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Applicazione sperimentale della metodica avanzata per la produzione di impasti per pane con farine con limitata capacità di sviluppo glutinico: analisi dei risultati. (Analisi eseguita da ChatGTP)
Premessa:
La metodica qui descritta rappresenta un’evoluzione del procedimento oggetto del brevetto:
NEW METHOD FOR MAKING (FERMENTED) BAKERY PRODUCTS
Publication date: 11.04.2018 – Bulletin 2018/15
Application number: 17194677.5
EP 3 305 078 A1
Sulla base di tale impianto concettuale sono stati realizzati diversi test sperimentali utilizzando farina integrale di grano monococco macinata a pietra.
Il metodo è specificamente concepito per farine caratterizzate da:
La presentazione della presente metodica deriva da uno dei test condotti, selezionato in quanto rappresentativo della piena espressione del processo.
1. Contesto tecnologico dell’approccio
Le farine integrali ottenute da grani antichi macinati a pietra presentano caratteristiche tecnologiche profondamente differenti rispetto alle farine moderne di forza comunemente impiegate nella panificazione industriale.
La “forza” di una farina, in senso panificatorio, è legata alla capacità della frazione proteica di costruire una rete glutinica elastica, continua e resistente alla pressione dei gas fermentativi. Studi comparativi sulle specie di frumento evidenziano che, pur in presenza di un contenuto proteico totale elevato, specie antiche come il monococco possono presentare un rapporto gliadine/glutenine più alto rispetto al frumento tenero moderno.
Ne consegue una rete meno elastica e meno “portante” dal punto di vista strutturale [1] (cfr. studi comparativi pubblicati in ambito MDPI).
In termini pratici:
in altre parole, un elevato contenuto proteico non implica necessariamente la presenza di una struttura glutinica funzionale ai fini panificatori.
La ridotta capacità di tali farine di sviluppare una maglia glutinica continua ed elastica comporta:
-
difficoltà nella ritenzione dei gas prodotti durante la fermentazione;
-
limitata tolleranza alle lavorazioni meccaniche;
-
instabilità strutturale dell’impasto nelle fasi di lievitazione;
-
maggiore sensibilità ai picchi fermentativi.
Nella pratica corrente, tali criticità vengono spesso compensate mediante:
-
miscelazione con farine ad alta forza;
-
utilizzo di additivi miglioratori;
-
impiego di coadiuvanti tecnologici.
Tali interventi, pur efficaci dal punto di vista volumetrico, comportano frequentemente una riduzione delle peculiarità nutrizionali, sensoriali e identitarie delle farine di origine, oltre a modificare aspetti di digeribilità e tollerabilità.
1.1 Il caso specifico del monococco
Il Triticum monococcum rappresenta uno dei primi cereali domesticati dall’uomo ed è considerato una delle specie di frumento più antiche ancora coltivate. Rispetto ai frumenti moderni di largo impiego panificatorio, il monococco presenta caratteristiche nutrizionali e tecnologiche peculiari che ne influenzano significativamente il comportamento negli impasti.
Diversi studi hanno evidenziato come questa specie presenti spesso un contenuto proteico totale relativamente elevato; tuttavia, la funzionalità panificatoria non dipende esclusivamente dalla quantità di proteine, bensì dalla struttura e dall’organizzazione del sistema proteico del glutine.
Secondo i modelli strutturali proposti da Peter R. Shewry e Peter R. Halford (2002) e successivamente approfonditi da Herbert Wieser (2007), le proprietà reologiche degli impasti di frumento dipendono principalmente dall’interazione tra tre principali classi proteiche:
Nel monococco la distribuzione relativa di queste frazioni differisce sensibilmente rispetto al frumento tenero moderno. In particolare sono stati osservati:
-
una minore formazione di polimeri proteici ad alto peso molecolare;
-
una maggiore proporzione di proteine monomeriche;
-
una limitata capacità di generare una rete glutinica continua e strutturalmente stabile.
Dal punto di vista tecnologico ciò si traduce generalmente in impasti caratterizzati da:
Nonostante queste limitazioni strutturali, studi recenti hanno evidenziato come le prestazioni panificatorie dei grani antichi possano migliorare sensibilmente attraverso un’adeguata gestione del processo tecnologico. In particolare, tecniche basate su fermentazioni controllate, maturazioni prolungate e gestione accurata delle condizioni termiche dell’impasto possono favorire una riorganizzazione progressiva del sistema proteico e migliorare la stabilità della struttura durante la lievitazione e la cottura (Luca Cappelli et al., 2019; Gabriele Brandolini e Adriano Hidalgo, 2014).
Alla luce di queste considerazioni, il presente lavoro analizza sperimentalmente il comportamento della rete proteica del monococco durante un processo di panificazione caratterizzato da una fase di maturazione prolungata a bassa temperatura seguita da una riattivazione termica controllata dell’impasto.
2. Obiettivo di processo
Le farine integrali — in particolare quelle derivate da grani antichi come il monococco — pongono sfide tecnologiche specifiche:
-
maggiore assorbimento idrico e competizione per l’acqua;
-
interferenza della frazione cruscosa con la formazione e continuità della rete proteica;
-
variabilità fermentativa;
-
presenza di fitati e altri composti con potenziale interferenza nutrizionale.
Strategie di fermentazione indiretta e sourdough vengono comunemente impiegate per mitigare tali criticità attraverso:
-
acidificazione controllata;
-
attivazione enzimatica endogena (es. fitasi);
-
modificazione della frazione fibrosa (es. arabinoxilani);
-
sviluppo aromatico e miglioramento della conservabilità.
L’obiettivo della metodologia qui descritta è quello di:
-
introdurre un passaggio innovativo di dispersione meccanica del preimpasto in acqua fredda, con incorporazione di aria, finalizzato a migliorare l’omogeneità del sistema impasto e il contributo volumetrico durante la fase di cottura.
2. Materiali e Metodi: descrizione completa della metodica
2.1 Materia prima e frazionamento funzionale
Materia prima
La macinazione a pietra è nota per preservare integralmente le frazioni del chicco (endosperma, germe, crusca), con maggiore contenuto di composti bioattivi e fibre rispetto a farine raffinate, ma con impatto significativo sulle proprietà reologiche dell’impasto (Shewry & Hey, 2015; Hidalgo & Brandolini, 2014).
Setacciatura a 600 µm
La farina è stata interamente setacciata con maglia 600 µm, ottenendo:
Il frazionamento non ha finalità di raffinazione, ma di riorganizzazione funzionale delle componenti, al fine di modulare il carico di fibra nel preimpasto..
Distribuzione nelle fasi di processo
Considerazione metodologica
Il preimpasto non contiene solo crusca, ma è un preimpasto classico che fermenta una farina integrale resa più ricca di frazione fibrosa. Si aumenta il carico di fibra nel preimpasto, concentrando la fase più critica (arabinoxilani, fitati, frazione insolubile) nella fase fermentativa indiretta.
Nota:
A – La biga è un preimpasto secco/grezzo. Il “preimpasto” è un termine più generico che include sia metodi solidi (biga) che liquidi (come il poolish o la biga Giorilli).
B – Prefermento vs preimpasto: la biga o il preimpasto sono “fermenti” essi stessi. NON è pertanto corretto definirli pre-fermenti in quanto sono loro stessi fermenti atti alla fermentazione: la fermentazione e/o attività metabolica avviene nell’immediatezza temporale e NON dopo.
Riferimento scientifico
La concentrazione della frazione cruscosa nella fase di preimpasto è coerente con studi che mostrano come la fermentazione di frazioni ricche di crusca possa:
-
aumentare la solubilizzazione degli arabinoxilani
-
ridurre l’effetto antagonista della fibra sulla rete proteica
-
favorire l’attivazione della fitasi endogena tramite acidificazione
(Katul et al., 2019; Rizzello et al., 2010; Lopez et al., 2001).
2.2 Preimpasto (12 ore, temperatura controllata)
Ingredienti preimpasto
Composizione “effettiva” preimpasto (contabilizzando il LiCoLi)
-
Farina totale biga = 800 + 90 = 890 g
-
Acqua totale biga = 340 + 90 = 430 g
-
Idratazione reale biga = 430 / 890 = 48,3%
-
PH: 4,75
-
peso effettivo: 1321gr.
Fermentazione
Controllo termico
La temperatura iniziale del preimpasto non deve superare 18 °C per evitare l’ingresso precoce nella fase esponenziale di crescita del lievito.
Nel test (02/03/2026; T ambiente 21 °C):
In estate, l’acqua può scendere fino a 2 °C e la farina anche a 5C° per mantenere il vincolo termico.
Razionale tecnologico
Un preimpasto al 48% su farina ad alta crusca genera una matrice:
Condizione coerente con una fermentazione più lenta e strutturata (Gobbetti et al., 1994).
L’acidificazione (pH 4,75 circa) rientra nell’intervallo favorevole all’attivazione della fitasi endogena del grano, responsabile della riduzione dei fitati (Lopez et al., 2001; Leenhardt et al., 2005).
Nota strutturale: con 48% di idratazione su farina ad alta crusca, il preimpasto risulta coerentemente “pastoso/compatto”: ciò favorisce fermentazione più lenta e strutturata e riduce il rischio di lievitazioni rapide e ingestibili, ma rende più difficile l’incorporazione diretta nell’impasto finale.
2.3 Li.Co.Li. (lievito in coltura liquida)
Il Li.Co.Li è realizzato con la stessa farina integrale di grano monococco.
Rinfresco
Rapporto 1:1:1
(es. 50 g lievito + 50 g acqua + 50 g farina)
Fermentazione:
Scelta della stessa farina
Nella pratica corrente si utilizzano spesso farine forti per la gestione della pasta madre. In questo protocollo si utilizza la stessa farina integrale di monococco per:
-
evitare l’introduzione di glutine forte esterno
-
mantenere coerenza proteica del sistema
-
non alterare il profilo reologico del prodotto finale
Funzione del Li.Co.Li nel sistema
Nel presente protocollo il LiCoLi:
La letteratura mostra che la fermentazione sourdough:
-
favorisce idrolisi proteica parziale
-
riduce fitati
-
aumenta solubilità di minerali
-
modifica la struttura degli arabinoxilani
(Rizzello et al., 2010; Gänzle, 2014).
L’uso di farina integrale nel Li.Co.Li aumenta disponibilità di substrati fermentescibili e composti bioattivi, sostenendo un microbiota più diversificato (Gobbetti et al., 2016).
2.4 Impasto finale: ingredienti nominali (senza preimpasto)
Ingredienti impasto finale
Temperatura acqua: 4 °C
Temperatura farina: 7 °C
pH finale impasto: 5,25
Temperatura impasto: 16,2 °C
Tempo totale preparazione: 30 min. circa
Tempo dispersione biga: 5 min. circa
Peso totale impasto: 3117 g
2.5 Bilancio complessivo di impasto (preimpasto + impasto finale)
Farina totale sistema
Acqua totale sistema
Idratazione totale reale
Baker’s % (su farina totale = 100%)
-
Acqua: 57,7%
-
Olio EVO: 72/1890 = 3,8%
-
Sale: 30/1890 = 1,6% (va unito alla farina)
-
Malto: 22/1890 = 1,2%
-
Lievito compresso totale: (3+4)/1890 = 0,37%
-
Li.Co.Li (peso totale): 180/1890 = 9,5% (nota: già incluso nel bilancio farina+acqua)
In questo test: temperatura acqua 4C°; temperatura farina 7C°; pH a fine imposto: 5,25; Temperatura impasto prima del riposo: 16,2C°; tempo totale preparazione impasto 30 minuti; tempo per sciogliere impasto 5 minuti; temperatura biga sciolta: 16,2C°. Peso impasto: 3117 (diviso in due per fare due test cottura separati; inoltre il primo impasto uscirà da cella dopo 24 ore a 5 C° circa; II impasto 4 ore dopo).
Nota importante:
L’impasto dopo la preparazione nell’impastatrice viene messo su spianatoia leggermente unta con olio ( NON con farina di spolvero) per essere divisa in due parti.
2.6 Il ruolo dell’olio (extravergine). L’olio in un impasto per pane migliora notevolmente la consistenza e la conservabilità, rendendo la mollica più soffice, elastica e profumata. Agisce come lubrificante naturale, favorisce un’alveolatura regolare e aumenta la durata del pane (conservazione) trattenendo l’umidità.
L’olio in impasti a glutine debole svolge una importante funzione strutturale oltre che sensoriale.
Effetti documentati:
-
riduzione dell’attrito tra proteine
-
aumento estensibilità
-
miglioramento della morbidezza della mollica
-
rallentamento del raffermamento tramite interazione con amido
(Cauvain & Young, 2007; Primo-Martín et al., 2006).
In farine deboli, la presenza di lipidi può contribuire a stabilizzare la struttura alveolare agendo come plastificante della matrice proteica.
2.7 Il ruolo del malto Il malto agisce nell’impasto del pane come un miglioratore naturale. Ricco di enzimi, scompone gli amidi in zuccheri semplici, nutrendo il lievito costantemente, migliorando la fermentazione, aumentando il volume e conferendo una crosta più dorata e croccante.
Il malto apporta enzimi amilasici che:
-
idrolizzano amido → maltosio e zuccheri fermentescibili
-
sostengono nutrizione del lievito
-
aumentano produzione CO₂
-
favoriscono colorazione della crosta (reazione di Maillard)
(Lynch et al., 2009).
In farine deboli, l’equilibrio è delicato: eccesso di attività amilasica può indebolire ulteriormente la struttura, mentre dosaggi controllati migliorano la fermentazione senza compromettere stabilità.
Il malto Diastasico è un malto cha ha un’elevata concentrazione di questi enzimi e che è quindi capace di scomporre gli amidi e produrre zuccheri semplici (maltosio e malto-destrine) . E molto attivo …. con il monococco è necessaria una riflessioe e …tests di controllo.
Riferimenti
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Geisslitz et al., 2019 – composizione proteica einkorn
-
Lopez et al., 2001 – phytate reduction sourdough
-
Leenhardt et al., 2005 – fitasi endogena
-
Rizzello et al., 2010 – fermentazione e bioattività
-
Gänzle, 2014 – sourdough microbiology
-
Cauvain & Young, 2007 – bakery technology
-
Primo-Martín et al., 2006 – lipid–starch interactions
-
Lynch et al., 2009 – malt enzymes and fermentation
3. Innovazione di processo: dispersione idrica e “aerazione controllata” del preimpasto
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