendo l’ambiente più favorevole alla sopravvivenza dei microbi.

  • Alterazione della motilità: lo stress può modificare le contrazioni gastriche, rallentando lo svuotamento dello stomaco.

Pasti molto complessi o ricchi di grassi:

I grassi stimolano segnali ormonali che rallentano lo svuotamento gastrico e la apertura del piloro. Se sopra questo rallentamento vengono introdotti zuccheri semplici, il contenuto gastrico può permanere più a lungo nello stomaco.

Uso di farmaci:

Gli inibitori di pompa protonica (PPI) aumentano artificialmente il pH gastrico, riducendo l’effetto battericida naturale dell’acido cloridrico.

Presenza eccessiva di lieviti (SIFO):

In condizioni di disbiosi, lieviti come Saccharomyces o Candida possono colonizzare maggiormente il tratto digestivo superiore e contribuire alla fermentazione degli zuccheri.

3.4.3. Le Conseguenze: cosa provoca la Fermentazione Gastrica

Anche se numericamente inferiore a quella intestinale, la fermentazione nello stomaco è molto fastidiosa perché avviene in un organo posto in alto nel tronco:

  • Produzione di Gas ($CO_2$): Il gas si accumula rapidamente, causando la distensione delle pareti gastriche (senso di palloncino sotto lo sterno).

  • Eruttazioni e Reflusso: La pressione del gas spinge contro il cardias (la valvola superiore). Questo può causare la risalita di aria mista a vapori acidi o cibo (reflusso).

  • Acidità Organica: I batteri/lieviti producono acidi organici (come l’acido lattico) che irritano la mucosa, dando una sensazione di bruciore diversa da quella dell’acido cloridrico puro.

  • Sonnolenza Post-Prandiale: La produzione di piccole quantità di sottoprodotti della fermentazione (come l’etanolo o l’acetaldeide) può contribuire alla “nebbia mentale” o alla stanchezza estrema dopo aver mangiato dolci.

In sintesi

La fermentazione gastrica non rappresenta un processo fisiologico normale, ma può indicare un’alterazione dell’ambiente digestivo, dovuta a una riduzione dell’acidità gastrica o a un rallentamento dello svuotamento dello stomaco, condizioni che permettono ai microrganismi di metabolizzare gli zuccheri prima che avvenga una digestione completa.

[4] Additivi e Salute Intestinale

L’impatto degli additivi alimentari sulla salute non dipende solo dalla loro tossicità intrinseca (regolata dalle autorità sanitarie), ma dal loro effetto sinergico sulla barriera intestinale. In particolare, la ricerca evidenzia due meccanismi critici:

  1. Alterazione del muco protettivo (Emulsionanti): Additivi come la carbossimetilcellulosa (E466) o il polisorbato 80 (E433), comuni in salse e dolci industriali, possono agire come tensioattivi. Essi tendono a “sciogliere” lo strato di muco che riveste l’intestino, permettendo ai batteri di entrare in contatto diretto con le cellule della mucosa, innescando così una risposta infiammatoria cronica.

  2. Disbiosi e Permeabilità (Dolcificanti e Conservanti): L’assunzione costante di miscele di additivi può alterare la composizione del microbiota (disbiosi). Uno squilibrio batterico, unito all’azione di alcuni conservanti, può indebolire le “giunzioni serrate” (tight junctions) tra le cellule intestinali. Questo aumento della permeabilità (leaky gut) facilita il passaggio di frammenti batterici e molecole indigerite nel sangue, alimentando un’infiammazione sistemica di basso grado.

[5] Glutine indigerito

Negli individui sani, allo stato attuale delle conoscenze, non esistono evidenze cliniche solide e conclusive che dimostrino un impatto sistemico significativo del glutine sulla permeabilità intestinale o sull’equilibrio infiammatorio dell’organismo.

Ciò nonostante, nei soggetti che presentano predisposizioni genetiche, vulnerabilità immunologiche o condizioni cliniche già presenti — anche quando non ancora chiaramente manifeste sul piano clinico — l’adozione di un criterio di prudenza nutrizionale non rappresenta un eccesso di cautela, ma piuttosto un atteggiamento di responsabilità preventiva. Tale approccio non implica necessariamente l’eliminazione indiscriminata del glutine dalla dieta, bensì una valutazione attenta e personalizzata del contesto clinico, metabolico e nutrizionale della persona.

In questi casi l’alimentazione può infatti contribuire, in senso positivo o negativo, alla modulazione dell’equilibrio infiammatorio e immunitario dell’organismo, all’interno di una visione sistemica della salute.

La qualità dell’alimentazione quotidiana non esercita effetti esclusivamente sull’intestino. Essa influenza il tono immunitario generale, il livello di infiammazione cronica di basso grado e, indirettamente, anche la salute cerebrale attraverso i complessi meccanismi dell’asse intestino–cervello. Prendersi cura dell’intestino significa quindi, in larga misura, prendersi cura dell’intero organismo.

[5.1] Glutine e permeabilità intestinale. Il glutine è una proteina complessa ricca di prolamine (gliadine) che il nostro sistema enzimatico non riesce a digerire completamente.
Le gliadine sono infatti costituite da lunghe catene di aminoacidi — i “mattoncini” delle proteine — legati tra loro in modo tale da rendere difficile l’azione degli enzimi digestivi, che non riescono a separare completamente questi aminoacidi prima dell’assorbimento da parte della parete intestinale.

In soggetti predisposti, alcuni di questi frammenti proteici non completamente digeriti possono stimolare il rilascio di zonulina, una proteina che agisce come regolatore delle giunzioni intestinali.

Mentre in un individuo sano queste “porte” si richiudono rapidamente senza conseguenze, nei soggetti vulnerabili possono rimanere aperte più a lungo, facilitando il fenomeno della permeabilità intestinale e la comparsa di processi infiammatori di basso grado, come descritto nei punti precedenti.

Riferimenti scientifici principali

Di seguito sono riportati alcuni studi scientifici di alto profilo che supportano i concetti descritti nel vademecum, in particolare riguardo alla permeabilità intestinale e al possibile impatto degli additivi alimentari ed emulsionanti sull’equilibrio intestinale.

1. Sulla Permeabilità Intestinale e Zonulina (Punti [1] e [5])

Questa ricerca è fondamentale perché ha identificato il meccanismo biologico attraverso cui il glutine e la salute intestinale interagiscono, introducendo il concetto di “apertura” delle giunzioni serrate.

  • Autore: Fasano, A.

  • Titolo: Zonulin, regulation of tight junctions, and autoimmune diseases.

  • Anno: 2011 (con aggiornamenti continui fino al 2020)

  • DOI: 10.1146/annurev-med-051809-150355

  • Abstract Esteso:

    La ricerca descrive la scoperta della zonulina, uno dei principali modulatori fisiologici delle giunzioni serrate intestinali (tight junctions). Lo studio dimostra come frammenti indigeriti di glutine (gliadina) stimolino il rilascio di zonulina non solo in soggetti celiaci, ma anche in individui con predisposizione genetica. Questo rilascio provoca un aumento della permeabilità intestinale, permettendo il passaggio di antigeni dal lume intestinale al flusso sanguigno. Il lavoro evidenzia come questo processo sia alla base dell’infiammazione cronica di basso grado e possa innescare risposte immunitarie sistemiche, contribuendo alla comprensione scientifica del fenomeno della permeabilità intestinale.

2. Sull’effetto degli Emulsionanti e muco intestinale (Punto [4])

Questo studio è una pietra miliare per quanto riguarda i “preparati industriali” e spiega perché l’effetto cumulativo degli additivi è preoccupante per il microbiota.

  • Autore: Chassaing, B., et al.

  • Titolo: Dietary emulsifiers impact the mouse gut microbiota promoting colitis and metabolic syndrome.

  • Anno: 2015 (pubblicato su Nature, una delle riviste più prestigiose al mondo)

  • DOI: 10.1038/nature14232

  • Abstract Esteso:

    Gli autori hanno analizzato l’impatto di due comuni emulsionanti industriali: la carbossimetilcellulosa e il polisorbato 80. Lo studio dimostra che queste sostanze non sono inerti, ma alterano direttamente la composizione del microbiota e l’interazione tra batteri e ospite. In particolare, gli emulsionanti riducono lo spessore del muco protettivo intestinale, permettendo ai batteri di avvicinarsi eccessivamente alle cellule epiteliali. Ciò causa un’infiammazione cronica intestinale che si riflette a livello sistemico con alterazioni metaboliche (aumento della glicemia e dell’adiposità). La ricerca suggerisce che l’ampio uso di questi additivi possa aver contribuito all’aumento globale delle malattie infiammatorie croniche.

Perché citare queste ricerche nel Vademecum?

  1. Validazione del “leaky gut”: La ricerca di Fasano toglie il concetto di “permeabilità intestinale” dall’ambito della medicina alternativa, portandolo nella medicina accademica.

  2. Pericolo degli Ultra-Processati: Lo studio di Chassaing su Nature fornisce una prova biochimica del perché non è solo lo zucchero il problema dei cibi industriali, ma la loro struttura chimica (emulsionanti).

  3. Approccio Sistemico: Entrambi gli studi confermano che ciò che accade nell’intestino ha riflessi immediati sul metabolismo e sul sistema immunitario generale (infiammazione di basso grado).

Conclusione

Prendersi cura dell’intestino significa adottare un atteggiamento di prevenzione consapevole. Non è necessaria una rigidità assoluta, ma una scelta alimentare semplice, equilibrata e di qualità, capace di proteggere non solo l’intestino, ma l’intero organismo e anche la salute del cervello.

Infiammazione cronica di basso grado nella divulgazione scientifica italiana (2025-2026)

Introduzione alle fonti giornalistiche

Selezione di articoli italiani autorevoli del 2025-2026 che trattano in modo diretto o sostanziale l’infiammazione cronica di basso grado, soprattutto in rapporto a longevità, dieta, attività fisica, stress e metabolismo. Tra i più pertinenti ci sono: “Infiammazione cronica silente: cos’è, sintomi e come curarla” di Style/Corriere della Sera del 10 aprile 2026; “È vero che lo sport non serve a dimagrire?…” di Corriere della Sera del 21 marzo 2026; “Le tre ‘F’ che mantengono in salute l’intestino (e il cervello)” di Cook/Corriere del 14 marzo 2026; “Sì, la dieta può rallentare l’invecchiamento” di la Repubblica Salute dell’11 agosto 2025; “Il segreto della longevità per il 2026? Respira, riposa, sorridi e impara a perdonare” di la Repubblica Salute del 23 dicembre 2025; e “Dimmi come mangi e ti dirò come invecchi” di la Repubblica Salute del 30 dicembre 2025.

Di seguito viene presentato un abstract esteso costruito a partire da questi articoli.

Abstract esteso

Nel giornalismo scientifico e sanitario italiano del 2025-2026, l’infiammazione cronica di basso grado emerge come una chiave interpretativa trasversale per comprendere l’invecchiamento biologico e molte patologie cronico-degenerative. Gli articoli selezionati la descrivono non come un episodio acuto e visibile, ma come uno stato persistente, “silente”, di attivazione immunitaria a bassa intensità, spesso privo di sintomi specifici ma capace, nel tempo, di favorire insulino-resistenza, aumento del grasso addominale, stanchezza cronica e maggior rischio cardiovascolare e neurodegenerativo. Style/Corriere la definisce infatti un “nemico silente” e un “terreno comune” di numerose condizioni cliniche, sottolineando come venga spesso normalizzata nella vita quotidiana.

Una prima linea narrativa molto forte riguarda il rapporto tra infiammazione e invecchiamento. la Repubblica Salute collega esplicitamente l’infiammazione cronica di basso grado all’“inflammaging”, cioè a quel processo per cui l’organismo invecchia in presenza di una persistente attivazione immunitaria e di stress ossidativo. Nell’articolo sui telomeri, l’idea centrale è che il potenziale infiammatorio della dieta possa accelerare oppure rallentare l’erosione telomerica: gli alimenti pro-infiammatori vengono associati a telomeri più corti, mentre regimi alimentari più ricchi di fibre, polifenoli e grassi insaturi vengono presentati come plausibilmente protettivi. Lo stesso quotidiano, a fine 2025, ribadisce che prevenire l’infiammazione è essenziale per la longevità, perché questa accelera l’età biologica e aumenta il rischio delle principali malattie dell’età avanzata.

Una seconda area tematica riguarda la dieta come fattore di modulazione. Gli articoli non propongono soluzioni miracolistiche, ma convergono su alcuni elementi ricorrenti: ridurre cibi ultra-processati o ad alto carico infiammatorio, stabilizzare la glicemia, privilegiare alimenti poco processati, grassi di qualità, fibre e cibi che sostengano il microbiota intestinale. Style/Corriere elenca tra gli alimenti più favorevoli pesce ricco di omega-3, verdure a foglia verde, frutti di bosco, olio extravergine, semi oleosi, curcuma, zenzero e fermentati, insistendo però sul fatto che il beneficio dipende dal pattern alimentare complessivo e non dal singolo “superfood”. la Repubblica rafforza questa impostazione citando l’Indice Infiammatorio della Dieta (DII), usato per stimare quanto una dieta sia pro- o anti-infiammatoria.

Una terza direttrice è il ruolo del movimento fisico. Nel Corriere della Sera del 21 marzo 2026, l’attività fisica viene presentata come un “farmaco multi-target” che non serve soltanto a consumare calorie, ma agisce su sensibilità insulinica, grasso epatico, pressione, glicemia, sonno e umore. In questo quadro, il movimento e la dieta sana sono descritti come potenti modulatori dell’infiammazione cronica di basso grado, anche grazie alla produzione di miochine da parte del muscolo in contrazione, cioè molecole con effetti antinfiammatori e metabolici. L’articolo di Cook/Corriere sul microbiota completa il quadro suggerendo che sport regolare e salute delle mucose intestinali siano strettamente collegati, con possibili benefici combinati su autofagia, funzione immunitaria e riduzione dell’infiammazione sistemica.

Un quarto filone riguarda stress, sonno e regolazione neuroendocrina. Style/Corriere insiste sul fatto che stress cronico e cattiva qualità del sonno alimentano direttamente i processi infiammatori; vengono richiamati l’aumento del cortisolo, il peggioramento della sensibilità insulinica e l’aumento della fame come meccanismi che mantengono l’organismo in uno stato di allerta prolungato. Anche Wired Italia, pur non essendo centrato esclusivamente sull’infiammazione cronica di basso grado, rafforza l’idea che una disregolazione cronica del cortisolo e dei ritmi circadiani possa contribuire a obesità viscerale, alterazioni metaboliche e stress persistente, tutti elementi coerenti con il quadro pro-infiammatorio discusso dagli altri articoli. la Repubblica, nell’intervista sulla longevità, estende il ragionamento alla salute orale e al benessere psicologico, suggerendo che anche parodontopatie e stress emotivo cronico possano aumentare l’infiammazione sistemica.

Nel complesso, questi articoli presentano l’infiammazione cronica di basso grado come una condizione sistemica in cui convergono alimentazione, composizione corporea, stress, sonno, microbiota, esercizio fisico e invecchiamento cellulare. Il messaggio giornalistico prevalente è che non si tratti di una malattia unica, ma di un “substrato biologico” che può precedere o accompagnare molte malattie. Da qui deriva una visione fortemente preventiva: non spegnere un sintomo, ma ridurre il carico infiammatorio quotidiano attraverso interventi ripetuti e realistici sullo stile di vita.

Dal punto di vista critico, va però osservato che questi testi sono articoli di divulgazione giornalistica, non revisioni sistematiche o linee guida. Alcuni riportano studi o interviste a specialisti in modo corretto ma sintetico; altri usano toni più lifestyle e semplificano un quadro biologico complesso. La convergenza tra testate diverse, comunque, è notevole: tutte riconoscono l’infiammazione cronica di basso grado come un nodo centrale fra metabolismo e invecchiamento, e tutte indicano nelle abitudini di vita il principale spazio di intervento. Questa convergenza non sostituisce la prova clinica, ma segnala che il tema è ormai stabilmente entrato nel discorso pubblico italiano sulla prevenzione e sulla longevità.

Fonti giornalistiche

  • Style – Corriere della Sera, 10 aprile 2026, “Infiammazione cronica silente: cos’è, sintomi e come curarla”.

  • Corriere della Sera, 21 marzo 2026, “È vero che lo sport non serve a dimagrire? Ecco perché l’esercizio non conta solo per le calorie consumate”.

  • Cook – Corriere della Sera, 14 marzo 2026, “Le tre ‘F’ che mantengono in salute l’intestino (e il cervello)”.

  • la Repubblica – Salute, 11 agosto 2025, “Sì, la dieta può rallentare l’invecchiamento”.

  • la Repubblica – Salute, 23 dicembre 2025, “Il segreto della longevità per il 2026? Respira, riposa, sorridi e impara a perdonare”.

  • la Repubblica – Salute, 30 dicembre 2025, “Dimmi come mangi e ti dirò come invecchi”.

Approfondimento di alcuni articoli significativi

1. Corriere della Sera – Style

Corriere della Sera

Titolo: Infiammazione cronica silente: cos’è e come contrastarla con alimentazione e stile di vita
Sezione: Style – Benessere
Data: 10 aprile 2026

Breve citazione dall’articolo

“L’infiammazione cronica di basso grado è un processo silente che può favorire nel tempo malattie metaboliche, cardiovascolari e neurodegenerative.”

Abstract esteso

L’articolo descrive l’infiammazione cronica di basso grado come una condizione biologica persistente caratterizzata da una lieve ma continua attivazione del sistema immunitario. A differenza dell’infiammazione acuta, non presenta sintomi evidenti ma può svilupparsi lentamente nel tempo, contribuendo allo sviluppo di diverse patologie croniche. Tra queste vengono citate obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e processi di invecchiamento accelerato.

Il testo sottolinea il ruolo centrale dello stile di vita nella modulazione dei processi infiammatori. L’alimentazione ricca di alimenti ultra-processati, zuccheri raffinati e grassi saturi favorirebbe uno stato pro-infiammatorio, mentre una dieta equilibrata ricca di fibre, vegetali, pesce e grassi insaturi avrebbe effetti antinfiammatori. Viene inoltre evidenziato il contributo del microbiota intestinale nella regolazione della risposta immunitaria sistemica.

Un’altra dimensione rilevante riguarda il rapporto tra infiammazione cronica e invecchiamento biologico. L’articolo richiama il concetto di inflammaging, cioè l’invecchiamento accelerato associato a uno stato infiammatorio persistente. Secondo gli esperti citati, la riduzione del carico infiammatorio attraverso alimentazione equilibrata, attività fisica regolare, sonno adeguato e gestione dello stress rappresenta una strategia preventiva fondamentale.

2. la Repubblica – Salute

la Repubblica

Titolo: Sì, la dieta può rallentare l’invecchiamento: il ruolo dell’infiammazione e dei telomeri
Sezione: Salute
Data: 11 agosto 2025

Breve citazione

“Una dieta con alto indice infiammatorio è associata a telomeri più corti e a un invecchiamento biologico più rapido.”

Abstract esteso

L’articolo analizza il legame tra dieta, infiammazione sistemica e invecchiamento cellulare. Viene presentato il concetto di indice infiammatorio della dieta (Dietary Inflammatory Index), utilizzato in studi epidemiologici per valutare il potenziale pro- o anti-infiammatorio dell’alimentazione.

Secondo le ricerche citate, regimi alimentari ricchi di zuccheri semplici, grassi saturi e alimenti altamente processati sono associati a un aumento dei marcatori infiammatori e a una maggiore probabilità di telomeri più corti. I telomeri, strutture che proteggono le estremità dei cromosomi, rappresentano un indicatore biologico dell’invecchiamento cellulare.

Al contrario, una dieta ricca di frutta, verdura, fibre, cereali integrali, legumi e pesce appare correlata a un minor livello di infiammazione sistemica. L’articolo suggerisce che il modello alimentare mediterraneo possa rappresentare una strategia efficace per modulare i processi infiammatori cronici e favorire una maggiore longevità.

3. Corriere della Sera – Salute

Corriere della Sera

Titolo: È vero che lo sport non serve a dimagrire? Perché l’esercizio conta anche oltre le calorie
Data: 21 marzo 2026

Breve citazione

“L’attività fisica regolare riduce l’infiammazione sistemica e migliora sensibilità insulinica, pressione e metabolismo.”

Abstract esteso

L’articolo discute il ruolo dell’attività fisica nella salute metabolica e nella prevenzione delle malattie croniche. Il testo chiarisce che l’esercizio fisico non agisce soltanto attraverso il consumo calorico, ma produce una serie di effetti fisiologici complessi che includono la regolazione dei livelli di glucosio nel sangue, il miglioramento della sensibilità insulinica e la riduzione dei livelli di infiammazione sistemica.

Una parte dell’analisi riguarda la produzione di miochine, molecole rilasciate dal muscolo durante la contrazione che esercitano effetti antinfiammatori e metabolici. Attraverso questi meccanismi, l’attività fisica contribuisce alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado e al miglioramento della salute cardiovascolare e metabolica.


★ Cibo non digerito, microbiota e infiammazione (articolo divulgativo)

by luciano

L’intestino: la centrale operativa dell’organismo

Ruolo della bocca

La digestione inizia nella bocca, dove avviene il primo livello di selezione e preparazione del cibo. Due funzioni sono particolarmente rilevanti.

La masticazione frammenta meccanicamente gli alimenti, aumentando la superficie di contatto e facilitando l’azione degli enzimi digestivi nelle fasi successive. Una masticazione lenta ed efficace non è un dettaglio secondario: determina la qualità del bolo alimentare che raggiungerà lo stomaco e condiziona l’efficienza dell’intero processo digestivo.

Parallelamente, la saliva avvia una prima trasformazione chimica. L’enzima ptialina (amilasi salivare) inizia la parziale idrolisi dei carboidrati complessi, scindendo l’amido in molecole più semplici. Anche se questa azione prosegue solo finché il pH rimane compatibile (prima dell’ambiente acido gastrico), rappresenta il primo passo verso la riduzione del cibo a componenti assorbibili.

La saliva svolge inoltre un ruolo protettivo: contiene immunoglobuline (come le IgA secretorie), enzimi antimicrobici e molecole ad azione tampone che contribuiscono a modulare la carica microbica ingerita. In questo senso, la bocca non è soltanto un “trituratore”, ma il primo filtro biologico che inizia a orientare l’interazione tra alimento, microbiota e sistema immunitario. La bocca ospita un microbiota orale. Se c’è disbiosi orale, parodontite, infezioni croniche alcuni batteri possono essere deglutiti, modificare il microbiota intestinale, influenzare l’infiammazione sistemica.

Un’infiammazione cronica orale può contribuire a:

  • Attivazione del sistema immunitario

  • Produzione di citochine

  • Alterazione delle tight junction intestinali

E questo può contribuire alla cosiddetta: iperpermeabilità intestinale.

Il filtro dello stomaco

Prima che l’intestino entri in gioco, il primo grande “laboratorio chimico” è lo stomaco. Qui l’acido cloridrico denatura le proteine e attiva la pepsina, iniziando la loro frammentazione in peptidi più piccoli. Questo passaggio non serve solo alla digestione: rappresenta anche una prima forma di selezione biologica. Un ambiente acido efficiente riduce la carica microbica ingerita e limita la quantità di frammenti proteici complessi che raggiungono l’intestino tenue.

L’intestino come sistema regolatore

Quando la funzione gastrica è ridotta — per esempio in presenza di ipocloridria, uso cronico di farmaci antiacidi o alterazioni della motilità — il tenue può ricevere una quota maggiore di materiale solo parzialmente digerito. Non è automaticamente una condizione patologica, ma può modificare l’interazione tra contenuto luminale, microbiota e sistema immunitario.

La digestione, oltre alla sua funzione nutritiva, agisce come un vero filtro biologico: decide che cosa può entrare nel corpo e che cosa deve restare nel lume intestinale fino all’eliminazione. Quando questo filtro—la barriera intestinale—perde efficienza, frammenti di cibo non completamente digerito e componenti microbiche possono oltrepassare il confine previsto e contribuire ad attivare risposte immunitarie e infiammatorie che, in alcuni casi, non restano confinate all’intestino.¹

L’ipotesi generale è chiara: prima della digestione completa, il cibo è materiale “non-self” (estraneo). Solo quando viene ridotto a molecole semplici (amminoacidi, monosaccaridi, acidi grassi) può essere assorbito in modo fisiologico e integrato nel metabolismo. Se invece attraversano la barriera peptidi o frammenti parzialmente digeriti, aumenta la probabilità di una risposta immunitaria indesiderata.¹

Un confine dinamico, non un “muro”: come funziona la barriera intestinale

La barriera intestinale è fatta di più livelli: muco, cellule epiteliali, e comparto vascolare sottostante. Ma il punto più delicato è nella “chiusura lampo” tra le cellule epiteliali: le giunzioni strette (tight junctions), proteine come claudine e occludina che regolano la permeabilità tra una cellula e l’altra. Queste strutture non sono fisse: si aprono o si chiudono in risposta a segnali nutrizionali, microbici e immunitari.²

Tra i regolatori più discussi c’è la zonulina*, associata alla modulazione delle tight junctions e quindi alla permeabilità.²

Perché la permeabilità conta: l’infiammazione può partire dall’intestino

Quando la barriera è compromessa, possono aumentare i passaggi (diretti o indiretti) di:

  • componenti microbiche (es. lipopolisaccaride/LPS),

  • frammenti alimentari parzialmente digeriti,

  • mediatori immunitari prodotti localmente.

Questo può favorire una condizione descritta come infiammazione cronica di basso grado, con effetti potenzialmente sistemici.¹

È fondamentale però distinguere tra:

  • meccanismi biologici plausibili e documentati, e

  • prove cliniche definitive (cioè dimostrazioni causali robuste nell’uomo, in popolazioni ampie e ben controllate).

Su molti passaggi della “catena” (dieta → microbiota → permeabilità → malattia) le evidenze nell’uomo restano spesso associative e influenzate da fattori confondenti (genetica, farmaci, stress, infezioni, età, comorbidità).¹

Glutine, gliadina e zonulina*

Nel caso del glutine, la letteratura mostra che la gliadina (una frazione del glutine) può attivare vie biologiche collegate alla zonulina e a cambiamenti della permeabilità, con evidenze particolarmente convincenti nel contesto della celiachia e, in modo più variabile, in sottogruppi di persone con sensibilità al glutine non celiaca.⁴⁵ Non è, invece, dimostrato in modo definitivo che il glutine aumenti la permeabilità in modo clinicamente rilevante in tutti i soggetti sani.

Infine va evidenziato che la misurazione della “zonulina” non è sempre lineare: alcuni lavori hanno mostrato che diversi kit ELISA commerciali utilizzati per misurarla possono riconoscere altre proteine, rendendo quel dato un biomarcatore da interpretare con cautela.⁶³ Oltre alla zonulina, la ricerca utilizza diversi marcatori indiretti di permeabilità intestinale — tra cui il test lattulosio/mannitolo, LPS, LBP e calprotectina fecale — ma nessuno di essi, isolatamente, rappresenta un indicatore definitivo. La valutazione rimane complessa e integrata.”

Alcol: l’effetto intestinale oltre il fegato

L’assunzione cronica di alcol è associata a disbiosi e alterazioni della barriera. In modelli sperimentali emergono meccanismi che includono la riduzione di difese antimicrobiche intestinali (come lectine della famiglia REG3) e un aumento della probabilità di traslocazione batterica, con conseguente attivazione infiammatoria.⁷

Additivi e ultra-processati

Alcuni additivi presenti negli alimenti ultra-processati (per esempio certi emulsionanti) hanno mostrato in modelli animali la capacità di alterare il microbiota, ridurre la protezione del muco e favorire segnali di infiammazione/metabolismo alterato.⁸

Anche alcuni dolcificanti non calorici sono stati collegati, in studi molto citati, a modifiche del microbiota e a variazioni metaboliche in modelli sperimentali. Tuttavia, pur esistendo dati rilevanti che giustificano attenzione verso l’eccesso di ultra-processati, non vi sono evidenze che l’effetto sia certo e uguale per tutti.⁸⁹

Disbiosi, LPS e immunità: il ruolo del microbiota come “interruttore” infiammatorio

La disbiosi viene spesso descritta come:

  • riduzione della biodiversità microbica,

  • alterazioni funzionali (es. produzione di SCFA come il butirrato),

  • aumento di segnali pro-infiammatori (tra cui LPS) e cambiamenti dell’equilibrio immunitario.

In questo scenario, il passaggio di LPS nel sangue (endotossiemia metabolica) è una delle ipotesi che collegano intestino e infiammazione sistemica.¹

Allo stesso tempo, la relazione è bidirezionale: la malattia può modificare il microbiota tanto quanto il microbiota può influenzare la malattia.¹

Dalla pancia al cervello: asse intestino–cervello e barriera emato-encefalica

L’idea che infiammazione intestinale e disbiosi possano “parlare” al sistema nervoso è oggi ben presente nella ricerca. Una delle ipotesi discusse è che l’infiammazione sistemica cronica e la produzione di anticorpi contro antigeni alimentari (con possibili fenomeni di mimetismo molecolare) possano contribuire a stressare anche la barriera emato-encefalica, che condivide l’uso di tight junctions come sistema di sigillo.¹

Qui la prudenza è obbligatoria: la letteratura contiene numerosi lavori meccanicistici e osservazionali, ma nei soggetti sani non esistono prove cliniche definitive che colleghino in modo diretto e causale glutine/permeabilità intestinale a rottura della barriera emato-encefalica e neurodegenerazione.¹

In sintesi il quadro che emerge è questo:

  • L’intestino non è solo digestione: è un organo immunologico e di barriera.¹²

  • Dieta e stile di vita possono spostare l’equilibrio del microbiota verso eubiosi o disbiosi, con possibili effetti su infiammazione e permeabilità.¹

  • Alcuni trigger (glutine nella celiachia, alcol cronico, diete ricche di ultra-processati) hanno basi biologiche e dati consistenti in specifici contesti.⁴⁵⁷⁸

  • La parte più delicata della divulgazione riguarda la misura e l’interpretazione: biomarcatori come la “zonulina” non sono sempre affidabili in modo diretto e universale, e molte associazioni nell’uomo non equivalgono a causalità.³⁶

Nota finale conclusiva

Le evidenze scientifiche attuali indicano che l’intestino non è soltanto un organo digestivo, ma un centro regolatore cruciale dell’equilibrio immunitario, metabolico e neurobiologico. Attraverso il microbiota e la barriera mucosale, esso dialoga costantemente con il sistema immunitario e con il sistema nervoso centrale, configurando il cosiddetto asse intestino–sistema immunitario–cervello. Quando questo asse è in equilibrio, contribuisce alla regolazione della tolleranza immunitaria e al mantenimento dell’omeostasi infiammatoria. Quando invece si altera — per disbiosi, aumento della permeabilità intestinale o stimoli alimentari pro-infiammatori — può instaurarsi uno stato di attivazione immunitaria cronica di basso grado che, nel tempo, si riflette non solo sul metabolismo ma anche sulla funzione neurologica. In questo contesto, l’alimentazione assume un ruolo centrale. Non è un fattore neutro. Può sostenere la resilienza dell’asse intestino–immunità–cervello oppure contribuire alla sua destabilizzazione, soprattutto nei soggetti con predisposizioni genetiche, fragilità metaboliche, patologie infiammatorie o condizioni di salute già compromesse.

In un soggetto realmente “sano”, il sistema immunitario e gli organi deputati alla regolazione dell’omeostasi sono fisiologicamente in grado di mantenere lo stato di salute e di difendere l’organismo dagli agenti esterni, inclusi quelli alimentari. Questo equilibrio dipende dalla capacità dell’organismo di modulare le risposte infiammatorie, preservare l’integrità della barriera intestinale e mantenere una corretta comunicazione tra intestino, sistema immunitario e sistema nervoso. Tuttavia, nei soggetti con predisposizioni genetiche, vulnerabilità immunologiche o condizioni cliniche già presenti — anche se non sempre clinicamente manifeste — un criterio di prudenza nutrizionale non rappresenta un eccesso di cautela, bensì un atto di responsabilità preventiva. In questi casi, l’alimentazione può contribuire a modulare positivamente o negativamente l’equilibrio infiammatorio e immunitario.

La qualità dell’alimentazione quotidiana, infatti, non influisce esclusivamente sull’intestino: incide sul tono immunitario, sul livello di infiammazione cronica di basso grado e, indirettamente, anche sulla salute cerebrale attraverso i complessi meccanismi dell’asse intestino–cervello. Prendersi cura dell’intestino significa, in larga misura, prendersi cura dell’intero organismo. È necessario, infine, precisare che per “soggetto sano” non si intende semplicemente un individuo privo di malattie clinicamente manifeste, ma una persona senza patologie in atto e senza uno stato di infiammazione cronica di basso grado. Questa distinzione è fondamentale, poiché nella pratica clinica il termine “sano” vie

Richiami:

*La zonulina La zonulina è una proteina prodotta dalla mucosa intestinale che modula le “giunzioni strette” (tight junctions) tra gli enterociti, contribuendo alla regolazione della permeabilità intestinale. Un aumento dei suoi livelli — rilevabile nel sangue o nelle feci — è stato associato a una possibile alterazione della barriera intestinale (“leaky gut”).

Bibliografia

  1. Undigested Food and Gut Microbiota May Cooperate in the Pathogenesis of Neuroinflammatory Diseases: A Matter of Barriers and a Proposal on the Origin of Organ Specificity — 2019, Riccio P.; Rossano R.

  2. Intestinal permeability and its regulation by zonulin: diagnostic and therapeutic implications — 2012, Fasano A.

  3. Blurring the picture in leaky gut research: how shortcomings of zonulin as a biomarker mislead the field of intestinal permeability — 2021, Massier L.; Chakaroun R.; Kovacs P.; Heiker J.T.

  4. Gliadin, zonulin and gut permeability: effects on celiac and non-celiac intestinal mucosa and intestinal cell lines — 2006, Drago S. et al.

  5. Gliadin induces an increase in intestinal permeability and zonulin release by binding to the chemokine receptor CXCR3 — 2008, Lammers K.M. et al.

  6. Widely Used Commercial ELISA Does Not Detect Precursor of Haptoglobin2, but Recognizes Properdin as a Potential Second Member of the Zonulin Family — 2019, Ajamian M. et al.

  7. Intestinal REG3 Lectins Protect against Alcoholic Steatohepatitis by Reducing Mucosa-Associated Microbiota and Preventing Bacterial Translocation — 2016, Wang L. et al.

  8. Dietary emulsifiers impact the mouse gut microbiota promoting colitis and metabolic syndrome — 2015, Chassaing B. et al.

  9. Artificial sweeteners induce glucose intolerance by altering the gut microbiota — 2014, Suez J. et al.

Infiammazione cronica di basso grado (infiammazione silente)

by luciano

Vedi anche: Approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado

In evidenza – Perché è un tema centrale

Sebbene l’aumento intermittente dell’infiammazione sia fondamentale per la sopravvivenza durante lesioni fisiche e infezioni, recenti ricerche hanno rivelato che alcuni fattori sociali, ambientali e legati allo stile di vita possono favorire l’infiammazione cronica sistemica (SCI) che, a sua volta, può portare a diverse patologie che, nel loro insieme, rappresentano le principali cause di disabilità e mortalità in tutto il mondo, come malattie cardiovascolari, cancro, diabete mellito, malattia renale cronica, steatosi epatica non alcolica e malattie autoimmuni e neurodegenerative.

Riferimenti
Furman et al., Science, 2019
Calder et al., Nutrients, 2017

Che cos’è l’infiammazione

L’infiammazione è una componente centrale dell’immunità innata (aspecifica). In termini generici, l’infiammazione è una risposta locale al danno cellulare caratterizzata da aumento del flusso sanguigno, dilatazione capillare, infiltrazione leucocitaria e produzione localizzata di una serie di mediatori chimici, che contribuiscono all’eliminazione degli agenti tossici e alla riparazione dei tessuti danneggiati. È ormai chiaro che la cessazione (in alternativa nota come risoluzione) dell’infiammazione è un processo attivo che coinvolge citochine e altri mediatori antinfiammatori, in particolare lipidi, piuttosto che una semplice interruzione delle vie pro-infiammatorie. L’infiammazione agisce sia come “amica che come nemica”: è una componente essenziale dell’immunosorveglianza e della difesa dell’ospite, tuttavia uno stato infiammatorio persistente nel tempo è una caratteristica patologica di un’ampia gamma di condizioni croniche.

Riferimenti
Medzhitov, Nature, 2008
Serhan et al., Nature, 2007

Infiammazione acuta

L’infiammazione acuta è la risposta rapida e a breve termine dell’organismo a lesioni o infezioni, caratterizzata da arrossamento, gonfiore, calore e dolore. È un processo benefico che aiuta a proteggere dai patogeni e ad avviare la riparazione dei tessuti. Sebbene possa durare da poche ore a qualche giorno, è diversa dall’infiammazione cronica, che persiste per periodi più lunghi e può essere dannosa. (nota personale: I classici segni di un’infiammazione acuta – calore, arrossamento, gonfiore, dolore – indicano che il corpo sta combattendo e guarendo).

Riferimenti
Abbas et al., Cellular and Molecular Immunology
Serhan et al., Nature, 2007

Infiammazione cronica di basso grado

L’infiammazione di basso grado, o “silente”, è una risposta immunitaria cronica, non infettiva e di bassa intensità che persiste per mesi o anni. È spesso innescata da obesità, stress metabolico e una cattiva alimentazione, che include non solo la scelta di cibi poco sani, ma anche processi digestivi incompleti e squilibri del microbiota.

Questa condizione è caratterizzata da marcatori ematici leggermente elevati, ma spesso tecnicamente entro i limiti di normalità (come la PCR), rendendo la diagnosi clinica estremamente complessa. Agisce come un “killer silenzioso”, fungendo da precursore per patologie gravi come il diabete, le malattie cardiache e il dolore cronico.

Gli aspetti chiave dell’infiammazione di basso grado includono:

Cause multifattoriali: Oltre alla mancanza di attività fisica e ai fattori ambientali, giocano un ruolo cruciale i disturbi metabolici e le alterazioni della barriera intestinale. Quando il cibo non viene digerito correttamente, può innescare una reazione immunitaria persistente che alimenta lo stato infiammatorio.

Impatto sistemico: Questo stato cronico causa danni tissutali lievi ma continui, collegati direttamente a malattie come l’Alzheimer, il diabete di tipo 2, le patologie cardiovascolari e alcune forme di cancro.

Come diagnosticarla:

A. prima fase: Poiché gli esami standard non rilevano anomalie acute, la diagnosi deve basarsi sull’analisi di sintomi persistenti quali affaticamento ingiustificato, dolore cronico e alterazioni cognitive (nebbia cognitiva).

B. seconda fase: esame del sangue PCR ad alta sensibilità (hs-CRP). A differenza della PCR standard, la PCR ad alta sensibilità (hs-CRP) è in grado di misurare valori inferiori a 0.3 mg/dL, permettendo di vedere proprio quelle oscillazioni minime che altrimenti resterebbero invisibili.

C. terza fase: Interlukina IL-6. E’ un esame specialistico. Nella maggior parte dei laboratori, l’IL-6 è considerato “normale” fino a circa 5-10 pg/mL.

  • In un’infezione acuta, l’IL-6 schizza a 100 o 1000 pg/mL.

  • Nell’infiammazione di basso grado, l’IL-6 sale magari da 1 a 3 pg/mL.
    Sebbene sia triplicata (e quindi indichi un problema), il risultato del laboratorio dirà comunque “Sotto il limite: NORMALE”. Ecco perché è un marcatore “sfuggente” per il medico di base, ma un “biomarcatore avanzato” per lo specialista che sa leggere le variazioni minime. Lo specialista spesso valuta l’IL-6 insieme al Rapporto Neutrofili/Linfociti (NLR), un calcolo semplice dall’emocromo che conferma se il sistema immunitario è in uno stato di allerta cronica.

Riferimenti

Minihane et al. British Journal of Nutrition (2015), 114, 999–1012 doi:10.1017/S0007114515002093 q ILSI Europe 2015”.

Review Article Low-grade inflammation, diet composition and health: current research evidence and its translation. Anne M. Minihane, Sophie Vinoyet et al.

Hotamisligil, Nature, 2006

Pearson et al., Circulation, 2003
Lucius, Integrative and Complementary Therapies, 2023

Infiammazione cronica di basso grado e infiammazione sistemica

Quando lo stato infiammatorio coinvolge simultaneamente più distretti dell’organismo si parla di infiammazione sistemica. Tale condizione può derivare sia dalla generalizzazione di un processo infiammatorio acuto, sia dalla progressiva estensione di uno stato infiammatorio cronico di basso grado inizialmente localizzato. L’intestino rappresenta uno dei principali siti di origine, grazie alla sua estesa superficie, all’intensa attività immunitaria e all’interazione con il microbiota. Tuttavia, il processo interessa numerosi organi e tessuti (vedi approfondimento A).

Riferimenti
Furman et al., Science, 2019
Franceschi et al., Cell, 2018

Diffusione globale

Le malattie croniche associate all’infiammazione rappresentano la principale causa di mortalità mondiale. Si stima che circa 3 persone su 5 nel mondo muoiano per patologie legate a processi infiammatori cronici.

Chronic inflammatory diseases are the most significant cause of death in the world. The World Health Organization (WHO) ranks chronic diseases as the greatest threat to human health. The prevalence of diseases associated with chronic inflammation is anticipated to increase persistently for the next 30 years in the United States. in 2000, nearly 125 million Americans were living with chronic conditions and 61 million (21%) had more than one. In recent estimates by Rand Corporation, in 2014 nearly 60% of Americans had at least one chronic condition, 42% had more than one and 12% of adults had 5 or more chronic conditions. Worldwide, 3 of 5 people die due to chronic inflammatory diseases like stroke, chronic respiratory diseases, heart disorders, cancer, obesity, and diabetes. 2022”.

Riferimenti
Furman et al., Science, 2019

Cause e fattori scatenanti principali

  • Disbiosi intestinale: Alterazione della flora batterica intestinale, che può essere causata da dieta squilibrata, uso eccessivo di antibiotici o altre sostanze tossiche.

  • Dieta scorretta: Consumo eccessivo di cibi processati, ricchi di zuccheri raffinati e grassi saturi, che possono favorire l’infiammazione.

  • Stress: Lo stress cronico può influenzare negativamente il sistema immunitario e aumentare la suscettibilità all’infiammazione.

  • Inquinamento ambientale e tossine: Esposizione a sostanze chimiche presenti nell’ambiente o nei cibi può contribuire allo stress ossidativo e all’infiammazione.

    Fumo e alcol: Questi fattori possono aggravare lo stress ossidativo e danneggiare le cellule, favorendo l’infiammazione.

Riferimenti
Cani et al., Diabetes, 2007
Tilg & Moschen, Gut, 2014

Egger & Dixon, AJPM, 2014
Slavich & Irwin, Psychological Bulletin, 2014

Sintomi comuni

  • Disturbi digestivi: Gonfiore, crampi addominali, diarrea o stipsi, che possono variare in intensità e frequenza.

  • Affaticamento persistente: Stanchezza cronica, mancanza di energia e difficoltà di concentrazione.

  • Dolori articolari: Dolori muscolari e articolari diffusi.

  • Alterazioni della pelle: Eruzioni cutanee, eczemi o altre manifestazioni cutanee.

  • Problemi del sonno: Difficoltà ad addormentarsi o a mantenere un sonno profondo.

  • Manifestazioni cutanee

Riferimenti
Dantzer et al., Brain Behav Immun, 2008
Miller et al., Biol Psychiatry, 2009

Conseguenze a lungo termine

Se non trattata, l’infiammazione intestinale di basso grado può contribuire allo sviluppo di malattie croniche come:

Malattie cardiovascolari: Aumento del rischio di infarto, ictus e altre patologie cardiovascolari. Diabete di tipo 2: Maggiore probabilità di sviluppare resistenza all’insulina e diabete.

Malattie autoimmuni: Maggiore suscettibilità a malattie come artrite reumatoide, lupus, ecc. Patologie neurodegenerative: Rischio aumentato di sviluppare malattie come Alzheimer o Parkinson.

Alcuni tipi di cancro: Aumento del rischio di sviluppare alcuni tipi di tumore.

Misure generali che possono aiutare a ridurre l’infiammazione includono:

Seguire una dieta equilibrata: Ricca di fibre, frutta, verdura e alimenti integrali, con un basso indice glicemico.

Ridurre il consumo di cibi processati, zuccheri raffinati e grassi saturi .

Gestire lo stress: Attraverso tecniche di rilassamento, meditazione, yoga o altre attività che aiutano a ridurre lo stress.

Mantenere un peso sano: L’obesità e il sovrappeso possono aumentare l’infiammazione.

Limitare il consumo di alcol e smettere di fumare .

Integrare con probiotici: Possono aiutare a ripristinare l’equilibrio della flora batterica intestinale.

Riferimenti
Estruch et al., NEJM, 2018

Calder et al., Br J Nutr, 2011

Nota:

L’infiammazione cronica di basso grado (o “silente”) è un fattore chiave nello sviluppo e nella progressione delle malattie cardiovascolari, inclusa l’aterosclerosi, l’ipertensione e l’infarto. Questo processo, spesso asintomatico, provoca una disfunzione endoteliale, stimola la formazione e la rottura di placche aterosclerotiche e può causare sindromi coronariche acute

Riferimenti
Ridker et al., NEJM, 2017
Libby, Nature, 2002

Casi paradigmatici

Obesità. L’obesità, soprattutto quella viscerale, è accompagnata da uno stato infiammatorio cronico di basso grado. Il tessuto adiposo in eccesso secerne citochine pro-infiammatorie (come TNF-α e IL-6) che contribuiscono allo sviluppo di insulino-resistenza. Non a caso nei pazienti obesi si riscontrano spesso livelli elevati di proteina C-reattiva (marker di infiammazione sistemica) e un maggior rischio di diabete di tipo 2. Intervenire sullo stile di vita per ridurre il peso (dieta equilibrata e esercizio) aiuta a “raffreddare” questa infiammazione metabolica, migliorando anche i parametri clinici.

La sindrome metabolica è strettamente legata a uno stato di infiammazione cronica di basso grado (o “silente”), in cui il grasso viscerale in eccesso agisce come organo endocrino, secernendo citochine pro-infiammatorie (come IL−6 e TNF−α ). Questo processo persistente, spesso definito “meta-infiammazione”, promuove l’insulino-resistenza, disfunzioni vascolari e il rischio di diabete e malattie cardiovascolari. Artrite reumatoide (malattia autoimmune)

Riferimenti
Wellen & Hotamisligil, J Clin Invest, 2003
Shoelson et al., J Clin Invest, 2006

Artrite reumatoide

L’artrite reumatoide (AR) è una malattia infiammatoria cronica autoimmune che colpisce principalmente le articolazioni, provocando dolore, gonfiore e rigidità simmetrica, spesso con esordio tra i 40-60 anni. Il sistema immunitario attacca erroneamente i tessuti sani, creando un’infiammazione cronica di basso grado che, se non trattata, porta a deformità e danni articolari progressivi Biomarcatori I marcatori per l’infiammazione di basso grado più comunemente utilizzati includono la proteina C-reattiva (PCR), l’interleuchina-6 (IL-6), il fibrinogeno, e le specie reattive dell’ossigeno (ROS). Questi marcatori possono essere misurati attraverso esami del sangue e indicano uno stato infiammatorio cronico che può essere associato a diverse condizioni di salute .

Riferimenti
McInnes & Schett, NEJM, 2011
Smolen et al., Lancet, 2016