Header Image - Gluten Light
Gallery

Magazine

Applicazione sperimentale della metodica avanzata per la produzione di impasti per pane con farine con limitata capacità di sviluppo glutinico: analisi dei risultati. (Analisi eseguita da ChatGTP)

by luciano

Articolo correlato con: Metodica avanzata per realizzare impasti per pane con farine con limitata capacità di sviluppo glutinico

(Dinamica della rete proteica nel pane di Triticum monococcum sottoposto a maturazione prolungata a freddo e riattivazione termica controllata. Modello fisico-dinamico, interpretazione reologica qualitativa e validazione sperimentale mediante documentazione fotografica e valutazione del prodotto finito)

Sintesi tecnico-scientifica

Il presente studio analizza il comportamento strutturale e reologico di un impasto di monococco (Triticum monococcum L.) sottoposto a un processo articolato in biga, dispersione in fase liquida, maturazione prolungata a freddo, riattivazione termica su piano caldo, manipolazioni intermedie, lievitazione finale e cottura. L’obiettivo è verificare se la rete proteica del monococco segua una dinamica lineare di sviluppo oppure una dinamica non lineare, caratterizzata da una fase di instabilità transitoria seguita da possibile riorganizzazione. La sperimentazione ha confrontato due serie di impasto uguali per schema generale ma differenti per durata di maturazione e, soprattutto, per controllo della temperatura nella fase post-cella. La Serie I, condotta con controllo termico più coerente, ha mostrato recupero della continuità superficiale, sviluppo verticale soddisfacente, apertura guidata dell’incisione e mollica strutturalmente funzionale. La Serie II, sottoposta a maturazione più lunga e a un controllo termico compromesso, ha mostrato superficie più fragile, maggiore irregolarità morfologica, espansione meno controllata e mollica più disomogenea, ma ancora pienamente funzionale sotto il profilo alimentare. Sulla base delle immagini e dei dati di processo viene proposto un modello a sei stadi: 1)aggregazione iniziale del prefermento; 2)dispersione controllata; 3)maturazione fredda con rilassamento biochimico; 4)finestra critica di instabilità post-cella; 5)riorganizzazione proteica assistita da riposo e manipolazione; 6)stabilizzazione della rete funzionale. L’interpretazione reologica qualitativa suggerisce che il parametro decisivo, nel monococco, non sia soltanto la forza intrinseca della farina, ma il sincronismo tra riorganizzazione della matrice proteica e sviluppo gassoso [1][2]. Il quadro teorico è coerente con la letteratura sul glutine del frumento, che attribuisce a glutenine, gliadine e glutenin macropolymer un ruolo centrale nella viscoelasticità dell’impasto, e con la letteratura sull’einkorn, che descrive in generale impasti più morbidi, meno elastici e più estensibili rispetto al frumento comune, pur con forte dipendenza da genotipo e processo [1][3][4].

Metodica avanzata per realizzare impasti per pane con farine con limitata capacità di sviluppo glutinico

by luciano

sangiorgio.l@libero.it

Articolo correlato con:

Applicazione sperimentale della metodica avanzata per la produzione di impasti per pane con farine con limitata capacità di sviluppo glutinico: analisi dei risultati. (Analisi eseguita da ChatGTP)

Premessa:

La metodica qui descritta rappresenta un’evoluzione del procedimento oggetto del brevetto:

NEW METHOD FOR MAKING (FERMENTED) BAKERY PRODUCTS
Publication date: 11.04.2018 – Bulletin 2018/15
Application number: 17194677.5
EP 3 305 078 A1

Sulla base di tale impianto concettuale sono stati realizzati diversi test sperimentali utilizzando farina integrale di grano monococco macinata a pietra.

Il metodo è specificamente concepito per farine caratterizzate da:

  • glutine debole,

  • elevato rapporto gliadine/glutenine,

  • comportamento reologico prevalentemente viscoso-coesivo.

La presentazione della presente metodica deriva da uno dei test condotti, selezionato in quanto rappresentativo della piena espressione del processo.

1. Contesto tecnologico dell’approccio

Le farine integrali ottenute da grani antichi macinati a pietra presentano caratteristiche tecnologiche profondamente differenti rispetto alle farine moderne di forza comunemente impiegate nella panificazione industriale.

La “forza” di una farina, in senso panificatorio, è legata alla capacità della frazione proteica di costruire una rete glutinica elastica, continua e resistente alla pressione dei gas fermentativi. Studi comparativi sulle specie di frumento evidenziano che, pur in presenza di un contenuto proteico totale elevato, specie antiche come il monococco possono presentare un rapporto gliadine/glutenine più alto rispetto al frumento tenero moderno.

Ne consegue una rete meno elastica e meno “portante” dal punto di vista strutturale [1] (cfr. studi comparativi pubblicati in ambito MDPI).

In termini pratici:

in altre parole, un elevato contenuto proteico non implica necessariamente la presenza di una struttura glutinica funzionale ai fini panificatori.

La ridotta capacità di tali farine di sviluppare una maglia glutinica continua ed elastica comporta:

  • difficoltà nella ritenzione dei gas prodotti durante la fermentazione;

  • limitata tolleranza alle lavorazioni meccaniche;

  • instabilità strutturale dell’impasto nelle fasi di lievitazione;

  • maggiore sensibilità ai picchi fermentativi.

Nella pratica corrente, tali criticità vengono spesso compensate mediante:

  • miscelazione con farine ad alta forza;

  • utilizzo di additivi miglioratori;

  • impiego di coadiuvanti tecnologici.

Tali interventi, pur efficaci dal punto di vista volumetrico, comportano frequentemente una riduzione delle peculiarità nutrizionali, sensoriali e identitarie delle farine di origine, oltre a modificare aspetti di digeribilità e tollerabilità.

1.1 Il caso specifico del monococco

Il Triticum monococcum rappresenta uno dei primi cereali domesticati dall’uomo ed è considerato una delle specie di frumento più antiche ancora coltivate. Rispetto ai frumenti moderni di largo impiego panificatorio, il monococco presenta caratteristiche nutrizionali e tecnologiche peculiari che ne influenzano significativamente il comportamento negli impasti.

Diversi studi hanno evidenziato come questa specie presenti spesso un contenuto proteico totale relativamente elevato; tuttavia, la funzionalità panificatoria non dipende esclusivamente dalla quantità di proteine, bensì dalla struttura e dall’organizzazione del sistema proteico del glutine.

Secondo i modelli strutturali proposti da Peter R. Shewry e Peter R. Halford (2002) e successivamente approfonditi da Herbert Wieser (2007), le proprietà reologiche degli impasti di frumento dipendono principalmente dall’interazione tra tre principali classi proteiche:

  • glutenine ad alto peso molecolare (HMW-GS);

  • glutenine a basso peso molecolare (LMW-GS);

  • gliadine.

Nel monococco la distribuzione relativa di queste frazioni differisce sensibilmente rispetto al frumento tenero moderno. In particolare sono stati osservati:

  • una minore formazione di polimeri proteici ad alto peso molecolare;

  • una maggiore proporzione di proteine monomeriche;

  • una limitata capacità di generare una rete glutinica continua e strutturalmente stabile.

Dal punto di vista tecnologico ciò si traduce generalmente in impasti caratterizzati da:

  • minore stabilità durante la lavorazione;

  • maggiore estensibilità;

  • minore capacità di trattenere i gas di fermentazione.

Nonostante queste limitazioni strutturali, studi recenti hanno evidenziato come le prestazioni panificatorie dei grani antichi possano migliorare sensibilmente attraverso un’adeguata gestione del processo tecnologico. In particolare, tecniche basate su fermentazioni controllate, maturazioni prolungate e gestione accurata delle condizioni termiche dell’impasto possono favorire una riorganizzazione progressiva del sistema proteico e migliorare la stabilità della struttura durante la lievitazione e la cottura (Luca Cappelli et al., 2019; Gabriele Brandolini e Adriano Hidalgo, 2014).

Alla luce di queste considerazioni, il presente lavoro analizza sperimentalmente il comportamento della rete proteica del monococco durante un processo di panificazione caratterizzato da una fase di maturazione prolungata a bassa temperatura seguita da una riattivazione termica controllata dell’impasto.

2. Obiettivo di processo

Le farine integrali — in particolare quelle derivate da grani antichi come il monococco — pongono sfide tecnologiche specifiche:

  • maggiore assorbimento idrico e competizione per l’acqua;

  • interferenza della frazione cruscosa con la formazione e continuità della rete proteica;

  • variabilità fermentativa;

  • presenza di fitati e altri composti con potenziale interferenza nutrizionale.

Strategie di fermentazione indiretta e sourdough vengono comunemente impiegate per mitigare tali criticità attraverso:

  1. acidificazione controllata;

  2. attivazione enzimatica endogena (es. fitasi);

  3. modificazione della frazione fibrosa (es. arabinoxilani);

  4. sviluppo aromatico e miglioramento della conservabilità.

L’obiettivo della metodologia qui descritta è quello di:

  • concentrare e “condizionare” la frazione più critica dell’impasto (ricca di crusca e fibra) all’interno di un preimpasto di tipo biga;

  • mantenere un rigoroso controllo termico durante le diverse fasi del processo, al fine di preservare la prevedibilità fermentativa ed evitare accelerazioni indesiderate;

  • introdurre un passaggio innovativo di dispersione meccanica del preimpasto in acqua fredda, con incorporazione di aria, finalizzato a migliorare l’omogeneità del sistema impasto e il contributo volumetrico durante la fase di cottura.

2. Materiali e Metodi: descrizione completa della metodica

2.1 Materia prima e frazionamento funzionale

Materia prima

  • Farina integrale di grano monococco (Triticum monococcum), macinata a pietra

  • Quantità totale: 1800 g

La macinazione a pietra è nota per preservare integralmente le frazioni del chicco (endosperma, germe, crusca), con maggiore contenuto di composti bioattivi e fibre rispetto a farine raffinate, ma con impatto significativo sulle proprietà reologiche dell’impasto (Shewry & Hey, 2015; Hidalgo & Brandolini, 2014).

Setacciatura a 600 µm

La farina è stata interamente setacciata con maglia 600 µm, ottenendo:

  • 85 g di frazione crusca residua

  • 1715 g di farina passante

Il frazionamento non ha finalità di raffinazione, ma di riorganizzazione funzionale delle componenti, al fine di modulare il carico di fibra nel preimpasto..

Distribuzione nelle fasi di processo

  • Impasto finale: 1000 g farina passante 600 µm

  • Preimpasto (Biga):

    • 715 g farina passante

    • 85 g crusca residua
      = 800 g totali

Considerazione metodologica

Il preimpasto non contiene solo crusca, ma è un preimpasto classico che fermenta una farina integrale resa più ricca di frazione fibrosa. Si aumenta il carico di fibra nel preimpasto, concentrando la fase più critica (arabinoxilani, fitati, frazione insolubile) nella fase fermentativa indiretta.

Nota:

A – La biga è un preimpasto secco/grezzo. Il “preimpasto” è un termine più generico che include sia metodi solidi (biga) che liquidi (come il poolish o la biga Giorilli).

B – Prefermento vs preimpasto: la biga o il preimpasto sono “fermenti” essi stessi. NON è pertanto corretto definirli pre-fermenti in quanto sono loro stessi fermenti atti alla fermentazione: la fermentazione e/o attività metabolica avviene nell’immediatezza temporale e NON dopo.

Riferimento scientifico

La concentrazione della frazione cruscosa nella fase di preimpasto è coerente con studi che mostrano come la fermentazione di frazioni ricche di crusca possa:

  • aumentare la solubilizzazione degli arabinoxilani

  • ridurre l’effetto antagonista della fibra sulla rete proteica

  • favorire l’attivazione della fitasi endogena tramite acidificazione

(Katul et al., 2019; Rizzello et al., 2010; Lopez et al., 2001).

2.2 Preimpasto (12 ore, temperatura controllata)

Ingredienti preimpasto

  • Farina: 800 gr.

  • Acqua: 340 gr.

  • LiCoLi: 180 g (assunto 100% idratazione: 90 g acqua + 90 g farina)

  • Lievito di birra compresso fresco: 3 gr.

Composizione “effettiva” preimpasto (contabilizzando il LiCoLi)

  • Farina totale biga = 800 + 90 = 890 g

  • Acqua totale biga = 340 + 90 = 430 g

  • Idratazione reale biga = 430 / 890 = 48,3%

  • PH: 4,75

  • peso effettivo: 1321gr.

Fermentazione

  • Tempo: 12 h

  • Temperatura: 18 °C

  • Temperatura iniziale biga: 16 °C

  • Temperatura finale: 18,2 °C

Controllo termico

La temperatura iniziale del preimpasto non deve superare 18 °C per evitare l’ingresso precoce nella fase esponenziale di crescita del lievito.

Nel test (02/03/2026; T ambiente 21 °C):

  • Temperatura acqua: 5 °C

  • Temperatura farina: 10 °C

  • Temperatura preimpasto iniziale: 16 °C

In estate, l’acqua può scendere fino a 2 °C e la farina anche a 5C° per mantenere il vincolo termico.

Razionale tecnologico

Un preimpasto al 48% su farina ad alta crusca genera una matrice:

  • compatta

  • a mobilità d’acqua ridotta

  • con diffusione limitata dei metaboliti

Condizione coerente con una fermentazione più lenta e strutturata (Gobbetti et al., 1994).

L’acidificazione (pH 4,75 circa) rientra nell’intervallo favorevole all’attivazione della fitasi endogena del grano, responsabile della riduzione dei fitati (Lopez et al., 2001; Leenhardt et al., 2005).

Nota strutturale: con 48% di idratazione su farina ad alta crusca, il preimpasto risulta coerentemente “pastoso/compatto”: ciò favorisce fermentazione più lenta e strutturata e riduce il rischio di lievitazioni rapide e ingestibili, ma rende più difficile l’incorporazione diretta nell’impasto finale.

2.3 Li.Co.Li. (lievito in coltura liquida)

Il Li.Co.Li è realizzato con la stessa farina integrale di grano monococco.

Rinfresco

Rapporto 1:1:1
(es. 50 g lievito + 50 g acqua + 50 g farina)

Fermentazione:

  • 3–4 h

  • 25 °C

  • fino a raddoppio volumetrico

Scelta della stessa farina

Nella pratica corrente si utilizzano spesso farine forti per la gestione della pasta madre. In questo protocollo si utilizza la stessa farina integrale di monococco per:

  • evitare l’introduzione di glutine forte esterno

  • mantenere coerenza proteica del sistema

  • non alterare il profilo reologico del prodotto finale

Funzione del Li.Co.Li nel sistema

Nel presente protocollo il LiCoLi:

  • non ha funzione primaria di agente lievitante (perchè limitata con monococco)

  • ha funzione prevalente di maturazione biochimica

La letteratura mostra che la fermentazione sourdough:

  • favorisce idrolisi proteica parziale

  • riduce fitati

  • aumenta solubilità di minerali

  • modifica la struttura degli arabinoxilani

(Rizzello et al., 2010; Gänzle, 2014).

L’uso di farina integrale nel Li.Co.Li aumenta disponibilità di substrati fermentescibili e composti bioattivi, sostenendo un microbiota più diversificato (Gobbetti et al., 2016).

2.4 Impasto finale: ingredienti nominali (senza preimpasto)

Ingredienti impasto finale

  • Farina (Frazione A): 1000 gr

  • Acqua: 660 gr

  • Olio EVO: 72 gr

  • Sale: 30 gr

  • Malto: 22 gr

  • Lievito di birra compresso fresco: 4 gr

Temperatura acqua: 4 °C
Temperatura farina: 7 °C
pH finale impasto: 5,25
Temperatura impasto: 16,2 °C

Tempo totale preparazione: 30 min. circa
Tempo dispersione biga: 5 min. circa

Peso totale impasto: 3117 g

2.5 Bilancio complessivo di impasto (preimpasto + impasto finale)

Farina totale sistema

  • 890 gr. (biga) + 1000 gr. (impasto finale) = 1890 gr.

Acqua totale sistema

  • 430 gr. (preimpasto) + 660 gr. (impasto finale) = 1090 gr.

Idratazione totale reale

  • 1090 / 1890 = 57,7% (≈ 58%)

Baker’s % (su farina totale = 100%)

  • Acqua: 57,7%

  • Olio EVO: 72/1890 = 3,8%

  • Sale: 30/1890 = 1,6% (va unito alla farina)

  • Malto: 22/1890 = 1,2%

  • Lievito compresso totale: (3+4)/1890 = 0,37%

  • Li.Co.Li (peso totale): 180/1890 = 9,5% (nota: già incluso nel bilancio farina+acqua)

In questo test: temperatura acqua 4C°; temperatura farina 7C°; pH a fine imposto: 5,25; Temperatura impasto prima del riposo: 16,2C°; tempo totale preparazione impasto 30 minuti; tempo per sciogliere impasto 5 minuti; temperatura biga sciolta: 16,2C°. Peso impasto: 3117 (diviso in due per fare due test cottura separati; inoltre il primo impasto uscirà da cella dopo 24 ore a 5 C° circa; II impasto 4 ore dopo).

Nota importante:

L’impasto dopo la preparazione nell’impastatrice viene messo su spianatoia leggermente unta con olio ( NON con farina di spolvero) per essere divisa in due parti.

2.6 Il ruolo dell’olio (extravergine). L’olio in un impasto per pane migliora notevolmente la consistenza e la conservabilità, rendendo la mollica più soffice, elastica e profumata. Agisce come lubrificante naturale, favorisce un’alveolatura regolare e aumenta la durata del pane (conservazione) trattenendo l’umidità.

L’olio in impasti a glutine debole svolge una importante funzione strutturale oltre che sensoriale.

Effetti documentati:

  • riduzione dell’attrito tra proteine

  • aumento estensibilità

  • miglioramento della morbidezza della mollica

  • rallentamento del raffermamento tramite interazione con amido

(Cauvain & Young, 2007; Primo-Martín et al., 2006).

In farine deboli, la presenza di lipidi può contribuire a stabilizzare la struttura alveolare agendo come plastificante della matrice proteica.

2.7 Il ruolo del malto Il malto agisce nell’impasto del pane come un miglioratore naturale. Ricco di enzimi, scompone gli amidi in zuccheri semplici, nutrendo il lievito costantemente, migliorando la fermentazione, aumentando il volume e conferendo una crosta più dorata e croccante.

Il malto apporta enzimi amilasici che:

  • idrolizzano amido → maltosio e zuccheri fermentescibili

  • sostengono nutrizione del lievito

  • aumentano produzione CO₂

  • favoriscono colorazione della crosta (reazione di Maillard)

(Lynch et al., 2009).

In farine deboli, l’equilibrio è delicato: eccesso di attività amilasica può indebolire ulteriormente la struttura, mentre dosaggi controllati migliorano la fermentazione senza compromettere stabilità.

Il malto Diastasico è un malto cha ha un’elevata concentrazione di questi enzimi e che è quindi capace di scomporre gli amidi e produrre zuccheri semplici (maltosio e malto-destrine) . E molto attivo …. con il monococco è necessaria una riflessioe e …tests di controllo.

Riferimenti

  • Geisslitz et al., 2019 – composizione proteica einkorn

  • Lopez et al., 2001 – phytate reduction sourdough

  • Leenhardt et al., 2005 – fitasi endogena

  • Rizzello et al., 2010 – fermentazione e bioattività

  • Gänzle, 2014 – sourdough microbiology

  • Cauvain & Young, 2007 – bakery technology

  • Primo-Martín et al., 2006 – lipid–starch interactions

  • Lynch et al., 2009 – malt enzymes and fermentation

3. Innovazione di processo: dispersione idrica e “aerazione controllata” del preimpasto

La scienza dietro pane e pizza (I parte)

by luciano

Biochimica, reologia e microbiologia della fermentazione e della matrice amido-proteica

Il presente testo analizza i fondamenti biochimici, reologici e microbiologici alla base della produzione di pane e pizza. Vengono esaminati il ruolo delle proteine del glutine (gliadine e glutenine), i sistemi fermentativi (lievito di birra e pasta acida), le variabili di dosaggio e tempo e le metodiche di impasto diretto e indiretto. L’approccio adottato è di tipo tecnologico-funzionale, con particolare attenzione alle implicazioni strutturali, aromatiche, digestive e di conservabilità del prodotto finito.

Capitolo I – Architettura proteica dell’impasto: gliadine, glutenine e maglia glutinica

Quando impastiamo farina e acqua, non stiamo solo mescolando ingredienti: stiamo attivando un sistema proteico complesso che determina struttura, consistenza e risultato finale. Alla base di tutto c’è il glutine, una rete tridimensionale che nasce dall’interazione tra due famiglie di proteine del grano: gliadine e glutenine. Capire il loro equilibrio significa comprendere perché un impasto per pizza si stende facilmente mentre quello per pane deve sostenere una struttura alta e alveolata.

1️⃣ La maglia glutinica: un equilibrio dinamico

Il glutine non esiste “già formato” nella farina. Si crea quando:

Glutenina + Gliadina + Acqua + Impastamento = Maglia glutinica

L’acqua idrata le proteine, l’energia meccanica dell’impastamento le fa interagire, e si forma una rete elastica capace di intrappolare i gas della lievitazione. Ma le due proteine svolgono ruoli diversi e complementari.

2️⃣ Il ruolo delle glutenine: forza ed elasticità

Glutenine – Effetti strutturali

Le glutenine conferiscono

Elasticità (capacità di tornare alla forma iniziale)

Tenacità (resistenza alla deformazione)

Struttura

Un impasto ricco di glutenine

È più resistente

Trattiene meglio i gas

Sviluppa volume in altezza

Se sono eccessive

Troppo tenace

Difficile da stendere

Effetto “molla”

3️⃣ Il ruolo delle gliadine: estensibilità e viscosità

Le gliadine sono responsabili di:

  • Estensibilità (capacità di allungarsi senza strapparsi)

  • Malleabilità

  • Viscosità

Grazie alle gliadine, l’impasto:

  • Si stende facilmente

  • Non si lacera durante la lavorazione

  • Mantiene una buona lavorabilità

Se prevalgono troppo, però, l’impasto:

  • Diventa molle

  • Si “siede”

  • Fatica a mantenere la forma

4️⃣ Pizza: serve estensibilità

Nel caso della pizza, l’obiettivo è ottenere un disco sottile che:

  • Si stenda facilmente

  • Non si strappi

  • Non torni indietro durante la formatura

L’estensibilità è quindi fondamentale. Un impasto troppo ricco di glutenine sarebbe “gommoso” e difficile da aprire.

Per questo le farine per pizza (spesso di grano tenero) sono progettate per avere:

  • Un buon equilibrio tra forza ed estensibilità

  • Un rapporto P/L (tenacità/estensibilità) equilibrato o leggermente spostato verso l’estensibilità

Se l’impasto è troppo tenace, si può intervenire con:

  • Maggiore maturazione (riposo più lungo)

  • Aumento dell’idratazione

  • Scelta di una farina con P/L più basso

In sintesi: più estensibilità = stesura facile e buona alveolatura.

5️⃣ Pane: serve forza strutturale

Perché il pane ha bisogno di più glutenine?

Il pane ha un obiettivo diverso: svilupparsi in altezza e sostenere una struttura interna ricca di alveoli.

Qui entrano in gioco:

  • Elasticità

  • Tenuta strutturale

  • Capacità di trattenere i gas della fermentazione

Un impasto per pane necessita quindi di una maglia glutinica più robusta, con una componente maggiore di glutenine.

Se prevalgono troppo le gliadine:

  • L’impasto diventa debole

  • Si allarga invece di crescere

  • Il pane risulta basso e poco strutturato

In sintesi: più glutenine = più forza e sviluppo verticale.

6️⃣ L’equilibrio è la chiave

Il punto fondamentale non è “quale proteina è migliore”, ma il loro rapporto.

  • Troppa glutenina → impasto tenace, duro da stendere

  • Troppa gliadina → impasto molle e poco stabile

  • Equilibrio corretto → struttura elastica ed estensibile

La differenza tra pizza e pane sta proprio in questo bilanciamento:

Prodotto

Caratteristica dominante

Rapporto proteico

Pizza

Estensibilità

Buona presenza di gliadine

Pane

Forza ed elasticità

Maggiore componente di glutenine

7️⃣ In conclusione

  • Pizza → più estensibilità (gliadine)

  • Pane → più forza ed elasticità (glutenine)

La qualità di un impasto non dipende solo dalla quantità di proteine, ma dalla loro interazione, dalla lavorazione, dall’idratazione e dai tempi di maturazione. Ogni volta che stendiamo una pizza o modelliamo un pane, stiamo lavorando con un delicato equilibrio molecolare: una vera architettura proteica che trasforma farina e acqua in una struttura viva, elastica ed estensibile.

Capitolo II – Fermentazione in panificazione e pizzeria professionale

Ruolo del lievito di birra e della pasta acida, quantità, tempo e metodiche di impasto

1. Introduzione

La fermentazione rappresenta il cuore biologico e tecnologico della panificazione e della pizzeria professionale. Non si limita alla produzione di gas per l’aumento di volume dell’impasto, ma determina in modo profondo:

  • Struttura meccanica

  • Estensibilità

  • Alveolatura

  • Profilo aromatico

  • Digeribilità

  • Conservabilità

Il professionista non gestisce semplicemente una “lievitazione”, ma un processo biochimico complesso in cui interagiscono:

  • Microrganismi

  • Enzimi endogeni della farina

  • Proteine del glutine

  • Amidi

  • Tempo

  • Temperatura

Questo capitolo analizza in modo sistematico il ruolo del lievito di birra e della pasta acida, l’influenza del dosaggio e del tempo fermentativo, e l’impatto delle metodiche (impasto diretto e indiretto con biga) sul prodotto finito.

2. Il ruolo del lievito di birra

2.1 Natura microbiologica

Il lievito di birra è costituito prevalentemente da Saccharomyces cerevisiae, microrganismo unicellulare capace di metabolizzare gli zuccheri semplici presenti nell’impasto.

La fermentazione alcolica produce:

  • Anidride carbonica (CO₂)

  • Etanolo

  • Metaboliti secondari (esteri, alcoli superiori, aldeidi)

La CO₂ viene trattenuta dalla maglia glutinica e genera l’aumento di volume.

2.2 Effetti tecnologici

Il lievito di birra:

  • Fornisce gas per lo sviluppo strutturale

  • Stimola l’attività enzimatica indirettamente

  • Influenza il ritmo fermentativo

  • Determina parte del profilo aromatico

Non modifica significativamente il pH dell’impasto (acidità limitata), pertanto l’effetto sulla struttura proteica è principalmente meccanico e fermentativo, non acidificante.

3. Il ruolo della pasta acida

3.1 Natura microbiologica

La pasta acida è un ecosistema composto da:

  • Lieviti selvaggi

  • Batteri lattici (omo- ed eterofermentanti)

Questi microrganismi producono:

  • CO₂

  • Acido lattico

  • Acido acetico

  • Enzimi proteolitici

  • Composti aromatici complessi

3.2 Effetti tecnologici

L’attività combinata di lieviti e batteri

L’attività combinata di lieviti e batteri determina L’acidità controllata di lieviti e batteri influenza direttamente

Acidificazione progressiva (riduzione del pH)

Elasticità

Modifica della struttura del glutine

Estensibilità

Attivazione di proteasi

Conservabilità

Migliore stabilità microbiologica

Profondità aromatica

4. Quantità e tempo: principi generali

4.1 Relazione tra dosaggio e velocità

La quantità di agente fermentante regola:

  • Velocità di produzione di CO₂

  • Intensità metabolica

  • Durata del processo

Principio fondamentale:

  • Più lievito → fermentazione rapida

  • Meno lievito → fermentazione lenta

Tuttavia, la velocità non coincide con la maturazione.

4.2 Il tempo come variabile chiave

Il tempo consente:

  • Degradazione enzimatica degli amidi (amilasi)

  • Parziale idrolisi proteica

  • Riorganizzazione della rete glutinica

  • Formazione di metaboliti aromatici

Una fermentazione breve può produrre volume, ma non necessariamente maturazione strutturale e biochimica.

5. Effetti sulla digeribilità

5.1 Definizione tecnica

Per digeribilità si intende:

  • Riduzione del carico fermentabile intestinale

  • Parziale predigestione di amidi e proteine

  • Migliore organizzazione strutturale della mollica

Non implica assenza di glutine, ma trasformazione biochimica più avanzata.

5.2 Lievito di birra

Dosaggio Lievito di Birra

Dosaggio alto + tempo breve Dosaggio basso + tempo lungo

Maturazione limitata

Maggiore maturazione

Minore attività enzimatica

Migliore degradazione enzimatica

Maggiore presenza di zuccheri residui

Impasto biochimicamente evoluto

Possibile sensazione di pesantezza

Sensazione di maggiore leggerezza

5.3 Pasta acida

La fermentazione con pasta acida determina:

  • Riduzione progressiva del pH (acidificazione controllata)

  • Incremento dell’attività proteolitica (enzimi endogeni + attività microbica)

  • Parziale idrolisi delle proteine del glutine

  • Maggiore degradazione degli zuccheri fermentabili

  • Modificazione delle proprietà reologiche della maglia glutinica

Effetti tecnologici e fisiologici misurabili

Le fermentazioni prolungate con pasta acida comportano:

  • Riduzione del contenuto di carboidrati fermentabili residui

  • Parziale predigestione proteica

  • Migliore organizzazione strutturale della mollica

  • Rallentamento della risposta glicemica rispetto a fermentazioni brevi

  • Maggiore stabilità microbiologica del prodotto

L’insieme di questi fattori può determinare:

  • Riduzione del carico fermentativo intestinale

  • Minore produzione di gas a livello intestinale rispetto a impasti a fermentazione rapida

La risposta fisiologica individuale può variare in funzione di condizioni personali, ma i meccanismi biochimici sopra descritti sono oggettivamente misurabili.

6. Effetti su pizza e pane

6.1 Pizza

Obiettivi strutturali

Obiettivi strutturali

Elevata estensibilità

Assenza di effetto “molla”

Cornicione alveolato

Scioglievolezza

Strategia tipica

Dosaggio molto basso di lievito

Maturazione lunga (24–72 ore)

Controllo della temperatura

Risultati

Maggiore estensibilità

Aroma più complesso

Minore sensazione di gonfiore

6.2 Pane

Obiettivi strutturali

Obiettivi strutturali generali

Sviluppo verticale

Stabilità della mollica

Conservabilità

Obiettivi con lievito di birra

Struttura regolare

Aroma delicato

Obiettivi con pasta acida

Alveolatura irregolare

Crosta spessa

Aroma profondo

Maggiore shelf life

Il frumento monococco in Sardegna: una ricerca sistemica che consolida il progetto MonICA (Lorenzo Moi)

by luciano

1. Una tesi che supera il livello accademico

La tesi di Lorenzo Moi non è un semplice studio agronomico locale.
È uno dei rarissimi esempi — e probabilmente l’unico lavoro organico italiano — in cui il Triticum monococcum viene analizzato:

  • in 18 campi sperimentali reali

  • su tre varietà migliorate (Monlis, ID331, Hammurabi)

  • con confronto diretto con Senatore Cappelli

  • integrando:

    • rilievi agronomici

    • analisi reologiche

    • analisi biochimiche

    • valutazioni tecnologiche

    • prove di trasformazione in pasta

    • studio della filiera territoriale

Questa integrazione rende il lavoro un ponte operativo tra ricerca genetica (CREA) e applicazione territoriale, inserendosi pienamente nel solco del progetto MonICA.

2. Il collegamento strutturale con il progetto MonICA

Il progetto MonICA (Monococco Italiano per la Costruzione di una filiera Alimentare) nasce per:

  • selezionare linee agronomicamente valide

  • studiarne le caratteristiche tecnologiche

  • valutarne la qualità nutrizionale

  • trasferire conoscenze alle imprese agricole

La tesi di Moi rappresenta la fase di validazione territoriale di questo progetto.

Se MonICA è la fase di:

  • selezione genetica

  • caratterizzazione di laboratorio

  • studio immunologico

la tesi di Lorenzo Moi è la fase di:

  • verifica agronomica in ambiente reale

  • misurazione delle performance produttive

  • valutazione industriale concreta

  • costruzione di filiera

In altre parole:

MonICA produce la genetica e le basi scientifiche.
Moi verifica se quella genetica funziona davvero in un territorio marginale.

3. La portata metodologica: uno studio comparato su larga scala

Uno degli elementi più rilevanti è il numero di campi:

18 campi sperimentali in Sardegna
distribuiti tra Orosei, Gavoi e altri contesti pedoclimatici

Questo consente di valutare:

  • adattabilità varietale

  • risposta a differenti suoli

  • risposta a differenti regimi pluviometrici

  • stabilità produttiva

  • suscettibilità a infestanti e malattie

È un approccio che supera la semplice parcella sperimentale controllata e si colloca in un contesto di agricoltura reale, con variabilità concreta.

Questo è un punto chiave:

È probabilmente l’unica ricerca italiana che confronta sistematicamente Monlis, ID331 e Hammurabi in campo aperto su scala plurilocale.

4. Le analisi sulle cariossidi: qualità merceologica e genetica

La tesi approfondisce parametri raramente studiati insieme nello stesso lavoro:

✔ Percentuale cariossidi vestite/nude

Fondamentale per valutare:

  • efficienza di svestitura

  • costi di lavorazione

  • resa industriale

Hammurabi emerge come varietà strategica grazie alla nudità della cariosside, confermando la validità del miglioramento genetico CREA.

✔ Peso 1000 cariossidi

Parametro chiave per:

  • potenziale produttivo

  • vigore del seme

  • efficienza di raccolta

✔ Incidenza glumelle

Indicatore della resa reale post-svestitura.

✔ SDS sedimentation e volume specifico

Parametro centrale per la qualità proteica.

Qui la tesi entra nel cuore del discorso tecnologico:

  • Il monococco presenta volumi di sedimentazione elevati

  • conferma una qualità proteica strutturalmente diversa dai frumenti moderni

Questo dato è coerente con gli studi immunologici successivi su ID331.

5. Analisi reologiche: il cuore tecnologico

La tesi include:

  • Farinografo Brabender

  • Alveografo Chopin

  • Gluten Index

  • Indice di Hagberg

  • Glutine secco

Questo è un punto cruciale:
Molti studi sul monococco si fermano alla nutrizione.
Qui invece si entra nella panificazione reale.

Risultati generali:

  • W basso

  • Gluten Index basso

  • impasti poco tenaci

  • elevato rammollimento

Ma attenzione:

Non si tratta di “difetti”, bensì di un profilo strutturale coerente con farine antiche.

La tesi dimostra che:

  • Il monococco non può essere giudicato con i parametri del frumento moderno.

  • È necessario un adattamento tecnologico (lievitazioni naturali, basse idratazioni, processi artigianali).

Questo è un contributo fondamentale.

Il progetto MonICA (2008)

by luciano

Il progetto MonICA — acronimo di Monococco per l’Innovazione Cerealicola ed Alimentare — rappresenta un punto di svolta per il rilancio scientifico e applicativo del farro monococco (Triticum monococcum) in Italia. Inserito nel Piano della Ricerca 2006 della Regione Lombardia (d.g.r. 29/03/2006 n. 2216 – Piano della ricerca 2006) e sviluppato con un partenariato pubblico-privato tra istituti di ricerca, università, cooperative e industrie alimentari*, MonICA ha avuto come finalità fondamentale non semplicemente lo studio del monococco, ma la costruzione di una filiera agricola e alimentare fondata su questo cereale antico. (Acquadolce)

Il progetto è stato condotto tra il 2006 e il 2008, con risultati sistematici in campo agronomico, tecnologico e nutrizionale, e con un forte orientamento al trasferimento delle conoscenze alle imprese agricole e alle industrie alimentari. (Acquadolce).

*Composizione del partenariato:

  • ricerca agronomica e miglioramento genetico (CRA – unità di Sant’Angelo Lodigiano; CRA – Roma),

  • scienze e tecnologie alimentari (Università degli Studi di Milano – allora DISTAM),

  • territorio e coltivazione reale (Fondazione Pianura Bresciana + cooperativa agricola/sociale “L’Antica Terra”),

  • trasformazione e prova-prodotto (Consorzio Aliment + realtà di panificazione e pasta). (acquadolce.org)

Questa architettura è ciò che rende MonICA un “rilancio” vero: non basta dire che un cereale è interessante, bisogna dimostrare che è coltivabile, lavorabile, vendibile e replicabile.

Obiettivo generale

Lo scopo dichiarato di MonICA è stato il seguente:

Sviluppare e consolidare una filiera lombarda finalizzata alla produzione di pane, pasta e prodotti da forno con farina di monococco, ad alto valore nutrizionale e con potenziale mercato sostenibile. (Acquadolce). Questo obiettivo integrava aspetti agronomici, tecnologici, nutrizionali e di mercato, con un approccio di ricerca che comprendeva sia le prove in campo sia le attività di trasformazione e produzione su scala artigianale.

Obiettivi scientifici principali

Nel dettaglio, gli obiettivi scientifici del progetto erano:

  1. Caratterizzazione agronomica pluriennale: studio dell’adattabilità delle linee di monococco in condizioni pedo-climatiche lombarde e confronto con altri ambienti, attraverso prove sperimentali di campo. (Archeobotanica)

  2. Studio compositivo e tecnologico: Analisi della composizione chimica delle farine, delle proprietà reologiche e di altri parametri funzionali rilevanti per la trasformazione in prodotti alimentari. (Archeobotanica)

  3. Analisi degli effetti della parboilizzazione: Verifica dell’impatto di questo trattamento tecnologico sulla qualità delle farine e sui prodotti finiti. (Archeobotanica)

  4. Studio di epitopi immunodominanti e potenziale tossicità/immunogenicità : caratterizzazione delle linee per presenza/assenza e distribuzione di epitopi immuno-dominanti e sequenze citotossiche e valutazione della loro tossicità/immunogenicità per i celiaci mediante test in vitro o ex vivo, nonché lo studio della distribuzione della sequenza protettiva QQPQDAVQPF e di sequenze altamente omologhe;

  5. Trasferimento tecnologico alle imprese agricole e alimentari: Formazione e supporto affinché i risultati potessero essere integrati da operatori agricoli, trasformatori e artigiani del settore alimentare. (Archeobotanica)

  6. Studio dell’evoluzione di sostanze antiossidanti (carotenoidi e tocoli) e di indici di danno termico durante fasi successive del processo di trasformazione dalla granella al prodotto finito;

  7. Caratterizzazione compositiva e nutrizionale dei prodotti ottenuti dalla trasformazione delle farine di monococco;

    Materiali sperimentati

Nel progetto MonICA furono sperimentate diverse linee/varietà avanzate di monococco, con l’obiettivo di identificarne specifiche potenzialità agronomiche e tecnologiche. Tra queste, le principali includevano:

Queste linee furono analizzate sotto il profilo della produttività in campo, delle caratteristiche delle farine, della resa tecnologica e di alcuni aspetti biologici preliminari, con particolare attenzione ai profili proteici e immunogenici. (Archeobotanica)

Approccio sperimentale e rilevanza metodologica

Il progetto non si limitò a prove di laboratorio ma fu concepito secondo un approccio multimodale che includeva:

  1. Prove agronomiche multilocali e pluriennali per verificare adattabilità, resa, resistenza a malattie e risposta alle pratiche colturali. (Archeobotanica)

  2. Analisi di composizione chimica e funzionale delle farine, incluse misure di proteine, carboidrati, pigmenti naturali come carotenoidi e tocopheroli, lipidi e altri micronutrienti. (Acquadolce)

  3. Valutazioni tecnologiche per pane, pasta e prodotti da forno, con studio delle proprietà reologiche delle farine e delle performance di panificazione/artigianato. (Archeobotanica)

  4. Test preliminari in vitro su immunogenicità e profili peptidici delle farine, con focus sulle sequenze peptide ritenute rilevanti per la celiachia. (Acquadolce)

Questa impostazione è ciò che rende MonICA un progetto “di sistema” e non una semplice raccolta di dati isolati.

Risultati integrati

Pur senza entrare nei dati numerici specifici, il progetto ha evidenziato che:

  • il monococco mostrava elevata adattabilità pedo-climatica e rusticità colturale, con minori requisiti di fertilizzazione e buona resistenza naturale alle principali patologie fungine. (Acquadolce)

  • le farine ottenute possedevano caratteristiche nutrizionali e tecnologiche interessanti, come contenuti elevati di carotenoidi e composti bioattivi rispetto a molti frumenti moderni. (Acquadolce)

  • prodotti da forno e pasta realizzati con le farine sperimentate presentavano profili sensoriali e tecnologici positivi, con potenziale applicazione su mercati artigianali e biologici. (Acquadolce)

  • prove preliminari di immunogenicità indicavano la necessità di considerare con cautela la relazione tra monococco e condizioni come la celiachia, ma fornivano un primo quadro di riferimento per studi successivi. (Archeobotanica)

Questi risultati contribuirono a posizionare il monococco non solo come “cerealetto antico” ma come materia prima con potenziale reale di filiera.

Caratteristiche delle varietà principali sperimentate

1. Monlis

“Varietà di frumento monococco denominata MONLIS del genere Triticum monococcum ottenuta da selezione genealogica entro una popolazione locale. Varietà ad habitus primaverile e ciclo medio-precoce; di taglia alta, con buona resistenza all’allettamento e alle principali malattie crittogamiche. Buona produttività di granella con qualità panificatoria buona. “ D.M. Iscrizione n. 35171 del 09-11-2006; G.U. pubblicazione n. 272 del 22-11-2006. La varietà Monlis è però immunogenica perché contenente un peptide simile al 33mer che è molto attivo nell’attivare la risposta avversa del sistema immunitario adattivo.

  • Origine: selezione genealogica ottenuta da popolazione locale.

  • Habitus: primaverile.

  • Ciclo: medio-precoce.

  • Taglia: alta.

  • Resistenza: buona contro malattie fungine.

  • Qualità panificatoria: buona per utilizzo tradizionale di panificazione.

  • Iscrizione varietale: D.M. 09-11-2006.*

  • Aspetto immunologico: contiene un peptide analogo al 33-mer del frumento tenero, noto per la sua alta immunogenicità nei soggetti celiaci; di conseguenza non è indicata per celiaci.

Questa varietà è tipicamente utilizzata come riferimento per studi agronomici e tecnologici perché ha performance solide, ma il suo profilo proteico richiede cautela nelle applicazioni legate alla celiachia e sensibilità al glutine.

2. ID331 (poi iscritta con nome Norberto)

“Varietà di farro monococco (Triticum monococcum ssp monococcum) denominata Norberto, con cariossidi vestite. Varietà ad habitus invernale e ciclo medio-tardivo; di taglia alta (100-120 cm), con buona resistenza all’allettamento e alle principali malattie fungine, compres

la fusariosi. La produttività della granella si aggira tra i 15 e i 25 q/ha. Densità di semina consigliata: 150kg/ha. L’ ambiente consigliato è l’Italia completa anche a quote di alta collina.
Decreto ministeriale d’iscrizione: n.11778 del 10-04-2017; G.U pubblicazione n. 105 del 08-05-2017.

  • Linea avanzata oggetto di numerosi studi internazionali successivi al progetto.

  • Caratteristiche agronomiche: buona rusticità, adattabile a colture a basso input e mediamente produttiva per monococco.

  • Caratteristiche nutrizionali e funzionali:

    • dimostrata altissima digeribilità nei modelli sperimentali;

    • ridotta immunotossicità dopo digestione in vitro;

    • gliadine strutturalmente diverse da quelle dei frumenti esaploidi;

    • non induce rilascio di zonulina nei modelli testati;

    • non altera la permeabilità intestinale in modelli sperimentali;

    • non provoca riorganizzazione citoscheletrica cellulare.

    • rilascia il peptide ω(105–123), associato ad azione protettiva in alcuni modelli di laboratorio.

⚠️ Importante: non è certificato per celiaci, ma mostra tollerabilità superiore rispetto ai frumenti moderni in modelli sperimentali di laboratorio.

3. Hammurabi

“Varietà di frumento monococco (Triticum monococcum) denominata Hammurabi, con cariossidi nude. Varietà ad habitus invernale e ciclo precoce; di taglia alta, con buona resistenza all’allettamento e alle principali malattie fungine. Buona produttività di granella nuda ed alto contenuto proteico. “ D.M. Iscrizione n. 20603 del 16-10-2014; G.U. pubblicazione n. 253 del 30-10-2014. “Hammurabi è una selezione della linea SAL 98-38-8-2-1, presso il CRA-SCV di S. Angelo Lodigiano. A sua volta SAL 98-38-8-2-1 deriva dall’incrocio delle linee ID3 x Mono95-2, di cui l’una dà il carattere di precocità, l’altra deriva direttamente dal T. monococcum sinskaje, accessione di monococco caratterizzata dalla nudità delle cariossid

  • Origine genetica: selezione dalla linea SAL98-38-8-2-1.

  • Habitus: invernale.

  • Ciclo: precoce.

  • Cariossidi: nude (facilità di svestitura).

  • Proteine: alto contenuto proteico.

  • Resistenza: buona contro fusariosi e allettamento.

  • Iscrizione varietale: D.M. 16-10-2014.

  • Derivazione genetica: incrocio tra ID3 (precocità) e Mono95-2 (che conferisce carattere di nudità).

  • Applicazioni:

    • facilità di trasformazione industriale e artigianale;

    • migliore efficienza di lavorazione (due fasi: svestitura e macinazione);

    • resa tecnologica favorevole per produzione di farine artigianali.

Conclusione

Il Progetto MonICA ha rappresentato una prima cerniera di riferimento per fare del monococco non solo un argomento di ricerca, ma una piattaforma di filiera reale, potenzialmente riproducibile in altri contesti territoriali. (Acquadolce)

La combinazione di prove agronomiche, analisi compositive e tecnologiche, e i primi studi immunologici costituisce ancora oggi una delle basi per comprendere come questo cereale possa inserirsi in sistemi di agricoltura biologica, filiere corte, produzioni di “grani antichi di qualità” e progetti alimentari orientati a criteri di sostenibilità e benessere. (Archeobotanica)

Nota

I contenuti sono coerenti con le fonti ufficiali del progetto MonICA – Monococco per l’Innovazione Cerealicola ed Alimentare (Regione Lombardia, Quaderni della Ricerca n. 95, ottobre 2008) e con riferimenti successivi alla letteratura sul monococco. (Acquadolce)