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Le subunità delle gliadine e glutenine nel grano monococco

by luciano

Struttura proteica, comportamento dell’impasto e risposta del sistema immunitario

Messaggio centrale. Nel frumento monococco non basta conoscere la quantità totale di proteine o il numero delle bande elettroforetiche. Le proprietà dipendono da quali subunità sono presenti, dalla loro abbondanza, dalla posizione delle cisteine, dalla capacità delle glutenine di costruire polimeri e dai peptidi che restano dopo la digestione. Tecnologia e immunogenicità sono due piani distinti: una cultivar tecnologicamente migliore non è necessariamente biologicamente più favorevole.

I PARTE – Adesività, viscosità e macropolimero nel frumento monococco
1. Tre termini da non confondere
1.1 Adesività
L’adesività è la tendenza dell’impasto ad aderire a mani, utensili o superfici. È una proprietà di interfaccia: nasce nel contatto fra impasto e materiale esterno, ma dipende anche dalla struttura interna. Un impasto molto deformabile, con scarso recupero elastico e acqua mobile, aumenta l’area reale di contatto e può lasciare residui al distacco. Idratazione, temperatura, riposo, impastamento, amido danneggiato, pentosani e attività proteolitica possono modificarla anche senza variazioni nella sequenza delle proteine.

Limite delle evidenze. Non risultano confronti pubblicati che abbiano misurato direttamente, con lo stesso test strumentale, l’adesività di Monlis, ID331/Norberto e Hammurabi. Farinografo, alveografo, Gluten Index, sedimentazione SDS e moduli G′/G″ descrivono proprietà correlate, ma non il lavoro necessario a staccare l’impasto da una superficie.

1.2 Viscosità e viscoelasticità
La viscosità è la resistenza al flusso. L’impasto non è però un liquido semplice: è viscoelastico. Il modulo G′ rappresenta la componente elastica che immagazzina energia e tende a recuperare la forma; G″ rappresenta la componente dissipativa e viscosa. Le gliadine favoriscono mobilità ed estensibilità; le glutenine, attraverso polimeri disolfuro-legati, aumentano coesione, resistenza alla deformazione e soprattutto G′. Entrambe partecipano quindi al comportamento viscoso complessivo, ma con funzioni diverse.

La “viscosità finale” rilevata con RVA descrive prevalentemente gelatinizzazione e retrogradazione dell’amido durante riscaldamento e raffreddamento. Non equivale né alla viscosità della rete glutinica a temperatura ambiente né all’adesività dell’impasto crudo.

1.3 Macropolimero gluteninico: dalla subunità alla rete
Il glutenin macropolymer (GMP), spesso studiato anche come frazione polimerica non estraibile in SDS (UPP), è costituito da aggregati di glutenine di dimensioni molto elevate. Le subunità HMW-GS formano punti di estensione e ramificazione del polimero; le LMW-GS, più abbondanti, realizzano numerosi collegamenti e ampliano la rete. I ponti disolfuro intermolecolari costituiscono la struttura covalente, sostenuta da legami idrogeno, interazioni idrofobiche e intrecci fisici.

Durante l’idratazione e l’impastamento la rete non viene semplicemente “creata”: polimeri preesistenti si idratano, si orientano, si rompono e si riformano attraverso scambi tiolo-disolfuro. Un GMP abbondante e ben connesso è generalmente associato a maggiore elasticità, stabilità e ritenzione dei gas. Se il polimero è piccolo, poco ramificato o viene depolimerizzato, prevalgono rammollimento, flusso e collasso.

Figura 1. Dalle subunità alla rete: HMW-GS e LMW-GS costruiscono il macropolimero; le gliadine ne modulano mobilità ed estensibilità.

1.4 Le glutenine partecipano ad adesività e viscosità?
Alla viscosità e alla viscoelasticità sì: la dimensione dei polimeri, il rapporto HMW/LMW e la quota UPP/GMP influenzano resistenza al flusso, G′, stabilità e recupero. All’adesività il contributo è soprattutto indiretto. Una rete gluteninica funzionale mantiene coeso l’impasto, limita la deformazione al contatto e favorisce il distacco; una rete debole consente invece maggiore spandimento e residuo superficiale. Tuttavia una maggiore quantità di glutenine non garantisce automaticamente minore adesività: contano architettura del polimero, acqua, impastamento e rapporto con le gliadine.

✓ Glutenine fortemente polimerizzate: più coesione e recupero elastico; spesso minore tendenza a lasciare residui.

✓ Glutenine depolimerizzate o poco connesse: minore stabilità e maggiore cedimento; possibile aumento dell’adesività apparente.

✓ Adesione e coesione non sono sinonimi: un impasto può essere molto coesivo ma aderire comunque a una superficie specifica.

2. Che cosa fanno le subunità delle gliadine e delle glutenine
2.1 α/β-, γ- e ω-gliadine
Le gliadine sono prevalentemente monomeriche e agiscono come plasticizzanti: si interpongono fra i polimeri gluteninici, riducono le interazioni efficaci fra catene e facilitano lo scorrimento. Per questo aumentano estensibilità e componente viscosa. “Plasticizzare” non significa semplicemente indebolire: una quota adeguata permette alla rete di deformarsi senza rompersi; un eccesso rispetto alle glutenine rende invece l’impasto cedevole e meno stabile.

✓ α/β-gliadine: monomeri ricchi di glutammina e prolina; contribuiscono a viscosità ed estensibilità e comprendono numerosi epitopi celiaci noti.

✓ γ-gliadine: normalmente possiedono cisteine impegnate in ponti intramolecolari; varianti con cisteine libere possono modificare o terminare le catene gluteniniche. Un loro possibile ruolo nell’adesività di ID331 resta un’ipotesi da verificare.

✓ ω-gliadine: generalmente prive di cisteine, non entrano covalentemente nel GMP; partecipano soprattutto attraverso idratazione e interazioni non covalenti. Il loro numero di bande non misura da solo la quantità presente.

2.2 HMW-GS e LMW-GS
Le HMW-GS sono quantitativamente minoritarie ma decisive per l’architettura: le subunità di tipo x e y differiscono per massa, sequenza e numero di cisteine, e quindi per capacità di creare estensioni e ramificazioni. Le LMW-GS sono più numerose e costituiscono gran parte della massa del polimero; i tipi B, C e D si distinguono per mobilità e struttura, ma la classificazione elettroforetica non coincide sempre con una funzione univoca. Nel monococco, dotato del solo genoma A, il repertorio è più semplice di quello del frumento tenero esaploide, ma la variabilità allelica resta rilevante.

3. Monlis, ID331/Norberto e Hammurabi
I valori seguenti descrivono campioni, annate e protocolli specifici. Non sono costanti immutabili delle cultivar.

Parametro

Hammurabi

ID331

Monlis

Sviluppo farinografico (min)

2,0

3,7

8,0

Stabilità (min)

0,6

3,0

9,6

Rammollimento (UF)

181

68

7

Assorbimento idrico (%)

59,2

60,3

56,5

W alveografico (10⁻⁴ J)

11

52

35

P/L

0,61

6,7

6,7

3.1 Monlis
Monlis è tecnologicamente atipico nel monococco: presenta una quota gluteninica relativamente favorevole, buona sedimentazione e stabilità superiore nel gruppo studiato. L’assenza delle ω-gliadine può ridurre una componente monomerica non incorporabile nel GMP, ma non dimostra da sola l’esistenza di un polimero grande. Il vantaggio va attribuito al profilo complessivo di subunità e al rapporto gliadine/glutenine. Questo profilo tecnologico non implica minore attività biologica: negli studi comparativi Monlis ha mostrato effetti cellulari più problematici di ID331.
3.2 ID331 originario e Norberto commerciale
ID331, linea dalla quale è stato registrato Norberto, possiede una sola ω-gliadina. Nei dati CREA riportati nella tesi di Gazzelloni raggiunge W = 52, stabilità 3,0 min e rammollimento 68 UF: migliore di Hammurabi, ma ancora debole in termini assoluti e molto squilibrato nel P/L.
Un successivo campione commerciale di Norberto ha mostrato W = 84 ± 4, P/L = 1,6 ± 0,4, Gluten Index = 52 ± 2 e SDS = 58,5 ± 0,7 ml. La differenza documenta variabilità del materiale e delle condizioni; non consente, senza un esperimento controllato, di attribuire causalmente l’aumento a fertilizzazione o selezione del lotto.
La forte adesività osservata durante la lavorazione di ID331/Norberto può coesistere con sedimentazione e ritenzione dei gas accettabili. L’ipotesi di numerose γ-gliadine è plausibile come modulazione della fase viscosa, ma richiede quantificazione proteomica e un test di distacco. Non è ancora una relazione dimostrata.
3.3 Hammurabi
Hammurabi presenta 12-13 bande attribuite a ω-gliadine e, nei campioni studiati, proteina totale molto elevata ma rete estremamente debole: sviluppo e stabilità brevissimi, forte rammollimento e W molto basso. La sua adesività eccezionale osservata in pratica è compatibile con una rete poco connessa e facilmente deformabile. Le numerose ω-gliadine possono diluire la frazione polimerica, ma senza GMP/UPP, acqua libera e adesività misurati nello stesso esperimento non si può assegnare loro un peso causale.
4. Perché molte proteine non significano impasto forte
Il tenore proteico misura quanta proteina è presente, non quanta parte è organizzata in una rete funzionale. Hammurabi può superare il 20% di proteine e avere tuttavia W e stabilità bassissimi. La forza dipende dalla quota gluteninica, dalle subunità espresse, dalle cisteine disponibili, dalla dimensione dei polimeri, dal rapporto HMW/LMW, dalla proporzione gliadine/glutenine e dalle condizioni agronomiche. L’azoto può aumentare proteine e forza, ma l’effetto varia con genotipo, zolfo, dose, epoca, ambiente e saturazione della risposta.

Cultivar Proteina osservata Forza/stabilità Lettura strutturale
Monlis elevata, non decisiva stabilità maggiore nel gruppo rete relativamente più funzionale
ID331 elevata forza intermedia e variabile assetto sufficiente ma non “forte”
Hammurabi anche >20% W e stabilità molto bassi molta proteina, pochi polimeri funzionali

5. Altri monococchi e limiti del confronto
Le cultivar italiane documentate comprendono Monlis, Norberto, Hammurabi, Antenato e Monili. Per Antenato e Monili sono disponibili descrizioni agronomiche, ma non una caratterizzazione comparativa completa di subunità, GMP, adesività e prestazione in pane, pizza e pasta.
Anche un monococco balcanico particolarmente debole può essere informativo, purché siano noti identità del materiale, lotto, ambiente, molitura e protocollo. La variabilità del monococco è ampia e impedisce di trasferire automaticamente a tutta la specie il profilo di una singola cultivar.
II PARTE – Rapporto fra subunità e capacità di attivare risposte avverse
1. Le subunità e il sistema immunitario
Il glutine comprende gliadine e glutenine; entrambe possono generare peptidi riconosciuti dal sistema immunitario. Nella celiachia, peptidi ricchi di prolina e glutammina resistono in parte alla digestione, possono essere deamidati dalla transglutaminasi 2 e presentati da HLA-DQ2 o HLA-DQ8 ai linfociti T.
Sono stati descritti epitopi nelle α-, γ- e ω-gliadine e anche nelle HMW- e LMW-glutenine. Le gliadine restano generalmente la sorgente più studiata e spesso immunodominante, ma “glutenina” non significa immunologicamente inerte.
1.1 Le glutenine partecipano alla risposta?
Sì, potenzialmente. Dopo riduzione o digestione, le subunità gluteniniche liberano peptidi che possono condividere motivi con epitopi gliadinici o possedere epitopi propri. Le LMW-GS sono particolarmente rilevanti per abbondanza e omologie di sequenza; epitopi sono stati segnalati anche nelle HMW-GS.
La capacità effettiva di attivare una risposta dipende però dalla sequenza della specifica subunità, dalla digestione, dalla deamidazione, dall’HLA del soggetto e dalla dose. Non può essere dedotta dalla sola classe elettroforetica o dal peso molecolare.
Avvertenza clinica. Tutto il frumento monococco contiene glutine e non è adatto alla dieta delle persone con celiachia. Una risposta media ridotta rispetto al frumento tenero non equivale a sicurezza individuale né autorizza il consumo.
2. Evidenze specifiche su ID331/Norberto
A. (1) – Omissis. D’altra parte, tenuto conto che l’incidenza e la gravità della celiachia dipendono dalla quantità e dalla nocività delle prolamine e che alcuni genotipi di grano monococco hanno una elevata qualità panificatoria accoppiata con assenza di citotossicità e ridotta immunogenicità, è atteso che l’uso delle farine di monococco nella dieta della popolazione generale, all’interno della quale si trova una elevata percentuale di individui predisposti geneticamente alla celiachia ma non ancora celiaci, possa contribuire a contenere la diffusione di questa forma di intolleranza alimentare.
Ciò lascia pensare che il grano monococco, riportato recentemente in coltivazione in Italia dai ricercatori del Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura (CRA) di Roma e Sant’Angelo Lodigiano, potrà svolgere un ruolo importante nella prevenzione della celiachia, sia direttamente sotto forma di pane e pasta sia indirettamente come specie modello per lo studio del ruolo dell’immunità innata nell’insorgenza della celiachia.
Da: Le nuove frontiere delle tecnologie alimentari e la celiachia, Norberto Pogna, Laura Gazza (2013). Volume 212, 1 December 2016, Pages 537-542.
(2) – Omissis. Abstract. A growing interest in developing new strategies for preventing coeliac disease has motivated efforts to identify cereals with null or reduced toxicity. In the current study, we investigate the biological effects of ID331 Triticum monococcum gliadin-derived peptides in human Caco-2 intestinal epithelial cells. Triticum aestivum gliadin-derived peptides were employed as a positive control.
The effects on epithelial permeability, zonulin release, viability, and cytoskeleton reorganization were investigated. Our findings confirmed that ID331 gliadin did not enhance permeability and did not induce zonulin release, cytotoxicity or cytoskeleton reorganization of Caco-2 cell monolayers.
We also demonstrated that ID331 ω-gliadin and its derived peptide ω(105–123) exerted a protective action, mitigating the injury of Triticum aestivum gliadin on cell viability and cytoskeleton reorganization. These results may represent a new opportunity for the future development of innovative strategies to reduce gluten toxicity in the diet of patients with gluten intolerance.
Protective effects of ID331 Triticum monococcum gliadin on in vitro models of the intestinal epithelium. Giuseppe Iacomino et al., 2016.
(3) – Omissis. Lo studio di Gianfrani et al. del 2015 ha evidenziato che:
“In conclusione, abbiamo dimostrato che le proteine gliadiniche del grano monococco (TM) sono sufficientemente diverse da quelle del comune frumento tenero (TA) da determinare una minore tossicità immunitaria dopo una simulazione in vitro della digestione umana.
È stato osservato che l’intensità della risposta delle cellule T ai peptidi del glutine dipende dal numero di copie del gene HLA-DQ2 nei pazienti celiaci [31]. Questo dato suggerisce un modello quantitativo, basato sul rapporto tra assetto HLA ed epitopi del glutine, per raggiungere una risposta patologica delle cellule T.
Pertanto, ipotizziamo che una dieta abituale basata su un antico grano monococco, caratterizzato da una quantità ridotta di peptidi del glutine immunotossici, possa ritardare l’insorgenza della malattia celiaca, soprattutto nei soggetti a rischio, come i familiari di primo grado di pazienti celiaci portatori degli alleli HLA associati alla celiachia.”
Conclusione
“Il grano monococco viene frequentemente impiegato da soggetti con sensibilità al glutine non celiaca (NCGS), pur in assenza di evidenze cliniche definitive e validate su larga scala, ferme restando le specifiche intolleranze individuali accertate in sede clinica.
Sotto il profilo della ricerca, la carenza di studi clinici strutturati si lega a dinamiche di sostenibilità economica: i finanziamenti privati tendono a concentrarsi su asset industriali proprietari, mentre le istituzioni pubbliche, vincolate da risorse limitate, danno priorità ad aree sanitarie a maggiore impatto epidemiologico.
Ciononostante, l’attuale e diffuso consumo di questa varietà funge da indicatore empirico sul territorio: un’eventuale incidenza significativa di reazioni avverse verrebbe prontamente intercettata ed evidenziata dai canali della sorveglianza sanitaria attiva, attraverso la pratica quotidiana di medici di medicina generale, gastroenterologi e nutrizionisti.”
III PARTE – Le subunità e gli impasti per pane, pizza e pasta
1. Ruolo delle subunità nella destinazione tecnologica
Pane, pizza e pasta richiedono equilibri diversi. Non esiste una composizione “migliore” in assoluto: conta la combinazione fra resistenza, estensibilità, stabilità nel tempo e capacità di sopportare il processo.
1.1 Le subunità gliadiniche: differenze fra pane e pasta
Nel pane le α/β- e le γ-gliadine favoriscono plasticità, estensibilità e rilassamento della rete: permettono all’impasto di espandersi sotto la pressione dei gas. Se però prevalgono rispetto alle glutenine polimeriche, la massa può diventare più adesiva, cedere durante la lievitazione e trattenere meno gas.
Le ω-gliadine, povere o prive di cisteine, partecipano poco o per nulla al macropolimero; una loro elevata presenza relativa può quindi diluire la frazione capace di costruire la rete. Nessuna famiglia gliadinica, presa isolatamente, definisce tuttavia l’attitudine alla panificazione.
Nella pasta le gliadine contribuiscono alla deformabilità necessaria durante impastamento ed estrusione, mentre la tenuta in cottura dipende soprattutto dalla matrice gluteninica, in particolare dalle LMW-GS.
Un esempio noto nel grano duro è la γ-gliadina 45, associata a glutine forte e buona qualità di cottura; la γ-gliadina 42 è invece associata più spesso a qualità inferiore. La γ-45 è però soprattutto un marcatore elettroforetico: è strettamente legata al gruppo gluteninico LMW-2, ritenuto il principale responsabile dell’effetto favorevole, mentre la γ-42 è legata a LMW-1. Poiché questi marcatori appartengono al genoma B del grano duro, non vanno trasferiti automaticamente al monococco, che possiede il solo genoma A [15].

Prodotto Struttura desiderabile Ruolo delle subunità Rischio nel monococco
Pane rete continua, estensibile e capace di trattenere gas HMW-GS per dorsale e ramificazione; LMW-GS per connessioni; gliadine sufficienti per l’espansione sovraimpastamento, collasso e volume basso
Pizza equilibrio fra estensibilità, tenuta e rilassamento glutenine per la tenuta durante la fermentazione; gliadine per la stesura senza ritorno eccessivo adesività, strappo o impasto troppo tenace
Pasta coesione in impasto poco idratato e resistenza in cottura polimeri gluteninici per la matrice proteica; le gliadine modulano plasticità ed estrusione perdita di solidi, scarsa tenuta, struttura fragile

1.2 Pane
Per il pane servono polimeri abbastanza grandi da trattenere l’anidride carbonica, ma anche gliadine sufficienti a permettere l’espansione. Monlis e ID331/Norberto possono dare risultati accettabili o buoni nel contesto del monococco, soprattutto con impastamento e lievitazione brevi.
Hammurabi non manca necessariamente di proteine: manca di una rete polimerica capace di sostenerne l’espansione.
1.3 Pizza
La pizza richiede estensibilità senza adesività incontrollata e stabilità durante la fermentazione. Un monococco con molte gliadine e pochi polimeri grandi può stendersi facilmente ma perdere forma o aderire; un P/L elevato può invece indicare tenacità e scarsa estensione.
Per il monococco servono protocolli dedicati: idratazione prudente, impastamento breve, riposi controllati e fermentazioni compatibili con la stabilità del lotto.
1.4 Pasta
Nella pasta la rete deve immobilizzare l’amido durante estrusione ed essiccazione e limitare le perdite in cottura. Il contenuto proteico elevato non basta: contano qualità del glutine, polimerizzazione e danno dell’amido.
Nei dati pubblicati Norberto mostra forza del glutine normale nel gruppo studiato, mentre Hammurabi è classificato come estremamente debole. Il comportamento può inoltre cambiare con granulometria, temperatura di essiccazione e presenza della crusca.
2. Una lettura pratica delle cultivar

2. Una lettura pratica delle cultivar

Cultivar Pane Pizza Pasta Cautela interpretativa
Monlis migliore struttura nel gruppo; buona stabilità potenzialmente gestibile, da calibrare sull’idratazione possibile buona coesione profilo proteico e immunologico atipico
ID331/Norberto buon potenziale con processo breve buona estensibilità possibile, ma adesività osservata Norberto: forza normale in uno studio ID331 originario e lotti Norberto non sovrapponibili
Hammurabi rete insufficiente per alto volume molto cedevole e potenzialmente adesivo tenuta debole adesività non misurata strumentalmente
Antenato/Monili dati insufficienti dati insufficienti dati insufficienti serve caratterizzazione completa

IV PARTE – La ricerca che manca
Per collegare davvero subunità, adesività, prestazione tecnologica e risposta immunitaria serve uno studio sullo stesso raccolto e con la stessa molitura, comprendente Monlis, ID331 originario se disponibile, più lotti tracciati di Norberto, Hammurabi, Antenato, Monili e monococchi balcanici identificati.
✓ RP-HPLC e LC-MS/MS quantitativa di α/β-, γ- e ω-gliadine, HMW-GS e LMW-GS; non soltanto conteggio delle bande.
✓ SDS-PAGE/A-PAGE bidimensionale o proteomica top-down per associare ogni banda a una sequenza o proteoforma.
✓ SE-HPLC con e senza agente riducente, UPP e GMP per misurare dimensione e quota dei polimeri.
✓ Adesività strumentale con sonda Chen-Hoseney, texture analyzer o peel test, a idratazione standard e farinografica.
✓ G′, G″, tan δ, creep-recovery, farinografo, alveografo e stress relaxation.
✓ Acqua libera/legata, amido danneggiato, arabinoxilani/pentosani, attività α-amilasica e proteasica.
✓ Prove separate per pane, pizza e pasta con processi adattati ma anche un protocollo comune di confronto.
✓ Digestione gastrointestinale standardizzata, peptidomica degli epitopi, test T-cellulari e modelli epiteliali sulle stesse farine.
✓ Disegno agronomico fattoriale per azoto e zolfo, con più ambienti e annate, così da distinguere genotipo, fertilizzazione e interazione.
Un modello multivariato potrebbe stabilire se l’adesività è spiegata meglio da singole proteoforme γ o ω, dal rapporto gliadine/glutenine, da UPP/GMP, dall’acqua o da fattori non proteici. Un secondo modello potrebbe collegare le sequenze liberate dalla digestione alla risposta immunitaria. Senza misure parallele, attribuire tutto a una singola famiglia proteica resta una semplificazione.
Nota tecnica – Che cosa significano le bande elettroforetiche
In un gel elettroforetico le proteine migrano formando bande. In SDS-PAGE la separazione dipende soprattutto dalla massa apparente dopo denaturazione; in A-PAGE dipende maggiormente da mobilità e carica, ed è stata storicamente usata per le gliadine.
Una banda indica una zona di migrazione, non necessariamente una sola proteina. Proteine diverse possono co-migrare nella stessa posizione, mentre una stessa sequenza può apparire in più forme per modificazioni, processamenti o aggregazione.
L’intensità della banda fornisce al massimo una stima semiquantitativa e dipende da estrazione, colorazione, saturazione e quantità caricata. Dire che Hammurabi possiede 12-13 bande ω e ID331 una sola banda descrive un profilo elettroforetico, non dimostra che la quantità totale di ω-gliadine sia 12-13 volte maggiore. Inoltre le bande non rivelano direttamente la posizione delle cisteine, l’appartenenza al GMP, la sequenza degli epitopi o la digestibilità.
✓ Elettroforesi: ottima per confrontare profili e riconoscere polimorfismi.
✓ HPLC: migliore per quantificare famiglie e proporzioni relative.
✓ Spettrometria di massa: necessaria per identificare sequenze, proteoforme e peptidi.
✓ SE-HPLC/GMP-UPP: necessaria per descrivere dimensione e insolubilità dei polimeri.
✓ Immunologia: richiede peptidi digeriti, HLA e test cellulari; non si deduce dalla posizione di una banda.
Conclusioni
✓ Le glutenine partecipano alla viscosità e alla viscoelasticità; influenzano l’adesività soprattutto attraverso coesione e recupero, ma non la determinano da sole.
✓ Le gliadine plasticizzano la rete; α/β, γ e ω non sono intercambiabili e il numero delle bande non equivale alla loro quantità o funzione.
✓ Anche HMW- e LMW-glutenine possono generare epitopi; le evidenze specifiche sul monococco riguardano però soprattutto le gliadine e il glutine complessivo.
✓ ID331/Norberto presenta evidenze di minore attività in alcuni modelli rispetto al frumento tenero e a Monlis, ma contiene glutine e non è sicuro per i celiaci.
Bibliografia essenziale
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Perché i legami intermolecolari “fanno” la forza del glutine

by luciano

(approfondimento 1 di Potenziale genetico e condizioni di processo nella determinazione della forza del glutine, della digeribilità e dell’immunogenicità)

Il glutine è una rete proteica che emerge quando gliadine e glutenine vengono idratate e messe sotto energia meccanica (impasto) o termica (riscaldamento). La sua “forza” (tenacità/elasticità e capacità di sostenere stress) dipende da due famiglie di interazioni:

1 -Legami covalenti disolfuro (S–S).

Rappresentano i cross-link più stabili e strutturali della rete. Nelle glutenine, in particolare nelle subunità ad alto e basso peso molecolare (HMW-GS e LMW-GS), i ponti disolfuro intermolecolari consentono l’assemblaggio di lunghi polimeri proteici, spesso indicati come glutenin macropolymer (GMP). Questo impalcato polimerico costituisce la vera ossatura elastica del glutine e ne determina in larga misura la resistenza meccanica e la capacità di accumulare energia elastica durante la deformazione.

2 -Interazioni non covalenti (idrofobiche, legami a idrogeno, ioniche).

Sono singolarmente più deboli dei legami covalenti, ma estremamente numerose e dinamiche. Queste interazioni governano l’associazione laterale tra catene, la compattazione locale delle proteine e l’organizzazione della rete su scala fine. In pratica, non “costruiscono” l’impalcatura principale, ma ne modulano la densità, la flessibilità e la capacità di riorganizzarsi in risposta a variazioni di idratazione, temperatura, pH e forza meccanica. Numerosi studi mostrano che modifiche della struttura secondaria (α-eliche, β-foglietti) e delle interazioni non covalenti accompagnano — e in alcuni casi amplificano — gli effetti prodotti dai legami disolfuro.

Un punto chiave:

La rete del glutine non è statica. Durante l’impastamento e le successive lavorazioni avvengono reazioni di scambio tiolo–disolfuro (–SH/–S–S–) che consentono una continua riorganizzazione dei collegamenti tra catene proteiche. Questo rimodellamento permette alla rete di adattarsi allo stress, riparare connessioni danneggiate e, entro certi limiti, aumentare la propria coesione. In generale, una maggiore disponibilità di gruppi reattivi e una più efficiente riorganizzazione dei ponti S–S sono associate a una rete tendenzialmente più forte, più resiliente e meglio bilanciata tra estensibilità ed elasticità.

Implicazioni pratiche per l’impasto
Dal punto di vista operativo, la forza del glutine non dipende solo dal potenziale genetico della farina, ma anche da come il sistema viene “messo nelle condizioni” di esprimere e organizzare i propri legami intermolecolari.

Idratazione adeguata: l’acqua agisce come plastificante e consente alle proteine di muoversi, interagire e riallinearsi. Idratazioni troppo basse limitano la formazione della rete; idratazioni più elevate favoriscono la mobilità molecolare e la riorganizzazione dei legami, rendendo il glutine più estensibile.
Energia di impasto: l’azione meccanica facilita il contatto tra catene proteiche e accelera le reazioni di scambio tiolo–disolfuro. Un impasto insufficiente porta a una rete incompleta; un eccesso di energia può invece causare rottura e riorganizzazione eccessiva dei legami, con perdita di struttura.
Tempo di riposo: fasi di riposo (autolisi, puntata) permettono alle interazioni non covalenti e ai disolfuri di redistribuirsi verso configurazioni più stabili, migliorando equilibrio tra elasticità ed estensibilità.
Condizioni chimiche: pH, sali e presenza di agenti ossidanti o riducenti influenzano direttamente l’equilibrio tra gruppi –SH e ponti –S–S–, modulando la densità di cross-link nella rete.
In sintesi, le pratiche di impasto non creano nuove proteine, ma determinano quanto efficacemente i legami intermolecolari disponibili vengono organizzati, traducendo il potenziale della farina in proprietà reologiche osservabili.