Header Image - Gluten Light
Gallery

Magazine

La scienza dietro pane e pizza (I parte)

by luciano

Biochimica, reologia e microbiologia della fermentazione e della matrice amido-proteica

Il presente testo analizza i fondamenti biochimici, reologici e microbiologici alla base della produzione di pane e pizza. Vengono esaminati il ruolo delle proteine del glutine (gliadine e glutenine), i sistemi fermentativi (lievito di birra e pasta acida), le variabili di dosaggio e tempo e le metodiche di impasto diretto e indiretto. L’approccio adottato è di tipo tecnologico-funzionale, con particolare attenzione alle implicazioni strutturali, aromatiche, digestive e di conservabilità del prodotto finito.

Capitolo I – Architettura proteica dell’impasto: gliadine, glutenine e maglia glutinica

Quando impastiamo farina e acqua, non stiamo solo mescolando ingredienti: stiamo attivando un sistema proteico complesso che determina struttura, consistenza e risultato finale. Alla base di tutto c’è il glutine, una rete tridimensionale che nasce dall’interazione tra due famiglie di proteine del grano: gliadine e glutenine. Capire il loro equilibrio significa comprendere perché un impasto per pizza si stende facilmente mentre quello per pane deve sostenere una struttura alta e alveolata.

1️⃣ La maglia glutinica: un equilibrio dinamico

Il glutine non esiste “già formato” nella farina. Si crea quando:

Glutenina + Gliadina + Acqua + Impastamento = Maglia glutinica

L’acqua idrata le proteine, l’energia meccanica dell’impastamento le fa interagire, e si forma una rete elastica capace di intrappolare i gas della lievitazione. Ma le due proteine svolgono ruoli diversi e complementari.

2️⃣ Il ruolo delle glutenine: forza ed elasticità

Glutenine – Effetti strutturali

Le glutenine conferiscono

Elasticità (capacità di tornare alla forma iniziale)

Tenacità (resistenza alla deformazione)

Struttura

Un impasto ricco di glutenine

È più resistente

Trattiene meglio i gas

Sviluppa volume in altezza

Se sono eccessive

Troppo tenace

Difficile da stendere

Effetto “molla”

3️⃣ Il ruolo delle gliadine: estensibilità e viscosità

Le gliadine sono responsabili di:

  • Estensibilità (capacità di allungarsi senza strapparsi)

  • Malleabilità

  • Viscosità

Grazie alle gliadine, l’impasto:

  • Si stende facilmente

  • Non si lacera durante la lavorazione

  • Mantiene una buona lavorabilità

Se prevalgono troppo, però, l’impasto:

  • Diventa molle

  • Si “siede”

  • Fatica a mantenere la forma

4️⃣ Pizza: serve estensibilità

Nel caso della pizza, l’obiettivo è ottenere un disco sottile che:

  • Si stenda facilmente

  • Non si strappi

  • Non torni indietro durante la formatura

L’estensibilità è quindi fondamentale. Un impasto troppo ricco di glutenine sarebbe “gommoso” e difficile da aprire.

Per questo le farine per pizza (spesso di grano tenero) sono progettate per avere:

  • Un buon equilibrio tra forza ed estensibilità

  • Un rapporto P/L (tenacità/estensibilità) equilibrato o leggermente spostato verso l’estensibilità

Se l’impasto è troppo tenace, si può intervenire con:

  • Maggiore maturazione (riposo più lungo)

  • Aumento dell’idratazione

  • Scelta di una farina con P/L più basso

In sintesi: più estensibilità = stesura facile e buona alveolatura.

5️⃣ Pane: serve forza strutturale

Perché il pane ha bisogno di più glutenine?

Il pane ha un obiettivo diverso: svilupparsi in altezza e sostenere una struttura interna ricca di alveoli.

Qui entrano in gioco:

  • Elasticità

  • Tenuta strutturale

  • Capacità di trattenere i gas della fermentazione

Un impasto per pane necessita quindi di una maglia glutinica più robusta, con una componente maggiore di glutenine.

Se prevalgono troppo le gliadine:

  • L’impasto diventa debole

  • Si allarga invece di crescere

  • Il pane risulta basso e poco strutturato

In sintesi: più glutenine = più forza e sviluppo verticale.

6️⃣ L’equilibrio è la chiave

Il punto fondamentale non è “quale proteina è migliore”, ma il loro rapporto.

  • Troppa glutenina → impasto tenace, duro da stendere

  • Troppa gliadina → impasto molle e poco stabile

  • Equilibrio corretto → struttura elastica ed estensibile

La differenza tra pizza e pane sta proprio in questo bilanciamento:

Prodotto

Caratteristica dominante

Rapporto proteico

Pizza

Estensibilità

Buona presenza di gliadine

Pane

Forza ed elasticità

Maggiore componente di glutenine

7️⃣ In conclusione

  • Pizza → più estensibilità (gliadine)

  • Pane → più forza ed elasticità (glutenine)

La qualità di un impasto non dipende solo dalla quantità di proteine, ma dalla loro interazione, dalla lavorazione, dall’idratazione e dai tempi di maturazione. Ogni volta che stendiamo una pizza o modelliamo un pane, stiamo lavorando con un delicato equilibrio molecolare: una vera architettura proteica che trasforma farina e acqua in una struttura viva, elastica ed estensibile.

Capitolo II – Fermentazione in panificazione e pizzeria professionale

Ruolo del lievito di birra e della pasta acida, quantità, tempo e metodiche di impasto

1. Introduzione

La fermentazione rappresenta il cuore biologico e tecnologico della panificazione e della pizzeria professionale. Non si limita alla produzione di gas per l’aumento di volume dell’impasto, ma determina in modo profondo:

  • Struttura meccanica

  • Estensibilità

  • Alveolatura

  • Profilo aromatico

  • Digeribilità

  • Conservabilità

Il professionista non gestisce semplicemente una “lievitazione”, ma un processo biochimico complesso in cui interagiscono:

  • Microrganismi

  • Enzimi endogeni della farina

  • Proteine del glutine

  • Amidi

  • Tempo

  • Temperatura

Questo capitolo analizza in modo sistematico il ruolo del lievito di birra e della pasta acida, l’influenza del dosaggio e del tempo fermentativo, e l’impatto delle metodiche (impasto diretto e indiretto con biga) sul prodotto finito.

2. Il ruolo del lievito di birra

2.1 Natura microbiologica

Il lievito di birra è costituito prevalentemente da Saccharomyces cerevisiae, microrganismo unicellulare capace di metabolizzare gli zuccheri semplici presenti nell’impasto.

La fermentazione alcolica produce:

  • Anidride carbonica (CO₂)

  • Etanolo

  • Metaboliti secondari (esteri, alcoli superiori, aldeidi)

La CO₂ viene trattenuta dalla maglia glutinica e genera l’aumento di volume.

2.2 Effetti tecnologici

Il lievito di birra:

  • Fornisce gas per lo sviluppo strutturale

  • Stimola l’attività enzimatica indirettamente

  • Influenza il ritmo fermentativo

  • Determina parte del profilo aromatico

Non modifica significativamente il pH dell’impasto (acidità limitata), pertanto l’effetto sulla struttura proteica è principalmente meccanico e fermentativo, non acidificante.

3. Il ruolo della pasta acida

3.1 Natura microbiologica

La pasta acida è un ecosistema composto da:

  • Lieviti selvaggi

  • Batteri lattici (omo- ed eterofermentanti)

Questi microrganismi producono:

  • CO₂

  • Acido lattico

  • Acido acetico

  • Enzimi proteolitici

  • Composti aromatici complessi

3.2 Effetti tecnologici

L’attività combinata di lieviti e batteri

L’attività combinata di lieviti e batteri determina L’acidità controllata di lieviti e batteri influenza direttamente

Acidificazione progressiva (riduzione del pH)

Elasticità

Modifica della struttura del glutine

Estensibilità

Attivazione di proteasi

Conservabilità

Migliore stabilità microbiologica

Profondità aromatica

4. Quantità e tempo: principi generali

4.1 Relazione tra dosaggio e velocità

La quantità di agente fermentante regola:

  • Velocità di produzione di CO₂

  • Intensità metabolica

  • Durata del processo

Principio fondamentale:

  • Più lievito → fermentazione rapida

  • Meno lievito → fermentazione lenta

Tuttavia, la velocità non coincide con la maturazione.

4.2 Il tempo come variabile chiave

Il tempo consente:

  • Degradazione enzimatica degli amidi (amilasi)

  • Parziale idrolisi proteica

  • Riorganizzazione della rete glutinica

  • Formazione di metaboliti aromatici

Una fermentazione breve può produrre volume, ma non necessariamente maturazione strutturale e biochimica.

5. Effetti sulla digeribilità

5.1 Definizione tecnica

Per digeribilità si intende:

  • Riduzione del carico fermentabile intestinale

  • Parziale predigestione di amidi e proteine

  • Migliore organizzazione strutturale della mollica

Non implica assenza di glutine, ma trasformazione biochimica più avanzata.

5.2 Lievito di birra

Dosaggio Lievito di Birra

Dosaggio alto + tempo breve Dosaggio basso + tempo lungo

Maturazione limitata

Maggiore maturazione

Minore attività enzimatica

Migliore degradazione enzimatica

Maggiore presenza di zuccheri residui

Impasto biochimicamente evoluto

Possibile sensazione di pesantezza

Sensazione di maggiore leggerezza

5.3 Pasta acida

La fermentazione con pasta acida determina:

  • Riduzione progressiva del pH (acidificazione controllata)

  • Incremento dell’attività proteolitica (enzimi endogeni + attività microbica)

  • Parziale idrolisi delle proteine del glutine

  • Maggiore degradazione degli zuccheri fermentabili

  • Modificazione delle proprietà reologiche della maglia glutinica

Effetti tecnologici e fisiologici misurabili

Le fermentazioni prolungate con pasta acida comportano:

  • Riduzione del contenuto di carboidrati fermentabili residui

  • Parziale predigestione proteica

  • Migliore organizzazione strutturale della mollica

  • Rallentamento della risposta glicemica rispetto a fermentazioni brevi

  • Maggiore stabilità microbiologica del prodotto

L’insieme di questi fattori può determinare:

  • Riduzione del carico fermentativo intestinale

  • Minore produzione di gas a livello intestinale rispetto a impasti a fermentazione rapida

La risposta fisiologica individuale può variare in funzione di condizioni personali, ma i meccanismi biochimici sopra descritti sono oggettivamente misurabili.

6. Effetti su pizza e pane

6.1 Pizza

Obiettivi strutturali

Obiettivi strutturali

Elevata estensibilità

Assenza di effetto “molla”

Cornicione alveolato

Scioglievolezza

Strategia tipica

Dosaggio molto basso di lievito

Maturazione lunga (24–72 ore)

Controllo della temperatura

Risultati

Maggiore estensibilità

Aroma più complesso

Minore sensazione di gonfiore

6.2 Pane

Obiettivi strutturali

Obiettivi strutturali generali

Sviluppo verticale

Stabilità della mollica

Conservabilità

Obiettivi con lievito di birra

Struttura regolare

Aroma delicato

Obiettivi con pasta acida

Alveolatura irregolare

Crosta spessa

Aroma profondo

Maggiore shelf life

Il frumento monococco in Sardegna: una ricerca sistemica che consolida il progetto MonICA (Lorenzo Moi)

by luciano

1. Una tesi che supera il livello accademico

La tesi di Lorenzo Moi non è un semplice studio agronomico locale.
È uno dei rarissimi esempi — e probabilmente l’unico lavoro organico italiano — in cui il Triticum monococcum viene analizzato:

  • in 18 campi sperimentali reali

  • su tre varietà migliorate (Monlis, ID331, Hammurabi)

  • con confronto diretto con Senatore Cappelli

  • integrando:

    • rilievi agronomici

    • analisi reologiche

    • analisi biochimiche

    • valutazioni tecnologiche

    • prove di trasformazione in pasta

    • studio della filiera territoriale

Questa integrazione rende il lavoro un ponte operativo tra ricerca genetica (CREA) e applicazione territoriale, inserendosi pienamente nel solco del progetto MonICA.

2. Il collegamento strutturale con il progetto MonICA

Il progetto MonICA (Monococco Italiano per la Costruzione di una filiera Alimentare) nasce per:

  • selezionare linee agronomicamente valide

  • studiarne le caratteristiche tecnologiche

  • valutarne la qualità nutrizionale

  • trasferire conoscenze alle imprese agricole

La tesi di Moi rappresenta la fase di validazione territoriale di questo progetto.

Se MonICA è la fase di:

  • selezione genetica

  • caratterizzazione di laboratorio

  • studio immunologico

la tesi di Lorenzo Moi è la fase di:

  • verifica agronomica in ambiente reale

  • misurazione delle performance produttive

  • valutazione industriale concreta

  • costruzione di filiera

In altre parole:

MonICA produce la genetica e le basi scientifiche.
Moi verifica se quella genetica funziona davvero in un territorio marginale.

3. La portata metodologica: uno studio comparato su larga scala

Uno degli elementi più rilevanti è il numero di campi:

18 campi sperimentali in Sardegna
distribuiti tra Orosei, Gavoi e altri contesti pedoclimatici

Questo consente di valutare:

  • adattabilità varietale

  • risposta a differenti suoli

  • risposta a differenti regimi pluviometrici

  • stabilità produttiva

  • suscettibilità a infestanti e malattie

È un approccio che supera la semplice parcella sperimentale controllata e si colloca in un contesto di agricoltura reale, con variabilità concreta.

Questo è un punto chiave:

È probabilmente l’unica ricerca italiana che confronta sistematicamente Monlis, ID331 e Hammurabi in campo aperto su scala plurilocale.

4. Le analisi sulle cariossidi: qualità merceologica e genetica

La tesi approfondisce parametri raramente studiati insieme nello stesso lavoro:

✔ Percentuale cariossidi vestite/nude

Fondamentale per valutare:

  • efficienza di svestitura

  • costi di lavorazione

  • resa industriale

Hammurabi emerge come varietà strategica grazie alla nudità della cariosside, confermando la validità del miglioramento genetico CREA.

✔ Peso 1000 cariossidi

Parametro chiave per:

  • potenziale produttivo

  • vigore del seme

  • efficienza di raccolta

✔ Incidenza glumelle

Indicatore della resa reale post-svestitura.

✔ SDS sedimentation e volume specifico

Parametro centrale per la qualità proteica.

Qui la tesi entra nel cuore del discorso tecnologico:

  • Il monococco presenta volumi di sedimentazione elevati

  • conferma una qualità proteica strutturalmente diversa dai frumenti moderni

Questo dato è coerente con gli studi immunologici successivi su ID331.

5. Analisi reologiche: il cuore tecnologico

La tesi include:

  • Farinografo Brabender

  • Alveografo Chopin

  • Gluten Index

  • Indice di Hagberg

  • Glutine secco

Questo è un punto cruciale:
Molti studi sul monococco si fermano alla nutrizione.
Qui invece si entra nella panificazione reale.

Risultati generali:

  • W basso

  • Gluten Index basso

  • impasti poco tenaci

  • elevato rammollimento

Ma attenzione:

Non si tratta di “difetti”, bensì di un profilo strutturale coerente con farine antiche.

La tesi dimostra che:

  • Il monococco non può essere giudicato con i parametri del frumento moderno.

  • È necessario un adattamento tecnologico (lievitazioni naturali, basse idratazioni, processi artigianali).

Questo è un contributo fondamentale.

Il progetto MonICA (2008)

by luciano

Il progetto MonICA — acronimo di Monococco per l’Innovazione Cerealicola ed Alimentare — rappresenta un punto di svolta per il rilancio scientifico e applicativo del farro monococco (Triticum monococcum) in Italia. Inserito nel Piano della Ricerca 2006 della Regione Lombardia (d.g.r. 29/03/2006 n. 2216 – Piano della ricerca 2006) e sviluppato con un partenariato pubblico-privato tra istituti di ricerca, università, cooperative e industrie alimentari*, MonICA ha avuto come finalità fondamentale non semplicemente lo studio del monococco, ma la costruzione di una filiera agricola e alimentare fondata su questo cereale antico. (Acquadolce)

Il progetto è stato condotto tra il 2006 e il 2008, con risultati sistematici in campo agronomico, tecnologico e nutrizionale, e con un forte orientamento al trasferimento delle conoscenze alle imprese agricole e alle industrie alimentari. (Acquadolce).

*Composizione del partenariato:

  • ricerca agronomica e miglioramento genetico (CRA – unità di Sant’Angelo Lodigiano; CRA – Roma),

  • scienze e tecnologie alimentari (Università degli Studi di Milano – allora DISTAM),

  • territorio e coltivazione reale (Fondazione Pianura Bresciana + cooperativa agricola/sociale “L’Antica Terra”),

  • trasformazione e prova-prodotto (Consorzio Aliment + realtà di panificazione e pasta). (acquadolce.org)

Questa architettura è ciò che rende MonICA un “rilancio” vero: non basta dire che un cereale è interessante, bisogna dimostrare che è coltivabile, lavorabile, vendibile e replicabile.

Obiettivo generale

Lo scopo dichiarato di MonICA è stato il seguente:

Sviluppare e consolidare una filiera lombarda finalizzata alla produzione di pane, pasta e prodotti da forno con farina di monococco, ad alto valore nutrizionale e con potenziale mercato sostenibile. (Acquadolce). Questo obiettivo integrava aspetti agronomici, tecnologici, nutrizionali e di mercato, con un approccio di ricerca che comprendeva sia le prove in campo sia le attività di trasformazione e produzione su scala artigianale.

Obiettivi scientifici principali

Nel dettaglio, gli obiettivi scientifici del progetto erano:

  1. Caratterizzazione agronomica pluriennale: studio dell’adattabilità delle linee di monococco in condizioni pedo-climatiche lombarde e confronto con altri ambienti, attraverso prove sperimentali di campo. (Archeobotanica)

  2. Studio compositivo e tecnologico: Analisi della composizione chimica delle farine, delle proprietà reologiche e di altri parametri funzionali rilevanti per la trasformazione in prodotti alimentari. (Archeobotanica)

  3. Analisi degli effetti della parboilizzazione: Verifica dell’impatto di questo trattamento tecnologico sulla qualità delle farine e sui prodotti finiti. (Archeobotanica)

  4. Studio di epitopi immunodominanti e potenziale tossicità/immunogenicità : caratterizzazione delle linee per presenza/assenza e distribuzione di epitopi immuno-dominanti e sequenze citotossiche e valutazione della loro tossicità/immunogenicità per i celiaci mediante test in vitro o ex vivo, nonché lo studio della distribuzione della sequenza protettiva QQPQDAVQPF e di sequenze altamente omologhe;

  5. Trasferimento tecnologico alle imprese agricole e alimentari: Formazione e supporto affinché i risultati potessero essere integrati da operatori agricoli, trasformatori e artigiani del settore alimentare. (Archeobotanica)

  6. Studio dell’evoluzione di sostanze antiossidanti (carotenoidi e tocoli) e di indici di danno termico durante fasi successive del processo di trasformazione dalla granella al prodotto finito;

  7. Caratterizzazione compositiva e nutrizionale dei prodotti ottenuti dalla trasformazione delle farine di monococco;

    Materiali sperimentati

Nel progetto MonICA furono sperimentate diverse linee/varietà avanzate di monococco, con l’obiettivo di identificarne specifiche potenzialità agronomiche e tecnologiche. Tra queste, le principali includevano:

Queste linee furono analizzate sotto il profilo della produttività in campo, delle caratteristiche delle farine, della resa tecnologica e di alcuni aspetti biologici preliminari, con particolare attenzione ai profili proteici e immunogenici. (Archeobotanica)

Approccio sperimentale e rilevanza metodologica

Il progetto non si limitò a prove di laboratorio ma fu concepito secondo un approccio multimodale che includeva:

  1. Prove agronomiche multilocali e pluriennali per verificare adattabilità, resa, resistenza a malattie e risposta alle pratiche colturali. (Archeobotanica)

  2. Analisi di composizione chimica e funzionale delle farine, incluse misure di proteine, carboidrati, pigmenti naturali come carotenoidi e tocopheroli, lipidi e altri micronutrienti. (Acquadolce)

  3. Valutazioni tecnologiche per pane, pasta e prodotti da forno, con studio delle proprietà reologiche delle farine e delle performance di panificazione/artigianato. (Archeobotanica)

  4. Test preliminari in vitro su immunogenicità e profili peptidici delle farine, con focus sulle sequenze peptide ritenute rilevanti per la celiachia. (Acquadolce)

Questa impostazione è ciò che rende MonICA un progetto “di sistema” e non una semplice raccolta di dati isolati.

Risultati integrati

Pur senza entrare nei dati numerici specifici, il progetto ha evidenziato che:

  • il monococco mostrava elevata adattabilità pedo-climatica e rusticità colturale, con minori requisiti di fertilizzazione e buona resistenza naturale alle principali patologie fungine. (Acquadolce)

  • le farine ottenute possedevano caratteristiche nutrizionali e tecnologiche interessanti, come contenuti elevati di carotenoidi e composti bioattivi rispetto a molti frumenti moderni. (Acquadolce)

  • prodotti da forno e pasta realizzati con le farine sperimentate presentavano profili sensoriali e tecnologici positivi, con potenziale applicazione su mercati artigianali e biologici. (Acquadolce)

  • prove preliminari di immunogenicità indicavano la necessità di considerare con cautela la relazione tra monococco e condizioni come la celiachia, ma fornivano un primo quadro di riferimento per studi successivi. (Archeobotanica)

Questi risultati contribuirono a posizionare il monococco non solo come “cerealetto antico” ma come materia prima con potenziale reale di filiera.

Caratteristiche delle varietà principali sperimentate

1. Monlis

“Varietà di frumento monococco denominata MONLIS del genere Triticum monococcum ottenuta da selezione genealogica entro una popolazione locale. Varietà ad habitus primaverile e ciclo medio-precoce; di taglia alta, con buona resistenza all’allettamento e alle principali malattie crittogamiche. Buona produttività di granella con qualità panificatoria buona. “ D.M. Iscrizione n. 35171 del 09-11-2006; G.U. pubblicazione n. 272 del 22-11-2006. La varietà Monlis è però immunogenica perché contenente un peptide simile al 33mer che è molto attivo nell’attivare la risposta avversa del sistema immunitario adattivo.

  • Origine: selezione genealogica ottenuta da popolazione locale.

  • Habitus: primaverile.

  • Ciclo: medio-precoce.

  • Taglia: alta.

  • Resistenza: buona contro malattie fungine.

  • Qualità panificatoria: buona per utilizzo tradizionale di panificazione.

  • Iscrizione varietale: D.M. 09-11-2006.*

  • Aspetto immunologico: contiene un peptide analogo al 33-mer del frumento tenero, noto per la sua alta immunogenicità nei soggetti celiaci; di conseguenza non è indicata per celiaci.

Questa varietà è tipicamente utilizzata come riferimento per studi agronomici e tecnologici perché ha performance solide, ma il suo profilo proteico richiede cautela nelle applicazioni legate alla celiachia e sensibilità al glutine.

2. ID331 (poi iscritta con nome Norberto)

“Varietà di farro monococco (Triticum monococcum ssp monococcum) denominata Norberto, con cariossidi vestite. Varietà ad habitus invernale e ciclo medio-tardivo; di taglia alta (100-120 cm), con buona resistenza all’allettamento e alle principali malattie fungine, compres

la fusariosi. La produttività della granella si aggira tra i 15 e i 25 q/ha. Densità di semina consigliata: 150kg/ha. L’ ambiente consigliato è l’Italia completa anche a quote di alta collina.
Decreto ministeriale d’iscrizione: n.11778 del 10-04-2017; G.U pubblicazione n. 105 del 08-05-2017.

  • Linea avanzata oggetto di numerosi studi internazionali successivi al progetto.

  • Caratteristiche agronomiche: buona rusticità, adattabile a colture a basso input e mediamente produttiva per monococco.

  • Caratteristiche nutrizionali e funzionali:

    • dimostrata altissima digeribilità nei modelli sperimentali;

    • ridotta immunotossicità dopo digestione in vitro;

    • gliadine strutturalmente diverse da quelle dei frumenti esaploidi;

    • non induce rilascio di zonulina nei modelli testati;

    • non altera la permeabilità intestinale in modelli sperimentali;

    • non provoca riorganizzazione citoscheletrica cellulare.

    • rilascia il peptide ω(105–123), associato ad azione protettiva in alcuni modelli di laboratorio.

⚠️ Importante: non è certificato per celiaci, ma mostra tollerabilità superiore rispetto ai frumenti moderni in modelli sperimentali di laboratorio.

3. Hammurabi

“Varietà di frumento monococco (Triticum monococcum) denominata Hammurabi, con cariossidi nude. Varietà ad habitus invernale e ciclo precoce; di taglia alta, con buona resistenza all’allettamento e alle principali malattie fungine. Buona produttività di granella nuda ed alto contenuto proteico. “ D.M. Iscrizione n. 20603 del 16-10-2014; G.U. pubblicazione n. 253 del 30-10-2014. “Hammurabi è una selezione della linea SAL 98-38-8-2-1, presso il CRA-SCV di S. Angelo Lodigiano. A sua volta SAL 98-38-8-2-1 deriva dall’incrocio delle linee ID3 x Mono95-2, di cui l’una dà il carattere di precocità, l’altra deriva direttamente dal T. monococcum sinskaje, accessione di monococco caratterizzata dalla nudità delle cariossid

  • Origine genetica: selezione dalla linea SAL98-38-8-2-1.

  • Habitus: invernale.

  • Ciclo: precoce.

  • Cariossidi: nude (facilità di svestitura).

  • Proteine: alto contenuto proteico.

  • Resistenza: buona contro fusariosi e allettamento.

  • Iscrizione varietale: D.M. 16-10-2014.

  • Derivazione genetica: incrocio tra ID3 (precocità) e Mono95-2 (che conferisce carattere di nudità).

  • Applicazioni:

    • facilità di trasformazione industriale e artigianale;

    • migliore efficienza di lavorazione (due fasi: svestitura e macinazione);

    • resa tecnologica favorevole per produzione di farine artigianali.

Conclusione

Il Progetto MonICA ha rappresentato una prima cerniera di riferimento per fare del monococco non solo un argomento di ricerca, ma una piattaforma di filiera reale, potenzialmente riproducibile in altri contesti territoriali. (Acquadolce)

La combinazione di prove agronomiche, analisi compositive e tecnologiche, e i primi studi immunologici costituisce ancora oggi una delle basi per comprendere come questo cereale possa inserirsi in sistemi di agricoltura biologica, filiere corte, produzioni di “grani antichi di qualità” e progetti alimentari orientati a criteri di sostenibilità e benessere. (Archeobotanica)

Nota

I contenuti sono coerenti con le fonti ufficiali del progetto MonICA – Monococco per l’Innovazione Cerealicola ed Alimentare (Regione Lombardia, Quaderni della Ricerca n. 95, ottobre 2008) e con riferimenti successivi alla letteratura sul monococco. (Acquadolce)

Cibo non digerito e infiammazione intestinale -II parte- aggiornamento 24-02-2026

by luciano

Note riassuntive – Punti salienti della ricerca

6. Dieta infiammatoria vs antinfiammatoria

Come mostrato nella Figura 3, la dieta occidentale, ad alto contenuto energetico, è tipicamente pro-infiammatoria, ricca di grassi animali saturi, carni rosse, patatine fritte, snack e margarine (acidi grassi trans), bevande zuccherate e zuccheri semplici, sale, cibi lavorati e condimenti elaborati. La dieta occidentale è spesso associata a uno stile di vita sedentario ed è caratterizzata dalla scarsità di fibre. Anche l’assunzione di alcol e il fumo sono pro-infiammatorie.

In sintesi:

Dieta pro-infiammatoria

  • carni rosse

  • grassi saturi

  • zuccheri semplici

  • alimenti ultra-processati

  • sedentarietà

  • alcol e fumo

Dieta antinfiammatoria

  • verdura

  • frutta

  • legumi

  • cereali integrali

  • pesce (omega-3)

  • olio extravergine di oliva

  • spezie

  • polifenoli

  • prebiotici e probiotici

Gli alimenti trasformati sono pro-infiammatori perché possono contenere diversi metalli chimici aggiunti, pesticidi, aromi artificiali, coloranti, erbicidi e conservanti, che hanno effetti deleteri sugli emulsionanti, antibiotici e, inoltre, metalli pesanti, microbiota e vitamine. Additivi: aromi artificiali, coloranti, conservanti, emulsionanti, antibiotici e, inoltre, alti livelli di vitamina D. Pesticidi ed erbicidi, che hanno effetti deleteri sul microbiota intestinale e sui livelli di vitamina D.

La Figura 4 mostra i fattori attivi della dieta antinfiammatoria, principalmente vegetariana e ricca di fibre. Questa dieta, dieta, che è intesa come essere povera di pane e caseinati, caseinati, si basa sull’assunzione di verdura, frutta, verdura. La Figura 4 mostra i fattori attivi della dieta antinfiammatoria, principalmente vegetariana e ricca di funghi, legumi, pesce, molluschi, crostacei, pasta integrale, cioccolato fondente, yogurt magro, frutta, funghi, legumi, pesce, molluschi, crostacei, pasta integrale, cioccolato fondente, fibre magre. Questa dieta, che è intesa come essere povera di pane e caseinati, si basa sull’assunzione di verdura, yogurt, spezie, spezie, olio extravergine di oliva, olio di caffè, caffè e thé.

Figura 4. Fattori dietetici antinfiammatori. I fattori intrinseci sono quelli che svolgono un ruolo nel nostro metabolismo. Includono: omega-3 (PUFA n-3), presenti nell’olio di pesce; vitamine A e D, B12, PP, E e C; oligoelementi come magnesio, zinco e selenio; vitamine A e D, B12, PP, E e C; oligoelementi come magnesio, zinco e selenio; presenti nel metabolismo tiolico. acidi come: acido alfa-lipoico omega-3 (ALA), N-acetil cisteina polinsaturi a catena lunga e glutatione. acidi grassi I fattori estrinseci sono oligoelementi come magnesio, zinco e selenio; l’olio di pesce; polifenoli, vitamine A e fitochimici D, B12, PP, E e C presenti nelle verdure: hanno proprietà antinfiammatorie e regolano positivamente il catabolismo, ma sono riconosciuti dal nostro metabolismo come molecole “estranee”. Tuttavia, come mostrato di seguito, rappresentano una fonte di cibo per il microbiota intestinale. Prebiotici e probiotici sono citati qui per la loro azione antinfiammatoria, ma i loro effetti si esercitano principalmente attraverso il microbiota intestinale.

7. Cos’è il cibo e perché deve essere digerito

Essendo di origine diversa dalla nostra, tessuti, cellule e proteine del cibo non possono essere utilizzati così come sono, devono essere degradati in molecole semplici dall’apparato digerente nel tratto gastrointestinale (il recipiente di reazione) e poi assorbiti. Ecco perché il cibo deve essere digerito prima di essere assorbito: è non-self prima della digestione e diventa self quando la digestione è completa. Solo le molecole completamente digerite ci sono congeniali, sono riconosciute come self e possono entrare nel nostro metabolismo dopo il loro asorbimento.

11.3 Vitamine

È stato recentemente dimostrato che la vitamina A migliora l’integrità della barriera intestinale, anche in presenza di infiammazione intestinale e livelli elevati di LPS. Sembra contrastare l’azione dell’LPS e aumentare l’espressione delle proteine delle giunzioni strette [78].

Tuttavia, la vitamina A non è sufficiente. Come riportato nella nostra precedente revisione [25], la vitamina A e la vitamina D hanno effetti antinfiammatori sinergici e dovrebbero essere somministrate insieme. Ciò non sorprende, poiché entrambe sono liposolubili e spesso presenti insieme nello stesso alimento. I loro recettori nucleari cooperano se entrambe le vitamine si legano a loro. Le funzioni condivise della vitamina A e della vitamina D includono il potenziamento delle proteine delle giunzioni strette, la soppressione di IFN-γ e IL-17 e l'induzione delle cellule T regolatorie (Treg) [79]. Infine, le vitamine A e D sono efficaci contro l'infiammazione cronica e favoriscono la stabilità della barriera intestinale. La loro azione sul microbiota non è diretta poiché i loro recettori nucleari sono espressi solo dall'ospite, non dal microbiota. La carenza di vitamina D porta alla rottura della barriera intestinale, alla disbiosi intestinale e all'infiammazione intestinale [80].

In sintesi vitamina A e D:

  • rafforzano le giunzioni strette

  • sopprimono IFN-γ e IL-17

  • inducono Treg

  • contrastano infiammazione cronica

La carenza di vitamina D è associata a:

  • disbiosi

  • aumento permeabilità

  • infiammazione intestinale


12. Dalla disbiosi intestinale alla rottura della barriera emato-encefalica e all’infiammazione cerebrale

Il microbiota intestinale e le molecole di cibo non digerito cooperano nell'attacco alla barriera emato-encefalica. A prima vista, può sembrare strano che una condizione disbiotica intestinale possa portare al danno della barriera emato-encefalica (BEE). Tuttavia, nel corso di una disbiosi intestinale protratta, il normale dialogo tra intestino e SNC (central nervous system) [86–88] viene in qualche modo interrotto dalle molecole che fuoriescono dal lume intestinale e si riversano nel flusso sanguigno, innescando un'infiammazione sistemica cronica. La formazione di anticorpi contro le molecole di cibo non digerito, che assomigliano ad alcune proteine cerebrali, può indirizzare i processi pro-infiammatori verso la BEE e causarne la rottura. Infatti, ciò che è stato in grado di rendere la barriera intestinale più permeabile può avere lo stesso effetto anche sulla BEE.  La sede della barriera ematoencefalica (BEE) sono i capillari cerebrali. Le loro cellule endoteliali sono fuse tra loro dalle giunzioni strette tra le proteie claudine, occludina e zona occludente, come nella barriera intestinale. Pertanto, il passaggio di molecole e cellule tra il sangue e il cervello è assolutamente limitato. In condizioni normali, solo le molecole idrofobiche e quelle dotate di un sistema di trasporto specifico (ad esempio, D-glucosio e amminoacidi essenziali) possono attraversare la BEE. Una differenza importante tra la BEE e la barriera intestinale è che la BEE è circondata dagli pseudopodi (le proiezioni della membrana) degli astrociti.  La persistenza di molecole e cellule derivate dall'intestino in prossimità della barriera emato-encefalica può causarne la degradazione [89]. 

In sintesi la disbiosi intestinale cronica può:

  • generare infiammazione sistemica

  • produrre anticorpi contro antigeni alimentari

  • favorire mimetismo molecolare

  • contribuire alla rottura della barriera emato-encefalica

La BBB è costituita da cellule endoteliali unite da tight junctions e supportate dagli astrociti.

13. Conclusioni

Il percorso che porta alla malattia coinvolge il microbiota e frammenti di cibo non digerito, oltre a richiedere l’interruzione della barriera intestinale e della barriera emato-encefalica. La sequenza suggerita degli eventi è la seguente: (1) diete pro-infiammatorie protratte nel tempo, modificano la composizione del microbiota intestinale e inducono disbiosi del microbiota intestinale; (2) il sistema immunitario viene attivato e l’infiammazione intestinale aumenta, i livelli di cellule T e LPS aumentano; (3) la barriera intestinale diventa permeabile e il contenuto luminale (microbi, molecole di cibo non digerito, endotossine, cellule T e citochine) fuoriesce e innesca un’infiammazione sistemica cronica; (4) la risposta immunitaria contro frammenti di cibo non digerito che assomigliano a molecole cerebrali indirizza le molecole pro-infiammatorie alla BBB e ne provoca la rottura; (5) il passaggio attraverso la BBB di cellule e molecole pro-infiammatorie attivate provoca l’attivazione di cellule microgliali e astrociti (Le cellule microgliali sono le cellule immunitarie del cervello, mentre gli astrociti supportano i neuroni e contribuiscono alla barriera emato-encefalica ) e l’insorgenza di processi infiammatori in diverse aree cerebrali.

Nel presente articolo evidenziamo il possibile ruolo dei frammenti di cibo non digerito come agenti pro-infiammatori e l’importanza dell’integrità delle due barriere, intestinale e della barriera emato-encefalica (BEE), per la salute umana. Se la barriera intestinale diventa permeabile, frammenti di cibo non digerito fuoriescono anche dallo spazio luminale (intestino) insieme a batteri, endotossine, molecole immunocompetenti e cellule. Tutto questo materiale, che si supponeva rimanesse segregato nell’intestino, è ora in circolazione. Di solito ci preoccupiamo della disseminazione batterica, ma la disseminazione di cibo non digerito che attraversa la barriera intestinale e entra nel flusso sanguigno non deve essere trascurata.

Nell’intestino, i peptidi non completamente digeriti, sebbene ancora diversi da noi (non-self), erano sulla buona strada per diventare simili a noi (self), quindi la loro probabilità di mimetismo molecolare con i nostri peptidi potrebbe aumentare dopo una digestione parziale. Nel corso della disbiosi intestinale e dell’infiammazione intestinale, i linfociti T vengono attivati. Con l’attivazione dei linfociti T, i linfociti B vengono attivati per produrre anticorpi. Questi anticorpi contro gli antigeni alimentari possono riconoscere gli autoantigeni e innescare una risposta autoimmune. Ad esempio, è stato suggerito che gli anticorpi contro le proteine del grano e del latte nei donatori di sangue possano contribuire alle attività neuroimmuni [39].

Pertanto, i peptidi ( di aminoacidi) non digeriti e i loro anticorpi possono rafforzare le attività infiammatorie e autoimmuni e possono indirizzarle verso uno dei diversi organi, ma è necessaria la cooperazione con il microbiota.

Sequenza proposta:

  1. Dieta pro-infiammatoria → disbiosi

  2. Attivazione immunitaria → infiammazione intestinale

  3. Permeabilità intestinale → infiammazione sistemica

  4. Risposta autoimmune contro antigeni alimentari

  5. Rottura BBB → neuroinfiammazione

Il cibo non digerito, insieme al microbiota disbiotico, può contribuire a processi infiammatori sistemici e autoimmuni.

★ Cibo non digerito, microbiota e infiammazione (articolo divulgativo)

by luciano

L’intestino: la centrale operativa dell’organismo

Ruolo della bocca

La digestione inizia nella bocca, dove avviene il primo livello di selezione e preparazione del cibo. Due funzioni sono particolarmente rilevanti.

La masticazione frammenta meccanicamente gli alimenti, aumentando la superficie di contatto e facilitando l’azione degli enzimi digestivi nelle fasi successive. Una masticazione lenta ed efficace non è un dettaglio secondario: determina la qualità del bolo alimentare che raggiungerà lo stomaco e condiziona l’efficienza dell’intero processo digestivo.

Parallelamente, la saliva avvia una prima trasformazione chimica. L’enzima ptialina (amilasi salivare) inizia la parziale idrolisi dei carboidrati complessi, scindendo l’amido in molecole più semplici. Anche se questa azione prosegue solo finché il pH rimane compatibile (prima dell’ambiente acido gastrico), rappresenta il primo passo verso la riduzione del cibo a componenti assorbibili.

La saliva svolge inoltre un ruolo protettivo: contiene immunoglobuline (come le IgA secretorie), enzimi antimicrobici e molecole ad azione tampone che contribuiscono a modulare la carica microbica ingerita. In questo senso, la bocca non è soltanto un “trituratore”, ma il primo filtro biologico che inizia a orientare l’interazione tra alimento, microbiota e sistema immunitario. La bocca ospita un microbiota orale. Se c’è disbiosi orale, parodontite, infezioni croniche alcuni batteri possono essere deglutiti, modificare il microbiota intestinale, influenzare l’infiammazione sistemica.

Un’infiammazione cronica orale può contribuire a:

  • Attivazione del sistema immunitario

  • Produzione di citochine

  • Alterazione delle tight junction intestinali

E questo può contribuire alla cosiddetta: iperpermeabilità intestinale.

Il filtro dello stomaco

Prima che l’intestino entri in gioco, il primo grande “laboratorio chimico” è lo stomaco. Qui l’acido cloridrico denatura le proteine e attiva la pepsina, iniziando la loro frammentazione in peptidi più piccoli. Questo passaggio non serve solo alla digestione: rappresenta anche una prima forma di selezione biologica. Un ambiente acido efficiente riduce la carica microbica ingerita e limita la quantità di frammenti proteici complessi che raggiungono l’intestino tenue.

L’intestino come sistema regolatore

Quando la funzione gastrica è ridotta — per esempio in presenza di ipocloridria, uso cronico di farmaci antiacidi o alterazioni della motilità — il tenue può ricevere una quota maggiore di materiale solo parzialmente digerito. Non è automaticamente una condizione patologica, ma può modificare l’interazione tra contenuto luminale, microbiota e sistema immunitario.

La digestione, oltre alla sua funzione nutritiva, agisce come un vero filtro biologico: decide che cosa può entrare nel corpo e che cosa deve restare nel lume intestinale fino all’eliminazione. Quando questo filtro—la barriera intestinale—perde efficienza, frammenti di cibo non completamente digerito e componenti microbiche possono oltrepassare il confine previsto e contribuire ad attivare risposte immunitarie e infiammatorie che, in alcuni casi, non restano confinate all’intestino.¹

L’ipotesi generale è chiara: prima della digestione completa, il cibo è materiale “non-self” (estraneo). Solo quando viene ridotto a molecole semplici (amminoacidi, monosaccaridi, acidi grassi) può essere assorbito in modo fisiologico e integrato nel metabolismo. Se invece attraversano la barriera peptidi o frammenti parzialmente digeriti, aumenta la probabilità di una risposta immunitaria indesiderata.¹

Un confine dinamico, non un “muro”: come funziona la barriera intestinale

La barriera intestinale è fatta di più livelli: muco, cellule epiteliali, e comparto vascolare sottostante. Ma il punto più delicato è nella “chiusura lampo” tra le cellule epiteliali: le giunzioni strette (tight junctions), proteine come claudine e occludina che regolano la permeabilità tra una cellula e l’altra. Queste strutture non sono fisse: si aprono o si chiudono in risposta a segnali nutrizionali, microbici e immunitari.²

Tra i regolatori più discussi c’è la zonulina*, associata alla modulazione delle tight junctions e quindi alla permeabilità.²

Perché la permeabilità conta: l’infiammazione può partire dall’intestino

Quando la barriera è compromessa, possono aumentare i passaggi (diretti o indiretti) di:

  • componenti microbiche (es. lipopolisaccaride/LPS),

  • frammenti alimentari parzialmente digeriti,

  • mediatori immunitari prodotti localmente.

Questo può favorire una condizione descritta come infiammazione cronica di basso grado, con effetti potenzialmente sistemici.¹

È fondamentale però distinguere tra:

  • meccanismi biologici plausibili e documentati, e

  • prove cliniche definitive (cioè dimostrazioni causali robuste nell’uomo, in popolazioni ampie e ben controllate).

Su molti passaggi della “catena” (dieta → microbiota → permeabilità → malattia) le evidenze nell’uomo restano spesso associative e influenzate da fattori confondenti (genetica, farmaci, stress, infezioni, età, comorbidità).¹

Glutine, gliadina e zonulina*

Nel caso del glutine, la letteratura mostra che la gliadina (una frazione del glutine) può attivare vie biologiche collegate alla zonulina e a cambiamenti della permeabilità, con evidenze particolarmente convincenti nel contesto della celiachia e, in modo più variabile, in sottogruppi di persone con sensibilità al glutine non celiaca.⁴⁵ Non è, invece, dimostrato in modo definitivo che il glutine aumenti la permeabilità in modo clinicamente rilevante in tutti i soggetti sani.

Infine va evidenziato che la misurazione della “zonulina” non è sempre lineare: alcuni lavori hanno mostrato che diversi kit ELISA commerciali utilizzati per misurarla possono riconoscere altre proteine, rendendo quel dato un biomarcatore da interpretare con cautela.⁶³ Oltre alla zonulina, la ricerca utilizza diversi marcatori indiretti di permeabilità intestinale — tra cui il test lattulosio/mannitolo, LPS, LBP e calprotectina fecale — ma nessuno di essi, isolatamente, rappresenta un indicatore definitivo. La valutazione rimane complessa e integrata.”

Alcol: l’effetto intestinale oltre il fegato

L’assunzione cronica di alcol è associata a disbiosi e alterazioni della barriera. In modelli sperimentali emergono meccanismi che includono la riduzione di difese antimicrobiche intestinali (come lectine della famiglia REG3) e un aumento della probabilità di traslocazione batterica, con conseguente attivazione infiammatoria.⁷

Additivi e ultra-processati

Alcuni additivi presenti negli alimenti ultra-processati (per esempio certi emulsionanti) hanno mostrato in modelli animali la capacità di alterare il microbiota, ridurre la protezione del muco e favorire segnali di infiammazione/metabolismo alterato.⁸

Anche alcuni dolcificanti non calorici sono stati collegati, in studi molto citati, a modifiche del microbiota e a variazioni metaboliche in modelli sperimentali. Tuttavia, pur esistendo dati rilevanti che giustificano attenzione verso l’eccesso di ultra-processati, non vi sono evidenze che l’effetto sia certo e uguale per tutti.⁸⁹

Disbiosi, LPS e immunità: il ruolo del microbiota come “interruttore” infiammatorio

La disbiosi viene spesso descritta come:

  • riduzione della biodiversità microbica,

  • alterazioni funzionali (es. produzione di SCFA come il butirrato),

  • aumento di segnali pro-infiammatori (tra cui LPS) e cambiamenti dell’equilibrio immunitario.

In questo scenario, il passaggio di LPS nel sangue (endotossiemia metabolica) è una delle ipotesi che collegano intestino e infiammazione sistemica.¹

Allo stesso tempo, la relazione è bidirezionale: la malattia può modificare il microbiota tanto quanto il microbiota può influenzare la malattia.¹

Dalla pancia al cervello: asse intestino–cervello e barriera emato-encefalica

L’idea che infiammazione intestinale e disbiosi possano “parlare” al sistema nervoso è oggi ben presente nella ricerca. Una delle ipotesi discusse è che l’infiammazione sistemica cronica e la produzione di anticorpi contro antigeni alimentari (con possibili fenomeni di mimetismo molecolare) possano contribuire a stressare anche la barriera emato-encefalica, che condivide l’uso di tight junctions come sistema di sigillo.¹

Qui la prudenza è obbligatoria: la letteratura contiene numerosi lavori meccanicistici e osservazionali, ma nei soggetti sani non esistono prove cliniche definitive che colleghino in modo diretto e causale glutine/permeabilità intestinale a rottura della barriera emato-encefalica e neurodegenerazione.¹

In sintesi il quadro che emerge è questo:

  • L’intestino non è solo digestione: è un organo immunologico e di barriera.¹²

  • Dieta e stile di vita possono spostare l’equilibrio del microbiota verso eubiosi o disbiosi, con possibili effetti su infiammazione e permeabilità.¹

  • Alcuni trigger (glutine nella celiachia, alcol cronico, diete ricche di ultra-processati) hanno basi biologiche e dati consistenti in specifici contesti.⁴⁵⁷⁸

  • La parte più delicata della divulgazione riguarda la misura e l’interpretazione: biomarcatori come la “zonulina” non sono sempre affidabili in modo diretto e universale, e molte associazioni nell’uomo non equivalgono a causalità.³⁶

Nota finale conclusiva

Le evidenze scientifiche attuali indicano che l’intestino non è soltanto un organo digestivo, ma un centro regolatore cruciale dell’equilibrio immunitario, metabolico e neurobiologico. Attraverso il microbiota e la barriera mucosale, esso dialoga costantemente con il sistema immunitario e con il sistema nervoso centrale, configurando il cosiddetto asse intestino–sistema immunitario–cervello. Quando questo asse è in equilibrio, contribuisce alla regolazione della tolleranza immunitaria e al mantenimento dell’omeostasi infiammatoria. Quando invece si altera — per disbiosi, aumento della permeabilità intestinale o stimoli alimentari pro-infiammatori — può instaurarsi uno stato di attivazione immunitaria cronica di basso grado che, nel tempo, si riflette non solo sul metabolismo ma anche sulla funzione neurologica. In questo contesto, l’alimentazione assume un ruolo centrale. Non è un fattore neutro. Può sostenere la resilienza dell’asse intestino–immunità–cervello oppure contribuire alla sua destabilizzazione, soprattutto nei soggetti con predisposizioni genetiche, fragilità metaboliche, patologie infiammatorie o condizioni di salute già compromesse.

In un soggetto realmente “sano”, il sistema immunitario e gli organi deputati alla regolazione dell’omeostasi sono fisiologicamente in grado di mantenere lo stato di salute e di difendere l’organismo dagli agenti esterni, inclusi quelli alimentari. Questo equilibrio dipende dalla capacità dell’organismo di modulare le risposte infiammatorie, preservare l’integrità della barriera intestinale e mantenere una corretta comunicazione tra intestino, sistema immunitario e sistema nervoso. Tuttavia, nei soggetti con predisposizioni genetiche, vulnerabilità immunologiche o condizioni cliniche già presenti — anche se non sempre clinicamente manifeste — un criterio di prudenza nutrizionale non rappresenta un eccesso di cautela, bensì un atto di responsabilità preventiva. In questi casi, l’alimentazione può contribuire a modulare positivamente o negativamente l’equilibrio infiammatorio e immunitario.

La qualità dell’alimentazione quotidiana, infatti, non influisce esclusivamente sull’intestino: incide sul tono immunitario, sul livello di infiammazione cronica di basso grado e, indirettamente, anche sulla salute cerebrale attraverso i complessi meccanismi dell’asse intestino–cervello. Prendersi cura dell’intestino significa, in larga misura, prendersi cura dell’intero organismo. È necessario, infine, precisare che per “soggetto sano” non si intende semplicemente un individuo privo di malattie clinicamente manifeste, ma una persona senza patologie in atto e senza uno stato di infiammazione cronica di basso grado. Questa distinzione è fondamentale, poiché nella pratica clinica il termine “sano” vie

Richiami:

*La zonulina La zonulina è una proteina prodotta dalla mucosa intestinale che modula le “giunzioni strette” (tight junctions) tra gli enterociti, contribuendo alla regolazione della permeabilità intestinale. Un aumento dei suoi livelli — rilevabile nel sangue o nelle feci — è stato associato a una possibile alterazione della barriera intestinale (“leaky gut”).

Bibliografia

  1. Undigested Food and Gut Microbiota May Cooperate in the Pathogenesis of Neuroinflammatory Diseases: A Matter of Barriers and a Proposal on the Origin of Organ Specificity — 2019, Riccio P.; Rossano R.

  2. Intestinal permeability and its regulation by zonulin: diagnostic and therapeutic implications — 2012, Fasano A.

  3. Blurring the picture in leaky gut research: how shortcomings of zonulin as a biomarker mislead the field of intestinal permeability — 2021, Massier L.; Chakaroun R.; Kovacs P.; Heiker J.T.

  4. Gliadin, zonulin and gut permeability: effects on celiac and non-celiac intestinal mucosa and intestinal cell lines — 2006, Drago S. et al.

  5. Gliadin induces an increase in intestinal permeability and zonulin release by binding to the chemokine receptor CXCR3 — 2008, Lammers K.M. et al.

  6. Widely Used Commercial ELISA Does Not Detect Precursor of Haptoglobin2, but Recognizes Properdin as a Potential Second Member of the Zonulin Family — 2019, Ajamian M. et al.

  7. Intestinal REG3 Lectins Protect against Alcoholic Steatohepatitis by Reducing Mucosa-Associated Microbiota and Preventing Bacterial Translocation — 2016, Wang L. et al.

  8. Dietary emulsifiers impact the mouse gut microbiota promoting colitis and metabolic syndrome — 2015, Chassaing B. et al.

  9. Artificial sweeteners induce glucose intolerance by altering the gut microbiota — 2014, Suez J. et al.