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Le subunità delle gliadine e glutenine nel grano monococco

by luciano

Struttura proteica, comportamento dell’impasto e risposta del sistema immunitario

Messaggio centrale. Nel frumento monococco non basta conoscere la quantità totale di proteine o il numero delle bande elettroforetiche. Le proprietà dipendono da quali subunità sono presenti, dalla loro abbondanza, dalla posizione delle cisteine, dalla capacità delle glutenine di costruire polimeri e dai peptidi che restano dopo la digestione. Tecnologia e immunogenicità sono due piani distinti: una cultivar tecnologicamente migliore non è necessariamente biologicamente più favorevole.

I PARTE – Adesività, viscosità e macropolimero nel frumento monococco
1. Tre termini da non confondere
1.1 Adesività
L’adesività è la tendenza dell’impasto ad aderire a mani, utensili o superfici. È una proprietà di interfaccia: nasce nel contatto fra impasto e materiale esterno, ma dipende anche dalla struttura interna. Un impasto molto deformabile, con scarso recupero elastico e acqua mobile, aumenta l’area reale di contatto e può lasciare residui al distacco. Idratazione, temperatura, riposo, impastamento, amido danneggiato, pentosani e attività proteolitica possono modificarla anche senza variazioni nella sequenza delle proteine.

Limite delle evidenze. Non risultano confronti pubblicati che abbiano misurato direttamente, con lo stesso test strumentale, l’adesività di Monlis, ID331/Norberto e Hammurabi. Farinografo, alveografo, Gluten Index, sedimentazione SDS e moduli G′/G″ descrivono proprietà correlate, ma non il lavoro necessario a staccare l’impasto da una superficie.

1.2 Viscosità e viscoelasticità
La viscosità è la resistenza al flusso. L’impasto non è però un liquido semplice: è viscoelastico. Il modulo G′ rappresenta la componente elastica che immagazzina energia e tende a recuperare la forma; G″ rappresenta la componente dissipativa e viscosa. Le gliadine favoriscono mobilità ed estensibilità; le glutenine, attraverso polimeri disolfuro-legati, aumentano coesione, resistenza alla deformazione e soprattutto G′. Entrambe partecipano quindi al comportamento viscoso complessivo, ma con funzioni diverse.

La “viscosità finale” rilevata con RVA descrive prevalentemente gelatinizzazione e retrogradazione dell’amido durante riscaldamento e raffreddamento. Non equivale né alla viscosità della rete glutinica a temperatura ambiente né all’adesività dell’impasto crudo.

1.3 Macropolimero gluteninico: dalla subunità alla rete
Il glutenin macropolymer (GMP), spesso studiato anche come frazione polimerica non estraibile in SDS (UPP), è costituito da aggregati di glutenine di dimensioni molto elevate. Le subunità HMW-GS formano punti di estensione e ramificazione del polimero; le LMW-GS, più abbondanti, realizzano numerosi collegamenti e ampliano la rete. I ponti disolfuro intermolecolari costituiscono la struttura covalente, sostenuta da legami idrogeno, interazioni idrofobiche e intrecci fisici.

Durante l’idratazione e l’impastamento la rete non viene semplicemente “creata”: polimeri preesistenti si idratano, si orientano, si rompono e si riformano attraverso scambi tiolo-disolfuro. Un GMP abbondante e ben connesso è generalmente associato a maggiore elasticità, stabilità e ritenzione dei gas. Se il polimero è piccolo, poco ramificato o viene depolimerizzato, prevalgono rammollimento, flusso e collasso.

Figura 1. Dalle subunità alla rete: HMW-GS e LMW-GS costruiscono il macropolimero; le gliadine ne modulano mobilità ed estensibilità.

1.4 Le glutenine partecipano ad adesività e viscosità?
Alla viscosità e alla viscoelasticità sì: la dimensione dei polimeri, il rapporto HMW/LMW e la quota UPP/GMP influenzano resistenza al flusso, G′, stabilità e recupero. All’adesività il contributo è soprattutto indiretto. Una rete gluteninica funzionale mantiene coeso l’impasto, limita la deformazione al contatto e favorisce il distacco; una rete debole consente invece maggiore spandimento e residuo superficiale. Tuttavia una maggiore quantità di glutenine non garantisce automaticamente minore adesività: contano architettura del polimero, acqua, impastamento e rapporto con le gliadine.

✓ Glutenine fortemente polimerizzate: più coesione e recupero elastico; spesso minore tendenza a lasciare residui.

✓ Glutenine depolimerizzate o poco connesse: minore stabilità e maggiore cedimento; possibile aumento dell’adesività apparente.

✓ Adesione e coesione non sono sinonimi: un impasto può essere molto coesivo ma aderire comunque a una superficie specifica.

2. Che cosa fanno le subunità delle gliadine e delle glutenine
2.1 α/β-, γ- e ω-gliadine
Le gliadine sono prevalentemente monomeriche e agiscono come plasticizzanti: si interpongono fra i polimeri gluteninici, riducono le interazioni efficaci fra catene e facilitano lo scorrimento. Per questo aumentano estensibilità e componente viscosa. “Plasticizzare” non significa semplicemente indebolire: una quota adeguata permette alla rete di deformarsi senza rompersi; un eccesso rispetto alle glutenine rende invece l’impasto cedevole e meno stabile.

✓ α/β-gliadine: monomeri ricchi di glutammina e prolina; contribuiscono a viscosità ed estensibilità e comprendono numerosi epitopi celiaci noti.

✓ γ-gliadine: normalmente possiedono cisteine impegnate in ponti intramolecolari; varianti con cisteine libere possono modificare o terminare le catene gluteniniche. Un loro possibile ruolo nell’adesività di ID331 resta un’ipotesi da verificare.

✓ ω-gliadine: generalmente prive di cisteine, non entrano covalentemente nel GMP; partecipano soprattutto attraverso idratazione e interazioni non covalenti. Il loro numero di bande non misura da solo la quantità presente.

2.2 HMW-GS e LMW-GS
Le HMW-GS sono quantitativamente minoritarie ma decisive per l’architettura: le subunità di tipo x e y differiscono per massa, sequenza e numero di cisteine, e quindi per capacità di creare estensioni e ramificazioni. Le LMW-GS sono più numerose e costituiscono gran parte della massa del polimero; i tipi B, C e D si distinguono per mobilità e struttura, ma la classificazione elettroforetica non coincide sempre con una funzione univoca. Nel monococco, dotato del solo genoma A, il repertorio è più semplice di quello del frumento tenero esaploide, ma la variabilità allelica resta rilevante.

3. Monlis, ID331/Norberto e Hammurabi
I valori seguenti descrivono campioni, annate e protocolli specifici. Non sono costanti immutabili delle cultivar.

Parametro

Hammurabi

ID331

Monlis

Sviluppo farinografico (min)

2,0

3,7

8,0

Stabilità (min)

0,6

3,0

9,6

Rammollimento (UF)

181

68

7

Assorbimento idrico (%)

59,2

60,3

56,5

W alveografico (10⁻⁴ J)

11

52

35

P/L

0,61

6,7

6,7

3.1 Monlis
Monlis è tecnologicamente atipico nel monococco: presenta una quota gluteninica relativamente favorevole, buona sedimentazione e stabilità superiore nel gruppo studiato. L’assenza delle ω-gliadine può ridurre una componente monomerica non incorporabile nel GMP, ma non dimostra da sola l’esistenza di un polimero grande. Il vantaggio va attribuito al profilo complessivo di subunità e al rapporto gliadine/glutenine. Questo profilo tecnologico non implica minore attività biologica: negli studi comparativi Monlis ha mostrato effetti cellulari più problematici di ID331.
3.2 ID331 originario e Norberto commerciale
ID331, linea dalla quale è stato registrato Norberto, possiede una sola ω-gliadina. Nei dati CREA riportati nella tesi di Gazzelloni raggiunge W = 52, stabilità 3,0 min e rammollimento 68 UF: migliore di Hammurabi, ma ancora debole in termini assoluti e molto squilibrato nel P/L.
Un successivo campione commerciale di Norberto ha mostrato W = 84 ± 4, P/L = 1,6 ± 0,4, Gluten Index = 52 ± 2 e SDS = 58,5 ± 0,7 ml. La differenza documenta variabilità del materiale e delle condizioni; non consente, senza un esperimento controllato, di attribuire causalmente l’aumento a fertilizzazione o selezione del lotto.
La forte adesività osservata durante la lavorazione di ID331/Norberto può coesistere con sedimentazione e ritenzione dei gas accettabili. L’ipotesi di numerose γ-gliadine è plausibile come modulazione della fase viscosa, ma richiede quantificazione proteomica e un test di distacco. Non è ancora una relazione dimostrata.
3.3 Hammurabi
Hammurabi presenta 12-13 bande attribuite a ω-gliadine e, nei campioni studiati, proteina totale molto elevata ma rete estremamente debole: sviluppo e stabilità brevissimi, forte rammollimento e W molto basso. La sua adesività eccezionale osservata in pratica è compatibile con una rete poco connessa e facilmente deformabile. Le numerose ω-gliadine possono diluire la frazione polimerica, ma senza GMP/UPP, acqua libera e adesività misurati nello stesso esperimento non si può assegnare loro un peso causale.
4. Perché molte proteine non significano impasto forte
Il tenore proteico misura quanta proteina è presente, non quanta parte è organizzata in una rete funzionale. Hammurabi può superare il 20% di proteine e avere tuttavia W e stabilità bassissimi. La forza dipende dalla quota gluteninica, dalle subunità espresse, dalle cisteine disponibili, dalla dimensione dei polimeri, dal rapporto HMW/LMW, dalla proporzione gliadine/glutenine e dalle condizioni agronomiche. L’azoto può aumentare proteine e forza, ma l’effetto varia con genotipo, zolfo, dose, epoca, ambiente e saturazione della risposta.

Cultivar Proteina osservata Forza/stabilità Lettura strutturale
Monlis elevata, non decisiva stabilità maggiore nel gruppo rete relativamente più funzionale
ID331 elevata forza intermedia e variabile assetto sufficiente ma non “forte”
Hammurabi anche >20% W e stabilità molto bassi molta proteina, pochi polimeri funzionali

5. Altri monococchi e limiti del confronto
Le cultivar italiane documentate comprendono Monlis, Norberto, Hammurabi, Antenato e Monili. Per Antenato e Monili sono disponibili descrizioni agronomiche, ma non una caratterizzazione comparativa completa di subunità, GMP, adesività e prestazione in pane, pizza e pasta.
Anche un monococco balcanico particolarmente debole può essere informativo, purché siano noti identità del materiale, lotto, ambiente, molitura e protocollo. La variabilità del monococco è ampia e impedisce di trasferire automaticamente a tutta la specie il profilo di una singola cultivar.
II PARTE – Rapporto fra subunità e capacità di attivare risposte avverse
1. Le subunità e il sistema immunitario
Il glutine comprende gliadine e glutenine; entrambe possono generare peptidi riconosciuti dal sistema immunitario. Nella celiachia, peptidi ricchi di prolina e glutammina resistono in parte alla digestione, possono essere deamidati dalla transglutaminasi 2 e presentati da HLA-DQ2 o HLA-DQ8 ai linfociti T.
Sono stati descritti epitopi nelle α-, γ- e ω-gliadine e anche nelle HMW- e LMW-glutenine. Le gliadine restano generalmente la sorgente più studiata e spesso immunodominante, ma “glutenina” non significa immunologicamente inerte.
1.1 Le glutenine partecipano alla risposta?
Sì, potenzialmente. Dopo riduzione o digestione, le subunità gluteniniche liberano peptidi che possono condividere motivi con epitopi gliadinici o possedere epitopi propri. Le LMW-GS sono particolarmente rilevanti per abbondanza e omologie di sequenza; epitopi sono stati segnalati anche nelle HMW-GS.
La capacità effettiva di attivare una risposta dipende però dalla sequenza della specifica subunità, dalla digestione, dalla deamidazione, dall’HLA del soggetto e dalla dose. Non può essere dedotta dalla sola classe elettroforetica o dal peso molecolare.
Avvertenza clinica. Tutto il frumento monococco contiene glutine e non è adatto alla dieta delle persone con celiachia. Una risposta media ridotta rispetto al frumento tenero non equivale a sicurezza individuale né autorizza il consumo.
2. Evidenze specifiche su ID331/Norberto
A. (1) – Omissis. D’altra parte, tenuto conto che l’incidenza e la gravità della celiachia dipendono dalla quantità e dalla nocività delle prolamine e che alcuni genotipi di grano monococco hanno una elevata qualità panificatoria accoppiata con assenza di citotossicità e ridotta immunogenicità, è atteso che l’uso delle farine di monococco nella dieta della popolazione generale, all’interno della quale si trova una elevata percentuale di individui predisposti geneticamente alla celiachia ma non ancora celiaci, possa contribuire a contenere la diffusione di questa forma di intolleranza alimentare.
Ciò lascia pensare che il grano monococco, riportato recentemente in coltivazione in Italia dai ricercatori del Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura (CRA) di Roma e Sant’Angelo Lodigiano, potrà svolgere un ruolo importante nella prevenzione della celiachia, sia direttamente sotto forma di pane e pasta sia indirettamente come specie modello per lo studio del ruolo dell’immunità innata nell’insorgenza della celiachia.
Da: Le nuove frontiere delle tecnologie alimentari e la celiachia, Norberto Pogna, Laura Gazza (2013). Volume 212, 1 December 2016, Pages 537-542.
(2) – Omissis. Abstract. A growing interest in developing new strategies for preventing coeliac disease has motivated efforts to identify cereals with null or reduced toxicity. In the current study, we investigate the biological effects of ID331 Triticum monococcum gliadin-derived peptides in human Caco-2 intestinal epithelial cells. Triticum aestivum gliadin-derived peptides were employed as a positive control.
The effects on epithelial permeability, zonulin release, viability, and cytoskeleton reorganization were investigated. Our findings confirmed that ID331 gliadin did not enhance permeability and did not induce zonulin release, cytotoxicity or cytoskeleton reorganization of Caco-2 cell monolayers.
We also demonstrated that ID331 ω-gliadin and its derived peptide ω(105–123) exerted a protective action, mitigating the injury of Triticum aestivum gliadin on cell viability and cytoskeleton reorganization. These results may represent a new opportunity for the future development of innovative strategies to reduce gluten toxicity in the diet of patients with gluten intolerance.
Protective effects of ID331 Triticum monococcum gliadin on in vitro models of the intestinal epithelium. Giuseppe Iacomino et al., 2016.
(3) – Omissis. Lo studio di Gianfrani et al. del 2015 ha evidenziato che:
“In conclusione, abbiamo dimostrato che le proteine gliadiniche del grano monococco (TM) sono sufficientemente diverse da quelle del comune frumento tenero (TA) da determinare una minore tossicità immunitaria dopo una simulazione in vitro della digestione umana.
È stato osservato che l’intensità della risposta delle cellule T ai peptidi del glutine dipende dal numero di copie del gene HLA-DQ2 nei pazienti celiaci [31]. Questo dato suggerisce un modello quantitativo, basato sul rapporto tra assetto HLA ed epitopi del glutine, per raggiungere una risposta patologica delle cellule T.
Pertanto, ipotizziamo che una dieta abituale basata su un antico grano monococco, caratterizzato da una quantità ridotta di peptidi del glutine immunotossici, possa ritardare l’insorgenza della malattia celiaca, soprattutto nei soggetti a rischio, come i familiari di primo grado di pazienti celiaci portatori degli alleli HLA associati alla celiachia.”
Conclusione
“Il grano monococco viene frequentemente impiegato da soggetti con sensibilità al glutine non celiaca (NCGS), pur in assenza di evidenze cliniche definitive e validate su larga scala, ferme restando le specifiche intolleranze individuali accertate in sede clinica.
Sotto il profilo della ricerca, la carenza di studi clinici strutturati si lega a dinamiche di sostenibilità economica: i finanziamenti privati tendono a concentrarsi su asset industriali proprietari, mentre le istituzioni pubbliche, vincolate da risorse limitate, danno priorità ad aree sanitarie a maggiore impatto epidemiologico.
Ciononostante, l’attuale e diffuso consumo di questa varietà funge da indicatore empirico sul territorio: un’eventuale incidenza significativa di reazioni avverse verrebbe prontamente intercettata ed evidenziata dai canali della sorveglianza sanitaria attiva, attraverso la pratica quotidiana di medici di medicina generale, gastroenterologi e nutrizionisti.”
III PARTE – Le subunità e gli impasti per pane, pizza e pasta
1. Ruolo delle subunità nella destinazione tecnologica
Pane, pizza e pasta richiedono equilibri diversi. Non esiste una composizione “migliore” in assoluto: conta la combinazione fra resistenza, estensibilità, stabilità nel tempo e capacità di sopportare il processo.
1.1 Le subunità gliadiniche: differenze fra pane e pasta
Nel pane le α/β- e le γ-gliadine favoriscono plasticità, estensibilità e rilassamento della rete: permettono all’impasto di espandersi sotto la pressione dei gas. Se però prevalgono rispetto alle glutenine polimeriche, la massa può diventare più adesiva, cedere durante la lievitazione e trattenere meno gas.
Le ω-gliadine, povere o prive di cisteine, partecipano poco o per nulla al macropolimero; una loro elevata presenza relativa può quindi diluire la frazione capace di costruire la rete. Nessuna famiglia gliadinica, presa isolatamente, definisce tuttavia l’attitudine alla panificazione.
Nella pasta le gliadine contribuiscono alla deformabilità necessaria durante impastamento ed estrusione, mentre la tenuta in cottura dipende soprattutto dalla matrice gluteninica, in particolare dalle LMW-GS.
Un esempio noto nel grano duro è la γ-gliadina 45, associata a glutine forte e buona qualità di cottura; la γ-gliadina 42 è invece associata più spesso a qualità inferiore. La γ-45 è però soprattutto un marcatore elettroforetico: è strettamente legata al gruppo gluteninico LMW-2, ritenuto il principale responsabile dell’effetto favorevole, mentre la γ-42 è legata a LMW-1. Poiché questi marcatori appartengono al genoma B del grano duro, non vanno trasferiti automaticamente al monococco, che possiede il solo genoma A [15].

Prodotto Struttura desiderabile Ruolo delle subunità Rischio nel monococco
Pane rete continua, estensibile e capace di trattenere gas HMW-GS per dorsale e ramificazione; LMW-GS per connessioni; gliadine sufficienti per l’espansione sovraimpastamento, collasso e volume basso
Pizza equilibrio fra estensibilità, tenuta e rilassamento glutenine per la tenuta durante la fermentazione; gliadine per la stesura senza ritorno eccessivo adesività, strappo o impasto troppo tenace
Pasta coesione in impasto poco idratato e resistenza in cottura polimeri gluteninici per la matrice proteica; le gliadine modulano plasticità ed estrusione perdita di solidi, scarsa tenuta, struttura fragile

1.2 Pane
Per il pane servono polimeri abbastanza grandi da trattenere l’anidride carbonica, ma anche gliadine sufficienti a permettere l’espansione. Monlis e ID331/Norberto possono dare risultati accettabili o buoni nel contesto del monococco, soprattutto con impastamento e lievitazione brevi.
Hammurabi non manca necessariamente di proteine: manca di una rete polimerica capace di sostenerne l’espansione.
1.3 Pizza
La pizza richiede estensibilità senza adesività incontrollata e stabilità durante la fermentazione. Un monococco con molte gliadine e pochi polimeri grandi può stendersi facilmente ma perdere forma o aderire; un P/L elevato può invece indicare tenacità e scarsa estensione.
Per il monococco servono protocolli dedicati: idratazione prudente, impastamento breve, riposi controllati e fermentazioni compatibili con la stabilità del lotto.
1.4 Pasta
Nella pasta la rete deve immobilizzare l’amido durante estrusione ed essiccazione e limitare le perdite in cottura. Il contenuto proteico elevato non basta: contano qualità del glutine, polimerizzazione e danno dell’amido.
Nei dati pubblicati Norberto mostra forza del glutine normale nel gruppo studiato, mentre Hammurabi è classificato come estremamente debole. Il comportamento può inoltre cambiare con granulometria, temperatura di essiccazione e presenza della crusca.
2. Una lettura pratica delle cultivar

2. Una lettura pratica delle cultivar

Cultivar Pane Pizza Pasta Cautela interpretativa
Monlis migliore struttura nel gruppo; buona stabilità potenzialmente gestibile, da calibrare sull’idratazione possibile buona coesione profilo proteico e immunologico atipico
ID331/Norberto buon potenziale con processo breve buona estensibilità possibile, ma adesività osservata Norberto: forza normale in uno studio ID331 originario e lotti Norberto non sovrapponibili
Hammurabi rete insufficiente per alto volume molto cedevole e potenzialmente adesivo tenuta debole adesività non misurata strumentalmente
Antenato/Monili dati insufficienti dati insufficienti dati insufficienti serve caratterizzazione completa

IV PARTE – La ricerca che manca
Per collegare davvero subunità, adesività, prestazione tecnologica e risposta immunitaria serve uno studio sullo stesso raccolto e con la stessa molitura, comprendente Monlis, ID331 originario se disponibile, più lotti tracciati di Norberto, Hammurabi, Antenato, Monili e monococchi balcanici identificati.
✓ RP-HPLC e LC-MS/MS quantitativa di α/β-, γ- e ω-gliadine, HMW-GS e LMW-GS; non soltanto conteggio delle bande.
✓ SDS-PAGE/A-PAGE bidimensionale o proteomica top-down per associare ogni banda a una sequenza o proteoforma.
✓ SE-HPLC con e senza agente riducente, UPP e GMP per misurare dimensione e quota dei polimeri.
✓ Adesività strumentale con sonda Chen-Hoseney, texture analyzer o peel test, a idratazione standard e farinografica.
✓ G′, G″, tan δ, creep-recovery, farinografo, alveografo e stress relaxation.
✓ Acqua libera/legata, amido danneggiato, arabinoxilani/pentosani, attività α-amilasica e proteasica.
✓ Prove separate per pane, pizza e pasta con processi adattati ma anche un protocollo comune di confronto.
✓ Digestione gastrointestinale standardizzata, peptidomica degli epitopi, test T-cellulari e modelli epiteliali sulle stesse farine.
✓ Disegno agronomico fattoriale per azoto e zolfo, con più ambienti e annate, così da distinguere genotipo, fertilizzazione e interazione.
Un modello multivariato potrebbe stabilire se l’adesività è spiegata meglio da singole proteoforme γ o ω, dal rapporto gliadine/glutenine, da UPP/GMP, dall’acqua o da fattori non proteici. Un secondo modello potrebbe collegare le sequenze liberate dalla digestione alla risposta immunitaria. Senza misure parallele, attribuire tutto a una singola famiglia proteica resta una semplificazione.
Nota tecnica – Che cosa significano le bande elettroforetiche
In un gel elettroforetico le proteine migrano formando bande. In SDS-PAGE la separazione dipende soprattutto dalla massa apparente dopo denaturazione; in A-PAGE dipende maggiormente da mobilità e carica, ed è stata storicamente usata per le gliadine.
Una banda indica una zona di migrazione, non necessariamente una sola proteina. Proteine diverse possono co-migrare nella stessa posizione, mentre una stessa sequenza può apparire in più forme per modificazioni, processamenti o aggregazione.
L’intensità della banda fornisce al massimo una stima semiquantitativa e dipende da estrazione, colorazione, saturazione e quantità caricata. Dire che Hammurabi possiede 12-13 bande ω e ID331 una sola banda descrive un profilo elettroforetico, non dimostra che la quantità totale di ω-gliadine sia 12-13 volte maggiore. Inoltre le bande non rivelano direttamente la posizione delle cisteine, l’appartenenza al GMP, la sequenza degli epitopi o la digestibilità.
✓ Elettroforesi: ottima per confrontare profili e riconoscere polimorfismi.
✓ HPLC: migliore per quantificare famiglie e proporzioni relative.
✓ Spettrometria di massa: necessaria per identificare sequenze, proteoforme e peptidi.
✓ SE-HPLC/GMP-UPP: necessaria per descrivere dimensione e insolubilità dei polimeri.
✓ Immunologia: richiede peptidi digeriti, HLA e test cellulari; non si deduce dalla posizione di una banda.
Conclusioni
✓ Le glutenine partecipano alla viscosità e alla viscoelasticità; influenzano l’adesività soprattutto attraverso coesione e recupero, ma non la determinano da sole.
✓ Le gliadine plasticizzano la rete; α/β, γ e ω non sono intercambiabili e il numero delle bande non equivale alla loro quantità o funzione.
✓ Anche HMW- e LMW-glutenine possono generare epitopi; le evidenze specifiche sul monococco riguardano però soprattutto le gliadine e il glutine complessivo.
✓ ID331/Norberto presenta evidenze di minore attività in alcuni modelli rispetto al frumento tenero e a Monlis, ma contiene glutine e non è sicuro per i celiaci.
Bibliografia essenziale
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Sensibilità al glutine non allergica non celiaca: sintomi

by luciano

La Non-Celiac Gluten Sensitivity (NCGS), aneddoticamente descritta in passato e dal 2010 riconosciuta come una nuova entità clinica, si riferisce a quei pazienti che, senza essere affetti da celiachia né da allergia al frumento IgE mediata [1], presentano una serie di manifestazioni cliniche intestinali ed extraintestinali, che insorgono tempestivamente dopo ingestione di alimenti contenenti glutine e altrettanto rapidamente scompaiono a dieta aglutinata. Nonostante la consapevolezza del dato clinico è una condizione a patogenesi ignota (si ipotizza un ruolo dell’immunità innata) e in cui, in assenza di markers genetici, sierologici e istologi, la diagnosi è largamente ipotetica, posta su base clinica e in base a criteri di esclusione Nei pochi studi presenti in letteratura condotti in cieco vs placebo per verificare la reale risposta all’ingestione di glutine, possono essere sollevate obiezioni metodologiche, i risultati sono controversi, è emerso il ruolo dell’effetto nocebo, e l’effetto glutine- ‐ specifico sembra molto limitato. Da segnalare inoltre recenti evidenze riguardanti molecole, spesso presenti negli stessi alimenti contenenti glutine e in grado di scatenare disturbi sovrapponibili e in comune con la s. dell’intestino irritabile (FODMAPs, fermentable, oligo- ‐, di- ‐ and mono- ‐saccharides and polyols; ATIs, amylase trypsin inhibitors).
Nella NCGS l’esclusione del glutine dalla dieta risolve la sintomatologia entro pochi giorni; nei pazienti che lamentano disturbi dopo ingestione di alimenti contenenti frumento è pertanto necessario escludere sia la celiachia che l’allergia al grano, e quindi confermare la diagnosi attraverso il monitoraggio clinico dopo introduzione di una dieta di esclusione seguita dalla reintroduzione della dieta libera; in assenza di markers specifici e per la verosimile influenza di effetto placebo/nocebo, il percorso diagnostico dovrebbe essere condotto presso le strutture e dalle stesse figure professionali dei Centri di Riferimento e Presidi di Rete per la MC (gastroenterologo dell’adulto o pediatrico, allergo immunologo, specialisti del settore nutrizione).
La prevalenza varia in letteratura dallo 0.6% al 6%, nel 50% dei casi si rileva associazione con gli aplotipi HLA DQ2/DQ8, valore statisticamente non significativo rispetto alla popolazione generale, esiste una netta prevalenza nel sesso femminile e in una variabile percentuale dei pazienti è rilevabile una positività sierologica per gli anticorpi anti gliadina (AGA) di prima generazione, non più utilizzabili per la diagnosi di celiachia per la scarsa accuratezza diagnostica. L’esame istologico della mucosa intestinale risulta nella norma o documenta un aumento dei linfociti intraepiteliali in assenza di atrofia villosa. Sono invece descritti segni di attivazione dell’immunità innata, non glutine- ‐specifica (Tab 4.1).

Quando sospettarla
Nell’età adulta i sintomi possono essere gastrointestinali, assimilabili alla sindrome dell’intestino irritabile oppure reflusso gastroesofageo, nausea, stomatite aftosa [2], epigastralgia [3] (Fig 4.1), associati o meno a sintomi extraintestinali, tra cui prevalgono l’astenia, la confusione mentale, le artralgie e le mialgie, la cefalea, le eruzioni cutanee (Fig.4.2).

Figura 4.1 Sintomi gastrointestinali nella sospetta non-celiac gluten sensitivity (%= percentuale di pazienti)

Sintomi gastrointestinali nella sospetta non-celiac gluten sensitivity

Figura 4.2 Sintomi non gastrointestinali nella sospetta non- ‐celiac gluten sensitivity (%= percentuale di pazienti)

Sintomi non gastrointestinali nella sospetta non- ‐celiac gluten sensitivity

La diagnosi
Al momento la diagnosi di sensibilità al glutine è solo d’esclusione, non esiste un bio-marker specifico né test dedicati, occorre sospettarla quando è possibile dimostrare che la sintomatologia riferita dal paziente è completamente risolta dall’esclusione del glutine e solo del glutine dalla dieta, mentre la sua reintroduzione determina in tempi brevi, ore o giorni, il ripresentarsi dell’intera sintomatologia.
A fronte di questo occorre escludere la MC e l’allergia al grano come già sottolineato.
Nella GS poi non è nota la dose tollerata di glutine né per quanto tempo occorre escludere il glutine dalla dieta: gli studi clinici relativi a questa condizione dovrebbero prevedere l’effettuazione, nelle strutture allergo- ‐immunologiche dedicate, del DBPCT con il glutine; questo test può consentire anche in questa condizione come nell’allergia IgE mediata, un maggior conforto diagnostico e può anche consentire di stabilire quale dose minima può essere tollerata dal singolo individuo.

Note

[1] Allergia alimentare a grano IgE-mediata. I soggetti allergici sviluppano sintomi da minuti a 2 ore dopo l’assunzione di grano. I sintomi includono orticaria, angioe- dema, eritema, prurito, vomito, dolore addominale, tosse, raucedine, wheezing, stridore, distress respiratorio, congestione nasale fino all’anafilassi.
L’allergia IgE-mediata può essere considerata come un’alterazione della risposta immunitaria, ovvero una reazione anormale e specifica verso sostanze, in realtà innocue, percepite come nocive, quindi, attaccate dalle difese immunitarie dell’organismo.
La classe di anticorpi che entra in gioco prende il nome di immunoglobuline E (IgE).
La reazione insorge in seguito a contatto, ingestione o inalazione di sostanze che possono essere di varia natura e che prendono genericamente il nome di allergeni.
La prima esposizione all’allergene determina una sensibilizzazione dell’organismo che produce specifiche immunoglobuline (IgE), senza la comparsa di sintomi. A partire dal secondo contatto, si innescano reazioni a cascata in cui intervengono altri componenti del sistema immunitario, quali i mastociti (a livello tissutale) ed i basofili (a livello ematico).
I mastociti si trovano sotto la superficie cutanea e nelle membrane che rivestono il naso, l’apparato respiratorio, gli occhi e l’intestino. Le IgE, attivate dal legame con l’antigene, vanno a scatenare la risposta allergica legandosi a queste cellule. La degranulazione dei mastociti provoca la liberazione di istamina, leucotrieni e prostaglandine: tali mediatori chimici, agendo su diversi organi e tessuti, provocano l’insorgenza dei sintomi che caratterizzano le risposte allergiche.
È possibile, dunque, identificare tre punti cardine per questa tipologia di reazione:
1. si prevede il coinvolgimento delle IgE;
2. le risposte avvengono rapidamente in seguito al contatto con l’allergene, facilitando il riconoscimento del nesso causa-effetto;
3. lo scatenarsi della risposta è indipendente dalla quantità di allergene con cui l’organismo viene a contatto: si tratta di reazioni NON dose-dipendenti.

[2] (La stomatite aftosa è la comune malattia della bocca, tipica dei giovani e dei giovani adulti, che comporta la ripetuta comparsa di ulcere benigne sulla mucosa orale.)

[3] L’epigastralgia (o dolore alla bocca dello stomaco) è un disturbo molto comune, che si manifesta come un dolore acuto localizzato nella parte superiore dell’addome. Le cause sono molte e legate principalmente a patologie del sistema digestivo.

Bibliografia
• Sapone A, et al. Spectrum of gluten- ‐related disorders: consensus on new
nomenclature and classification. BMC Med 2012;10:13.
• Catassi C, et al. Non- ‐Celiac Gluten sensitivity: the new frontier of gluten
related disorders. Nutrients 2013;5:3839–3853
• Volta U et al. An Italian prospective multicenter survey on patients suspected
of having non- ‐celiac gluten sensitivity. BMC Med. (2014)

Approfondomento:

Esclusione del glutine per i pazienti con NCGS:
Hansen et al. hanno dimostrato che quantità minime di glutine sono sufficienti per influenzare la popolazione del microbiota, abbassando la quantità dei bifidobatteri (batteri buoni) nei pazienti che aderiscono a un regime a basso contenuto di glutine. Leggi di più…..

Lactis LLGKC18 causa la degradazione delle principali proteine ​​allergeniche del glutine

by luciano

La ricerca “Fermentation of Gluten by Lactococcus lactis LLGKC18 Reduces its Antigenicity and Allergenicity” ha evidenziato “ A significant decrease of the gliadins, glutenins, and ATI antigenicity was observed after fermentation of gluten by Lc. lactis LLGKC18”

Abstract: “Wheat is a worldwide staple food, yet some people suffer from strong immunological reactions after ingesting wheat-based products. Lactic acid bacteria (LAB) constitute a promising approach to reduce wheat allergenicity because of their proteolytic system. In this study, 172 LAB strains were screened for their proteolytic activity on gluten proteins and α-amylase inhibitors (ATIs) by SDS-PAGE and RP-HPLC. Gliadins, glutenins, and ATI antigenicity and allergenicity were assessed by Western blot/Dot blot and by degranulation assay using RBL-SX38 cells. The screening resulted in selecting 9 high gluten proteolytic strains belonging to two species: Enterococcus faecalis and Lactococcus lactis. Proteomic analysis showed that one of selected strains, Lc. lactis LLGKC18, caused degradation of the main gluten allergenic proteins. A significant decrease of the gliadins, glutenins, and ATI antigenicity was observed after fermentation of gluten by Lc. lactis LLGKC18, regardless the antibody used in the tests. Also, the allergenicity as measured by the RBL-SX38 cell degranulation test was significantly reduced. These results indicate that Lc. lactis LLGKC18 gluten fermentation can be deeply explored for its capability to hydrolyze the epitopes responsible for wheat allergy.” Kamel El Mecherfi et al. Probiotics and Antimicrobial Proteins volume 14, pages 779–791 (2022) Cite this article Published: 03 June 2021

Glutine e salute

by luciano

L’argomento è oggetto di moltissimi studi e ricerche sia scientifiche che report giornalistici.
L’articolo di seguito, integralmente riportato, è una presentazione completa delle problematiche correlate al consumo di prodotti contenenti glutine.
In evidenza
“il riconoscimento delle diverse forme cliniche dovute all’ingestione di glutine”.
“l’importanza di un esame d’insieme della problematiche afferenti questa patologia come l’infiammazione della mucosa intestinale, l’equilibrio della flora intestinale, la giusta presenza degli enzimi digestivi, la correzione del deficit di assorbimento e l’aspetto immunologico”.
“la parte riguardante i danni che il glutine può arrecare alla mucosa intestinale e in che modo li provoca”.

DISTURBI CORRELATI AL CONSUMO DEL GLUTINE
Filip Dudal D.O. Institute for Functional Medicine Certified Practitioner (IFMCP) USA

“Generalmente si considera che il Morbo Celiaco sia l’unica forma di disturbo causato dall’ingestione del glutine. In realtà diversi studi scientifici, condotti dal Dr. Alessio Fasano della Harvard University, dimostrano che esistono una serie di disturbi correlati al consumo del glutine che vanno ben oltre la conclamata celiachia. Le proteine del glutine non vengono sempre completamente digerite. Ciò produce una grande quantità di sostanze che provocano una risposta immunitaria e infiammatoria cronica soprattutto nei soggetti geneticamente predisposti e in forme minori si può presentare in soggetti che non lo sono.

Sfatiamo il luogo comune. Tanti pensano che l’ingestione del glutine porti unicamente a problemi digestivi. Non è così. Il glutine può essere causa di altri sintomi definiti extra digestivi quali: dolori articolari, herpes, dermatiti, astenia, asma, disturbi neurologici e cognitivi (difficoltà di concentrazione, di memoria, lentezza mentale e abbassamento del tono
dell’umore). La mancanza di sintomi digestivi fa sì che quelli extra-digestivi sopra citati non vengano riconosciuti come correlati al consumo del glutine. In realtà, come vedremo nel corso di questo articolo, l’assunzione di glutine provoca diverse forme cliniche.
L’esposizione cronica al glutine in persone sensibili causa un’alterazione della barriera intestinale e della sua funzione selettiva di assorbimento. Ne risulta un malassorbimento delle sostanze nutritive necessarie al buon funzionamento del metabolismo corporeo.
Vi sono diversi gradi di reazione immunologica al glutine che si traducono in diverse forme cliniche.
Non si tratta sempre e solo di “celiachia o non celiachia ”. Il quadro è più complesso e comprende alcune forme allergiche, forme auto-immuni e forme non-allergiche. Si rendono dunque necessari dei test che possano mettere in evidenza ogni grado di reazione al glutine.

Il trattamento delle varie forme cliniche non deve essere solo limitato all’esclusione del glutine dall’alimentazione. Vanno considerate l’infiammazione della mucosa intestinale, l’equilibrio della flora intestinale, la giusta presenza degli enzimi digestivi, la correzione del deficit di assorbimento e l’aspetto immunologico. Una volta riconosciuta e confermata la forma clinica specifica con un pannello completo di esami di laboratorio su sangue, sulle feci e sulla mucosa orale si avranno tutti gli elementi necessari per instaurare un trattamento personalizzato ed efficace.

Per saperne di più
Il glutine è la principale proteina strutturale che compone il frumento ed è contenuto anche in altri cereali come il farro, la segale, la spelta e l’orzo.
Tante persone pensano che il Kamut® contenga meno glutine. In realtà è l’esatto contrario.

Il grano Khorasan a marchio Kamut® di origine egiziana contiene glutine spesso in quantità maggiore del frumento stesso. Fu introdotto negli Stati Uniti nel 1949 e fu dapprima denominato “Grano del Re Tut” per poi essere registrato come marchio Kamut® nel 1990.

Nell’era moderna l’industria alimentare ha favorito la selezione, lo sviluppo e la coltivazione delle varietà di grano che hanno la più alta concentrazione di glutine. Sappiamo che il glutine ha un valore nutrizionale molto limitato, ma ha la caratteristica di rendere l’impasto della farina molto viscoelastico (maglia glutinica). Infatti, in una soluzione acquosa, alcune frazioni del glutine (gliadine e glutenina) interagiscono per formare una trama proteica che intrappola l’amido e i gas durante la fermentazione dell’impasto favorendo la creazione di un prodotto alimentare più performante alla vendita e alle leggi di mercato. Di fatto questo tipo di elaborato ha una maggiore lievitazione, una migliore resistenza alla cottura e una migliore palatabilità che permettono di creare prodotti più belli e attraenti. Se ci ricordiamo, la pasta di un tempo che conteneva meno glutine, era di taglio corto e di colore tendente al marrone. Sicuramente più invitante alla vista, sono i nuovi prodotti; dalla foggia attraente ma con più glutine e meno salutari. Caratteristiche queste che ovviamente consentono una più ampia commercializzazione.
La vasta scala necessaria all’industria alimentare per arrivare a profitti sempre maggiori ha penalizzato quei grani autoctoni con minore concentrazione di glutine e ha favorito l’importazione di grani transnazionali, come il grano tenero del Canada, che consente di produrre la farina Manitoba; una farina caratterizzata dall’elevato contenuto di gliadina e glutenina che rende più facile la cottura garantendo la ricercata pasta “al dente”.
In Europa, il consumo medio di glutine contenuto nelle farine è di 10-20 grammi al giorno. Alcuni segmenti della popolazione arrivano a 50 grammi al giorno per l’alto consumo di prodotti da forno e di pasta. Statisticamente il Nord Italia conta 1 celiaco su 130 individui, nel Sud Italia si conta 1 individuo celiaco su 100. Le forme di sensibilità al glutine non- celiaca sono ben più frequenti.

Quali sono le diverse forme cliniche dovute all’ ingestione del glutine?

A. Forme Autoimmuni
1. Celiachia (potenziale, silente o sintomatica)
2. Atassia da glutine (perdita del controllo e della coordinazione muscolare)
3. Dermatite erpetiforme (Herpes con depositi di IgA nelle pustole)

B. Forme Allergiche
1. Allergia al frumento
2. Allergia con manifestazioni respiratorie, asma
3. Anafilassi Asmatica Grano-Dipendente Indotta dall’Esercizio Fisico (WDEIA – Wheat Derived Exercice Induced
Asthma)

C. Forme Non-Allergiche
1. NCGS – Non-Celiac Gluten Sensitivity – Sensibilità al Glutine Non-Celiaca
2. Ipersensibilità al Glutine

Genotipi di grano contenenti sequenze di glutine a bassa tossicità

by luciano

“Precedenti studi hanno documentato che le varietà locali e le varietà di grano più vecchie contengono più combinazioni genetiche diverse per le prolamine (proteine del grano) rispetto alle varietà moderne (10, 11). La letteratura riporta variazioni per specifiche sequenze geniche principalmente nelle regioni epitopiche di Glia-α9, Glia-α2, Glia-α20 e Glia-α nelle vecchie landraces (9). Nell’ultimo decennio nel contesto del CD, l’immunogenicità degli epitopi specifici delle cellule T è stata acquisita in prima linea (9, 12). Il potenziale immunogenico tra le diverse varietà di grano esaploide è variabile; quindi è possibile che vi siano differenze indotte dalla tecnica dell’incrocio dei grani in relazione alla presenza e tipologia di epitopi stimolatori delle cellule T nelle moderne varietà di grano (13, 14). Ciò solleva la questione se vi sia una varietà specifica di grano che è meno immunogenica e può essere utilizzata nei programmi di riproduzione per lo sviluppo di un genotipo di grano completamente sicuro per il consumo da parte dei pazienti affetti da CD ”.

Punti salienti:
• L’identificazione di specie di grano meno / non immunogeniche è una pietra miliare importante che potrebbe aiutare i pazienti o addirittura prevenire la CD.
• Con l’uso di cellule T e PBMC specifici per glutine, è possibile selezionare genotipi di grano contenenti sequenze di glutine a bassa tossicità.