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Infiammazione cronica di basso grado: cos’è e come ridurla con dieta e stile di vita

by luciano

Questo vademecum raccoglie indicazioni pratiche di carattere alimentare e comportamentale utili a ridurre i fattori che possono favorire uno stato di infiammazione cronica di basso grado.

Per infiammazione cronica di basso grado si intende una condizione infiammatoria lieve ma persistente dell’organismo, spesso poco evidente o poco percepita. A differenza dell’infiammazione acuta — che è intensa, visibile e temporanea (come nel caso di un’infezione, di una ferita o di una malattia) — questa forma è più silenziosa e può protrarsi nel tempo. Negli ultimi anni numerosi studi hanno evidenziato come tale stato infiammatorio possa contribuire allo sviluppo o al peggioramento di diverse condizioni metaboliche e immunitarie.

Premessa

La dieta proposta è un insieme di accorgimenti e regole alimentari finalizzate a mantenere il microbiota intestinale in equilibrio e a favorire il miglior funzionamento possibile del sistema immunitario.

Per raggiungere questo obiettivo è utile ridurre o eliminare i fattori che possono alterare l’equilibrio del microbiota intestinale e interferire con l’efficienza del sistema immunitario.

Il microbiota è naturalmente dinamico: una certa variabilità è fisiologica e può dipendere, ad esempio, da cambiamenti nella dieta, nello stile di vita o nell’ambiente. A queste variazioni il microbiota può adattarsi in modo fisiologico oppure sviluppare risposte meno favorevoli.

Non tutte le variazioni del microbiota sono quindi negative. Tuttavia, quando tali cambiamenti determinano squilibri persistenti dell’ecosistema intestinale, possono favorire condizioni di alterazione del microbiota e contribuire all’insorgenza di infiammazione cronica di basso grado.

Ridurre questa condizione è quindi uno degli obiettivi principali del percorso.

Anche in presenza di patologie in atto, adottare indicazioni alimentari e comportamentali utili a ridurre l’infiammazione cronica di basso grado può contribuire a non aggravare ulteriormente il quadro clinico e a favorire un migliore equilibrio generale dell’organismo.

La dieta dovrebbe essere accompagnata anche da alcune regole di stile di vita, in particolare riguardo a:

  • gestione dello stress e dell’ansia

  • attività fisica regolare

  • abitudini di vita equilibrate

Questo aspetto non è affatto marginale. I numerosi studi sull’asse intestino–cervello hanno infatti evidenziato una stretta relazione bidirezionale tra sistema nervoso, intestino e microbiota.

Di conseguenza, condizioni di stress prolungato possono influenzare negativamente l’equilibrio intestinale e compromettere, almeno in parte o completamente, gli effetti positivi di una dieta corretta ed efficace.

Infine, ma non meno importante, va ricordato che la grande variabilità delle condizioni psicofisiche individuali e l’eterogeneità delle risposte a cure, trattamenti e regimi alimentari richiedono spesso una personalizzazione attenta della dieta, possibilmente supportata dal proprio medico o da uno specialista.

Va subito sottolineato che:

In un soggetto realmente sano*, il sistema immunitario e gli organi deputati alla regolazione dell’omeostasi sono fisiologicamente in grado di mantenere lo stato di salute e di difendere l’organismo dagli agenti esterni, inclusi quelli di origine alimentare. Questo equilibrio dipende dalla capacità dell’organismo di modulare in modo appropriato le risposte infiammatorie, preservare l’integrità della barriera intestinale e mantenere una comunicazione efficiente tra intestino, sistema immunitario e sistema nervoso.

Il metodo: cosa evitare e perché

  1. Assumere troppo cibo: lo stomaco dovrebbe essere messo in grado di lavorare (digerire) al meglio. Meglio mangiare più volte che fare un unico pasto abbondante. La letteratura scientifica più recente suggerisce che la presenza di cibo non completamente digerito nel lume intestinale possa contribuire, in specifici contesti [1], a processi di infiammazione cronica di basso grado e a un aumento della permeabilità intestinale. “Per ‘specifici contesti’ si intende la concomitanza di una barriera gastrica inefficiente (ipocloridria), un rallentamento del transito (stasi) e un’alterazione della permeabilità intestinale (leaky gut), che trasformano i residui alimentari indigeriti in stimoli pro-infiammatori per il sistema immunitario.”

  2. Pasti composti da pietanze differenti [2]: Più semplice è la composizione di un pasto più facile risulterà la digestione gastrica. La presenza di grassi [2.1], se significativa può rallentare il passaggio all’intestino prolungando la digestione con possibili effetti di “pesantezza” e gonfiore. Gli zuccheri semplici vengono digeriti molto velocemente, solitamente nell’intestino tenue. Se però li mangi dopo un pasto completo (magari ricco di proteine e fibre), rimangono “bloccati” nello stomaco [2.3] in attesa che il resto del cibo venga processato e possono fermentare [3].

  3. Preparati industriali [4]: meno possibile; contengono additivi che, se assunti singolarmente una volta ogni tanto non creano problemi ma, se assommati tra loro, possono avere un’azione pro-infiammatoria più o meno marcata in relazione allo stato di salute del soggetto. In sintesi non è necessario eliminare rigidamente ogni alimento contenente additivi, ma privilegiare una dieta basata su alimenti poco processati riduce l’esposizione complessiva a miscele di additivi e rappresenta una strategia semplice, sicura e potenzialmente benefica per la salute intestinale e sistemica.

  4. Bevande industriali: meno possibile ;generalmente contengono molto zucchero/edulcoranti/additivi.

  5. Cibi per celiaci: il meno possibile quando non vi sia una reale necessità medica. Molti prodotti industriali senza glutine possono contenere quantità elevate di zuccheri, grassi e additivi, oltre ad avere spesso un contenuto di fibre inferiore rispetto ai prodotti tradizionali. Per questo motivo è preferibile limitarne il consumo quando non strettamente necessario. Va ricordato, inoltre, che gli additivi contenuti in questi prodotti, se sommati tra loro, possono avere un’azione pro-infiammatoria in relazione allo stato di salute del soggetto.

  6. Vino/birra: con molta moderazione, perché l’alcol può interferire con il metabolismo epatico, aumentare l’apporto calorico e, se consumato frequentemente, favorire processi infiammatori e alterazioni dell’equilibrio intestinale.

  7. Alcolici: no se non in casi saltuari.

  8. Caffe: sì, in quantità compatibile con la tolleranza individuale alla caffeina, ma con attenzione all’eventuale contenuto complessivo di zucchero.

  9. Spezie: sì, privilegiando quelle con proprietà digestive e antiossidanti (curcuma, zenzero, cannella, cumino) e usando con maggiore moderazione quelle più irritanti (pepe, peperoncino).

  10. Fritti: con moderazione perché la frittura aumenta il contenuto calorico degli alimenti e può produrre composti ossidati e sostanze irritanti che, se consumati frequentemente, possono favorire processi infiammatori e affaticare la digestione.

  11. Fibre: sono indispensabili. Possibilmente 3–4 volte al giorno. Le fibre rappresentano la principale e più importante fonte di nutrimento del microbiota: con esse il microbiota produce acidi grassi a catena corta (butirrato, acecato, propinato) utili alla salute intestinale.

  12. Insaccati: con parsimonia, perché contengono generalmente quantità elevate di sale, conservanti (nitriti e nitrati) e grassi, elementi che se consumati frequentemente possono favorire processi infiammatori e squilibri metabolici.

  13. Formaggi: sì, nella misura compatibile con il soggetto (pochi se intolleranti al lattosio o alla caseina). Non vanno eliminati completamente quando ben tollerati, perché rappresentano una buona fonte di proteine, calcio e altri micronutrienti utili all’organismo. È comunque preferibile privilegiare formaggi semplici e di buona qualità, consumati con moderazione.

  14. Dolci: nella quantità compatibile con il soggetto. Se vi sono problemi con gli zuccheri (per peso o per glicemia) vanno assunti nelle dosi opportune per evitare squilibri. Non dimentichiamo però che rappresentano anche una fonte di piacere compensativo in molti stati di stress o ansia: moderazione sì, ma senza eliminarli completamente.

  15. Glutine [5][5.1]: se possibile pasta integrale/semintegrale; pane: se possibile semintegrale/integrale di grano duro/farro dicocco o monococco. Il grano tenero contiene una componente del glutine molto difficile da digerire (33mer). Se possibile inserire più possibile prodotti realizzati con grani con glutine meno forte e più tollerabile (diversi grani antichi hanno queste caratteristiche).

  16. Intolleranza al glutine non celiaca (NCGS). L’intolleranza di questo tipo è “dose dipendente”. Una volta accertato che si è intolleranti ma non celiaci è necessario individuare qual è la quantità che è tollerabile senza avere problemi. In questi casi i prodotti realizzati con grani con glutine meno tenace e più tollerabile (diversi grani antichi hanno queste caratteristiche) possono aiutare ad affrontare meglio il problema. Va inoltre sottolineato che molti prodotti per celiaci contengono diversi additivi: per questo aspetto si richiama quanto detto al punto 3 e nella nota [4]

  17. Acqua: bere regolarmente durante la giornata in quantità adeguata. L’acqua è indispensabile per il corretto funzionamento del metabolismo, della digestione e dei processi di eliminazione delle scorie. (I mecici ci perseguitano…1,5 – 2 litri….)

  18. The verde perché: contiene polifenoli e sostanze antiossidanti che possono contribuire alla protezione cellulare e all’equilibrio metabolico.

  19. Medicine: solo se veramente necessarie e su prescrizione medica.

  20. Integratori: da utilizzare consultando uno specialista per definire un’assunzione “personalizzata” in funzione del disturbo/patologia presente. Inoltre molti non sono sufficientemente testati su popolazioni ampie e ben caratterizzate.

Comportamenti specifici :

  1. Fare attività fisica anche solo moderatamente.

  2. Se in attività lavorativa evitare che questa porti a stress.

  3. Se in periodo post attività lavorativa impegnarsi in attività che richiedano concentrazione e, se possibile, creatività. Realizzare progetti è altamente utile per mantenere in attività le funzioni cognitive.

  4. Non fumare

  5. Con il proprio medico definire gli accertamenti generali di routine necessari per un buon monitoraggio della propria salute oltre ad accertamenti specifici per situazioni mediche già accertate.

* È infine opportuno precisare che il concetto di “soggetto sano” non coincide semplicemente con l’assenza di malattie clinicamente diagnosticate. In senso fisiologico più rigoroso, una persona può essere definita realmente sana quando non presenta patologie in atto e non si trova in uno stato di infiammazione cronica di basso grado. Questa distinzione è tutt’altro che marginale, poiché nella pratica clinica il termine “sano” viene spesso utilizzato in senso riduttivo, coincidente con la sola assenza di diagnosi formali.

Note:

[1] Cibo indigerito

L’infiammazione di basso grado non è causata dal cibo in sé, ma dalla rottura dell’equilibrio tra digestione, microbiota e barriera intestinale. In particolare:

  • Il fallimento enzimatico e acido: Se lo stomaco (per stress o farmaci) non degrada le proteine in piccoli aminoacidi, restano catene peptidiche lunghe che il corpo può scambiare per minacce.

  • La trasformazione biochimica: I residui indigeriti, ristagnando, subiscono processi di putrefazione (proteine) o fermentazione eccessiva (zuccheri), producendo metaboliti tossici (ammoniaca, fenoli, gas) che irritano la mucosa.

  • La breccia immunitaria: In presenza di una mucosa intestinale “permeabile”, queste macromolecole e tossine superano la parete cellulare ed entrano in contatto diretto con il sistema immunitario, mantenendolo in uno stato di allerta perenne (rilascio di citochine infiammatorie).

[2] La semplicità e il “carico” enzimatico

Ogni macronutriente (carboidrati, proteine, grassi) richiede enzimi e tempi di scomposizione diversi. Quando mescoliamo troppe pietanze differenti:

  • Lo stomaco deve gestire un mix chimico complesso.

  • Il corpo fatica a ottimizzare il pH gastrico per ogni alimento.

  • Risultato: Una digestione più rapida e “pulita” avviene quando i pasti sono composti da pochi ingredienti ben abbinati.

[2.1] Il ruolo dei grassi

I grassi sono i nutrienti più lenti da digerire. La loro presenza invia segnali ormonali (come la colecistochina) che dicono allo stomaco di rallentare lo svuotamento verso il duodeno.

  • Il lato positivo: Donano un senso di sazietà prolungato.

  • Il lato negativo: Se il pasto è eccessivamente grasso, il cibo ristagna nello stomaco. Questo processo di fermentazione o ristagno è ciò che causa quella sensazione di “mattone sullo stomaco” e il gonfiore addominale.

[2.3] Consigli per un pasto bilanciato ma leggero

Per evitare la pesantezza senza rinunciare al gusto, potresti seguire queste piccole accortezze:

  • Preferire cotture semplici: Vapore, piastra o forno piuttosto che fritture o soffritti prolungati.

  • Limitare le proteine diverse: Evitare di mischiare nello stesso pasto uova, formaggi e carne.

  • Grassi a crudo: Usare l’olio extravergine d’oliva a fine cottura per mantenerne intatte le proprietà e facilitarne la scomposizione.

In sintesi: Meno “ostacoli” diamo al nostro apparato digerente sotto forma di combinazioni complesse e grassi pesanti, più energia avremo a disposizione dopo il pasto invece di sentirci assonnati e gonfi.

[3] Zuccheri

Mentre i grassi rallentano la digestione per una questione di “gestione biochimica” (lo stomaco chiude la valvola per prendersi tempo), gli zuccheri semplici a fine pasto (la quantità qui gioca un ruolo importante) creano una sorta di “coda digestiva” nello stomaco.

3.1. L’effetto “Tappo” e la Fermentazione

Gli zuccheri semplici vengono digeriti molto velocemente, solitamente nell’intestino tenue. Inseriti dopo un pasto completo (magari ricco di proteine e fibre), rimangono “bloccati” nello stomaco in attesa che il resto del cibo venga processato.

  • Conseguenza: In quell’ambiente caldo e umido, gli zuccheri iniziano a fermentare.

  • Risultato: Produzione di gas, gonfiore addominale immediato e senso di acidità.

3.2. Il richiamo di liquidi (Osmosi)

Gli zuccheri sono sostanze “osmotiche”, ovvero richiamano acqua all’interno dello stomaco e dell’intestino per essere diluiti.

  • Questo afflusso di liquidi può causare una sensazione di distensione addominale e, in alcuni casi, crampi o transito accelerato (ma non nel senso buono del termine).

3.3. L’impatto sull’insulina

A differenza dei grassi, che non stimolano significativamente l’insulina, il dolce a fine pasto (la quantità qui gioca un ruolo importante) può causare un picco glicemico importante.

  • Se il pasto precedente era già ricco di carboidrati (pasta o pane), il dolce è la “goccia che fa traboccare il vaso”.

  • Questo picco è spesso seguito da un crollo (ipoglicemia reattiva) che ti fa sentire stanco e privo di energie poco dopo aver mangiato

Caratteristica

Grassi Abbondanti

Zuccheri (Dolce)

Azione principale

Rallentano lo svuotamento gastrico.

Fermentano in attesa di essere digeriti.

Sensazione

Pesantezza, “pietra nello stomaco”.

Gonfiore, aria nella pancia, sonnolenza.

Effetto Ormonale

Senso di sazietà prolungato.

Picco di insulina e successiva stanchezza.

3.4. Fermentazione nello stomaco

3.4.1. Condizioni Normali: La Barriera Acida

In un soggetto realmente sano*, la fermentazione nello stomaco è pressoché assente perché è un ambiente molto acido dovuto all’acido cloridico.

Ambiente ostile:

Lo stomaco secerne acido cloridrico, mantenendo un pH molto basso (circa 1,5–3,0). Questo elevato grado di acidità agisce come un vero e proprio filtro di sicurezza, neutralizzando la maggior parte dei batteri e dei lieviti ingeriti con il cibo.

Velocità di transito:

In condizioni normali, gli zuccheri semplici passano rapidamente nel duodeno (circa 15–30 minuti), senza lasciare ai pochi microrganismi sopravvissuti il tempo necessario per avviare processi fermentativi.

Lo stomaco, tuttavia, non è completamente sterile. Alcuni microrganismi possono, in determinate circostanze, essere presenti e svolgere un ruolo limitato:

Lieviti (come Candida albicans):

Sono naturalmente presenti nel tratto digestivo. Se gli zuccheri rimangono nello stomaco troppo a lungo, ad esempio a causa di un pasto precedente lento da digerire, i lieviti possono metabolizzarli producendo gas (anidride carbonica) e piccole quantità di etanolo.

Batteri acido-tolleranti:

Alcuni ceppi di lattobacilli o batteri provenienti dal duodeno (specialmente quando l’acidità gastrica è temporaneamente tamponata dal cibo) possono contribuire a processi fermentativi limitati.

3.4.2. Condizioni Alterate: quando lo Stomaco “Fermenta”

La fermentazione diventa possibile quando la barriera acida si riduce oppure il cibo ristagna nello stomaco. Le cause principali possono essere:

Stress cronico (asse cervello-intestino):

Lo stress prolungato può agire su due fronti:

  • Riduzione della secrezione acida: attraverso l’attivazione del sistema nervoso simpatico, lo stress può diminuire la produzione di HCl, aumentando il pH gastrico e rendendo l’ambiente più favorevole alla sopravvivenza dei microbi.

  • Alterazione della motilità: lo stress può modificare le contrazioni gastriche, rallentando lo svuotamento dello stomaco.

Pasti molto complessi o ricchi di grassi:

I grassi stimolano segnali ormonali che rallentano lo svuotamento gastrico e la apertura del piloro. Se sopra questo rallentamento vengono introdotti zuccheri semplici, il contenuto gastrico può permanere più a lungo nello stomaco.

Uso di farmaci:

Gli inibitori di pompa protonica (PPI) aumentano artificialmente il pH gastrico, riducendo l’effetto battericida naturale dell’acido cloridrico.

Presenza eccessiva di lieviti (SIFO):

In condizioni di disbiosi, lieviti come Saccharomyces o Candida possono colonizzare maggiormente il tratto digestivo superiore e contribuire alla fermentazione degli zuccheri.

3.4.3. Le Conseguenze: cosa provoca la Fermentazione Gastrica

Anche se numericamente inferiore a quella intestinale, la fermentazione nello stomaco è molto fastidiosa perché avviene in un organo posto in alto nel tronco:

  • Produzione di Gas ($CO_2$): Il gas si accumula rapidamente, causando la distensione delle pareti gastriche (senso di palloncino sotto lo sterno).

  • Eruttazioni e Reflusso: La pressione del gas spinge contro il cardias (la valvola superiore). Questo può causare la risalita di aria mista a vapori acidi o cibo (reflusso).

  • Acidità Organica: I batteri/lieviti producono acidi organici (come l’acido lattico) che irritano la mucosa, dando una sensazione di bruciore diversa da quella dell’acido cloridrico puro.

  • Sonnolenza Post-Prandiale: La produzione di piccole quantità di sottoprodotti della fermentazione (come l’etanolo o l’acetaldeide) può contribuire alla “nebbia mentale” o alla stanchezza estrema dopo aver mangiato dolci.

In sintesi

La fermentazione gastrica non rappresenta un processo fisiologico normale, ma può indicare un’alterazione dell’ambiente digestivo, dovuta a una riduzione dell’acidità gastrica o a un rallentamento dello svuotamento dello stomaco, condizioni che permettono ai microrganismi di metabolizzare gli zuccheri prima che avvenga una digestione completa.

[4] Additivi e Salute Intestinale

L’impatto degli additivi alimentari sulla salute non dipende solo dalla loro tossicità intrinseca (regolata dalle autorità sanitarie), ma dal loro effetto sinergico sulla barriera intestinale. In particolare, la ricerca evidenzia due meccanismi critici:

  1. Alterazione del muco protettivo (Emulsionanti): Additivi come la carbossimetilcellulosa (E466) o il polisorbato 80 (E433), comuni in salse e dolci industriali, possono agire come tensioattivi. Essi tendono a “sciogliere” lo strato di muco che riveste l’intestino, permettendo ai batteri di entrare in contatto diretto con le cellule della mucosa, innescando così una risposta infiammatoria cronica.

  2. Disbiosi e Permeabilità (Dolcificanti e Conservanti): L’assunzione costante di miscele di additivi può alterare la composizione del microbiota (disbiosi). Uno squilibrio batterico, unito all’azione di alcuni conservanti, può indebolire le “giunzioni serrate” (tight junctions) tra le cellule intestinali. Questo aumento della permeabilità (leaky gut) facilita il passaggio di frammenti batterici e molecole indigerite nel sangue, alimentando un’infiammazione sistemica di basso grado.

[5] Glutine indigerito

Negli individui sani, allo stato attuale delle conoscenze, non esistono evidenze cliniche solide e conclusive che dimostrino un impatto sistemico significativo del glutine sulla permeabilità intestinale o sull’equilibrio infiammatorio dell’organismo.

Ciò nonostante, nei soggetti che presentano predisposizioni genetiche, vulnerabilità immunologiche o condizioni cliniche già presenti — anche quando non ancora chiaramente manifeste sul piano clinico — l’adozione di un criterio di prudenza nutrizionale non rappresenta un eccesso di cautela, ma piuttosto un atteggiamento di responsabilità preventiva. Tale approccio non implica necessariamente l’eliminazione indiscriminata del glutine dalla dieta, bensì una valutazione attenta e personalizzata del contesto clinico, metabolico e nutrizionale della persona.

In questi casi l’alimentazione può infatti contribuire, in senso positivo o negativo, alla modulazione dell’equilibrio infiammatorio e immunitario dell’organismo, all’interno di una visione sistemica della salute.

La qualità dell’alimentazione quotidiana non esercita effetti esclusivamente sull’intestino. Essa influenza il tono immunitario generale, il livello di infiammazione cronica di basso grado e, indirettamente, anche la salute cerebrale attraverso i complessi meccanismi dell’asse intestino–cervello. Prendersi cura dell’intestino significa quindi, in larga misura, prendersi cura dell’intero organismo.

[5.1] Glutine e permeabilità intestinale. Il glutine è una proteina complessa ricca di prolamine (gliadine) che il nostro sistema enzimatico non riesce a digerire completamente.
Le gliadine sono infatti costituite da lunghe catene di aminoacidi — i “mattoncini” delle proteine — legati tra loro in modo tale da rendere difficile l’azione degli enzimi digestivi, che non riescono a separare completamente questi aminoacidi prima dell’assorbimento da parte della parete intestinale.

In soggetti predisposti, alcuni di questi frammenti proteici non completamente digeriti possono stimolare il rilascio di zonulina, una proteina che agisce come regolatore delle giunzioni intestinali.

Mentre in un individuo sano queste “porte” si richiudono rapidamente senza conseguenze, nei soggetti vulnerabili possono rimanere aperte più a lungo, facilitando il fenomeno della permeabilità intestinale e la comparsa di processi infiammatori di basso grado, come descritto nei punti precedenti.

Riferimenti scientifici principali

Di seguito sono riportati alcuni studi scientifici di alto profilo che supportano i concetti descritti nel vademecum, in particolare riguardo alla permeabilità intestinale e al possibile impatto degli additivi alimentari ed emulsionanti sull’equilibrio intestinale.

1. Sulla Permeabilità Intestinale e Zonulina (Punti [1] e [5])

Questa ricerca è fondamentale perché ha identificato il meccanismo biologico attraverso cui il glutine e la salute intestinale interagiscono, introducendo il concetto di “apertura” delle giunzioni serrate.

  • Autore: Fasano, A.

  • Titolo: Zonulin, regulation of tight junctions, and autoimmune diseases.

  • Anno: 2011 (con aggiornamenti continui fino al 2020)

  • DOI: 10.1146/annurev-med-051809-150355

  • Abstract Esteso:

    La ricerca descrive la scoperta della zonulina, uno dei principali modulatori fisiologici delle giunzioni serrate intestinali (tight junctions). Lo studio dimostra come frammenti indigeriti di glutine (gliadina) stimolino il rilascio di zonulina non solo in soggetti celiaci, ma anche in individui con predisposizione genetica. Questo rilascio provoca un aumento della permeabilità intestinale, permettendo il passaggio di antigeni dal lume intestinale al flusso sanguigno. Il lavoro evidenzia come questo processo sia alla base dell’infiammazione cronica di basso grado e possa innescare risposte immunitarie sistemiche, contribuendo alla comprensione scientifica del fenomeno della permeabilità intestinale.

2. Sull’effetto degli Emulsionanti e muco intestinale (Punto [4])

Questo studio è una pietra miliare per quanto riguarda i “preparati industriali” e spiega perché l’effetto cumulativo degli additivi è preoccupante per il microbiota.

  • Autore: Chassaing, B., et al.

  • Titolo: Dietary emulsifiers impact the mouse gut microbiota promoting colitis and metabolic syndrome.

  • Anno: 2015 (pubblicato su Nature, una delle riviste più prestigiose al mondo)

  • DOI: 10.1038/nature14232

  • Abstract Esteso:

    Gli autori hanno analizzato l’impatto di due comuni emulsionanti industriali: la carbossimetilcellulosa e il polisorbato 80. Lo studio dimostra che queste sostanze non sono inerti, ma alterano direttamente la composizione del microbiota e l’interazione tra batteri e ospite. In particolare, gli emulsionanti riducono lo spessore del muco protettivo intestinale, permettendo ai batteri di avvicinarsi eccessivamente alle cellule epiteliali. Ciò causa un’infiammazione cronica intestinale che si riflette a livello sistemico con alterazioni metaboliche (aumento della glicemia e dell’adiposità). La ricerca suggerisce che l’ampio uso di questi additivi possa aver contribuito all’aumento globale delle malattie infiammatorie croniche.

Perché citare queste ricerche nel Vademecum?

  1. Validazione del “leaky gut”: La ricerca di Fasano toglie il concetto di “permeabilità intestinale” dall’ambito della medicina alternativa, portandolo nella medicina accademica.

  2. Pericolo degli Ultra-Processati: Lo studio di Chassaing su Nature fornisce una prova biochimica del perché non è solo lo zucchero il problema dei cibi industriali, ma la loro struttura chimica (emulsionanti).

  3. Approccio Sistemico: Entrambi gli studi confermano che ciò che accade nell’intestino ha riflessi immediati sul metabolismo e sul sistema immunitario generale (infiammazione di basso grado).

Conclusione

Prendersi cura dell’intestino significa adottare un atteggiamento di prevenzione consapevole. Non è necessaria una rigidità assoluta, ma una scelta alimentare semplice, equilibrata e di qualità, capace di proteggere non solo l’intestino, ma l’intero organismo e anche la salute del cervello.

Infiammazione cronica di basso grado nella divulgazione scientifica italiana (2025-2026)

Introduzione alle fonti giornalistiche

Selezione di articoli italiani autorevoli del 2025-2026 che trattano in modo diretto o sostanziale l’infiammazione cronica di basso grado, soprattutto in rapporto a longevità, dieta, attività fisica, stress e metabolismo. Tra i più pertinenti ci sono: “Infiammazione cronica silente: cos’è, sintomi e come curarla” di Style/Corriere della Sera del 10 aprile 2026; “È vero che lo sport non serve a dimagrire?…” di Corriere della Sera del 21 marzo 2026; “Le tre ‘F’ che mantengono in salute l’intestino (e il cervello)” di Cook/Corriere del 14 marzo 2026; “Sì, la dieta può rallentare l’invecchiamento” di la Repubblica Salute dell’11 agosto 2025; “Il segreto della longevità per il 2026? Respira, riposa, sorridi e impara a perdonare” di la Repubblica Salute del 23 dicembre 2025; e “Dimmi come mangi e ti dirò come invecchi” di la Repubblica Salute del 30 dicembre 2025.

Di seguito viene presentato un abstract esteso costruito a partire da questi articoli.

Abstract esteso

Nel giornalismo scientifico e sanitario italiano del 2025-2026, l’infiammazione cronica di basso grado emerge come una chiave interpretativa trasversale per comprendere l’invecchiamento biologico e molte patologie cronico-degenerative. Gli articoli selezionati la descrivono non come un episodio acuto e visibile, ma come uno stato persistente, “silente”, di attivazione immunitaria a bassa intensità, spesso privo di sintomi specifici ma capace, nel tempo, di favorire insulino-resistenza, aumento del grasso addominale, stanchezza cronica e maggior rischio cardiovascolare e neurodegenerativo. Style/Corriere la definisce infatti un “nemico silente” e un “terreno comune” di numerose condizioni cliniche, sottolineando come venga spesso normalizzata nella vita quotidiana.

Una prima linea narrativa molto forte riguarda il rapporto tra infiammazione e invecchiamento. la Repubblica Salute collega esplicitamente l’infiammazione cronica di basso grado all’“inflammaging”, cioè a quel processo per cui l’organismo invecchia in presenza di una persistente attivazione immunitaria e di stress ossidativo. Nell’articolo sui telomeri, l’idea centrale è che il potenziale infiammatorio della dieta possa accelerare oppure rallentare l’erosione telomerica: gli alimenti pro-infiammatori vengono associati a telomeri più corti, mentre regimi alimentari più ricchi di fibre, polifenoli e grassi insaturi vengono presentati come plausibilmente protettivi. Lo stesso quotidiano, a fine 2025, ribadisce che prevenire l’infiammazione è essenziale per la longevità, perché questa accelera l’età biologica e aumenta il rischio delle principali malattie dell’età avanzata.

Una seconda area tematica riguarda la dieta come fattore di modulazione. Gli articoli non propongono soluzioni miracolistiche, ma convergono su alcuni elementi ricorrenti: ridurre cibi ultra-processati o ad alto carico infiammatorio, stabilizzare la glicemia, privilegiare alimenti poco processati, grassi di qualità, fibre e cibi che sostengano il microbiota intestinale. Style/Corriere elenca tra gli alimenti più favorevoli pesce ricco di omega-3, verdure a foglia verde, frutti di bosco, olio extravergine, semi oleosi, curcuma, zenzero e fermentati, insistendo però sul fatto che il beneficio dipende dal pattern alimentare complessivo e non dal singolo “superfood”. la Repubblica rafforza questa impostazione citando l’Indice Infiammatorio della Dieta (DII), usato per stimare quanto una dieta sia pro- o anti-infiammatoria.

Una terza direttrice è il ruolo del movimento fisico. Nel Corriere della Sera del 21 marzo 2026, l’attività fisica viene presentata come un “farmaco multi-target” che non serve soltanto a consumare calorie, ma agisce su sensibilità insulinica, grasso epatico, pressione, glicemia, sonno e umore. In questo quadro, il movimento e la dieta sana sono descritti come potenti modulatori dell’infiammazione cronica di basso grado, anche grazie alla produzione di miochine da parte del muscolo in contrazione, cioè molecole con effetti antinfiammatori e metabolici. L’articolo di Cook/Corriere sul microbiota completa il quadro suggerendo che sport regolare e salute delle mucose intestinali siano strettamente collegati, con possibili benefici combinati su autofagia, funzione immunitaria e riduzione dell’infiammazione sistemica.

Un quarto filone riguarda stress, sonno e regolazione neuroendocrina. Style/Corriere insiste sul fatto che stress cronico e cattiva qualità del sonno alimentano direttamente i processi infiammatori; vengono richiamati l’aumento del cortisolo, il peggioramento della sensibilità insulinica e l’aumento della fame come meccanismi che mantengono l’organismo in uno stato di allerta prolungato. Anche Wired Italia, pur non essendo centrato esclusivamente sull’infiammazione cronica di basso grado, rafforza l’idea che una disregolazione cronica del cortisolo e dei ritmi circadiani possa contribuire a obesità viscerale, alterazioni metaboliche e stress persistente, tutti elementi coerenti con il quadro pro-infiammatorio discusso dagli altri articoli. la Repubblica, nell’intervista sulla longevità, estende il ragionamento alla salute orale e al benessere psicologico, suggerendo che anche parodontopatie e stress emotivo cronico possano aumentare l’infiammazione sistemica.

Nel complesso, questi articoli presentano l’infiammazione cronica di basso grado come una condizione sistemica in cui convergono alimentazione, composizione corporea, stress, sonno, microbiota, esercizio fisico e invecchiamento cellulare. Il messaggio giornalistico prevalente è che non si tratti di una malattia unica, ma di un “substrato biologico” che può precedere o accompagnare molte malattie. Da qui deriva una visione fortemente preventiva: non spegnere un sintomo, ma ridurre il carico infiammatorio quotidiano attraverso interventi ripetuti e realistici sullo stile di vita.

Dal punto di vista critico, va però osservato che questi testi sono articoli di divulgazione giornalistica, non revisioni sistematiche o linee guida. Alcuni riportano studi o interviste a specialisti in modo corretto ma sintetico; altri usano toni più lifestyle e semplificano un quadro biologico complesso. La convergenza tra testate diverse, comunque, è notevole: tutte riconoscono l’infiammazione cronica di basso grado come un nodo centrale fra metabolismo e invecchiamento, e tutte indicano nelle abitudini di vita il principale spazio di intervento. Questa convergenza non sostituisce la prova clinica, ma segnala che il tema è ormai stabilmente entrato nel discorso pubblico italiano sulla prevenzione e sulla longevità.

Fonti giornalistiche

  • Style – Corriere della Sera, 10 aprile 2026, “Infiammazione cronica silente: cos’è, sintomi e come curarla”.

  • Corriere della Sera, 21 marzo 2026, “È vero che lo sport non serve a dimagrire? Ecco perché l’esercizio non conta solo per le calorie consumate”.

  • Cook – Corriere della Sera, 14 marzo 2026, “Le tre ‘F’ che mantengono in salute l’intestino (e il cervello)”.

  • la Repubblica – Salute, 11 agosto 2025, “Sì, la dieta può rallentare l’invecchiamento”.

  • la Repubblica – Salute, 23 dicembre 2025, “Il segreto della longevità per il 2026? Respira, riposa, sorridi e impara a perdonare”.

  • la Repubblica – Salute, 30 dicembre 2025, “Dimmi come mangi e ti dirò come invecchi”.

Approfondimento di alcuni articoli significativi

1. Corriere della Sera – Style

Corriere della Sera

Titolo: Infiammazione cronica silente: cos’è e come contrastarla con alimentazione e stile di vita
Sezione: Style – Benessere
Data: 10 aprile 2026

Breve citazione dall’articolo

“L’infiammazione cronica di basso grado è un processo silente che può favorire nel tempo malattie metaboliche, cardiovascolari e neurodegenerative.”

Abstract esteso

L’articolo descrive l’infiammazione cronica di basso grado come una condizione biologica persistente caratterizzata da una lieve ma continua attivazione del sistema immunitario. A differenza dell’infiammazione acuta, non presenta sintomi evidenti ma può svilupparsi lentamente nel tempo, contribuendo allo sviluppo di diverse patologie croniche. Tra queste vengono citate obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e processi di invecchiamento accelerato.

Il testo sottolinea il ruolo centrale dello stile di vita nella modulazione dei processi infiammatori. L’alimentazione ricca di alimenti ultra-processati, zuccheri raffinati e grassi saturi favorirebbe uno stato pro-infiammatorio, mentre una dieta equilibrata ricca di fibre, vegetali, pesce e grassi insaturi avrebbe effetti antinfiammatori. Viene inoltre evidenziato il contributo del microbiota intestinale nella regolazione della risposta immunitaria sistemica.

Un’altra dimensione rilevante riguarda il rapporto tra infiammazione cronica e invecchiamento biologico. L’articolo richiama il concetto di inflammaging, cioè l’invecchiamento accelerato associato a uno stato infiammatorio persistente. Secondo gli esperti citati, la riduzione del carico infiammatorio attraverso alimentazione equilibrata, attività fisica regolare, sonno adeguato e gestione dello stress rappresenta una strategia preventiva fondamentale.

2. la Repubblica – Salute

la Repubblica

Titolo: Sì, la dieta può rallentare l’invecchiamento: il ruolo dell’infiammazione e dei telomeri
Sezione: Salute
Data: 11 agosto 2025

Breve citazione

“Una dieta con alto indice infiammatorio è associata a telomeri più corti e a un invecchiamento biologico più rapido.”

Abstract esteso

L’articolo analizza il legame tra dieta, infiammazione sistemica e invecchiamento cellulare. Viene presentato il concetto di indice infiammatorio della dieta (Dietary Inflammatory Index), utilizzato in studi epidemiologici per valutare il potenziale pro- o anti-infiammatorio dell’alimentazione.

Secondo le ricerche citate, regimi alimentari ricchi di zuccheri semplici, grassi saturi e alimenti altamente processati sono associati a un aumento dei marcatori infiammatori e a una maggiore probabilità di telomeri più corti. I telomeri, strutture che proteggono le estremità dei cromosomi, rappresentano un indicatore biologico dell’invecchiamento cellulare.

Al contrario, una dieta ricca di frutta, verdura, fibre, cereali integrali, legumi e pesce appare correlata a un minor livello di infiammazione sistemica. L’articolo suggerisce che il modello alimentare mediterraneo possa rappresentare una strategia efficace per modulare i processi infiammatori cronici e favorire una maggiore longevità.

3. Corriere della Sera – Salute

Corriere della Sera

Titolo: È vero che lo sport non serve a dimagrire? Perché l’esercizio conta anche oltre le calorie
Data: 21 marzo 2026

Breve citazione

“L’attività fisica regolare riduce l’infiammazione sistemica e migliora sensibilità insulinica, pressione e metabolismo.”

Abstract esteso

L’articolo discute il ruolo dell’attività fisica nella salute metabolica e nella prevenzione delle malattie croniche. Il testo chiarisce che l’esercizio fisico non agisce soltanto attraverso il consumo calorico, ma produce una serie di effetti fisiologici complessi che includono la regolazione dei livelli di glucosio nel sangue, il miglioramento della sensibilità insulinica e la riduzione dei livelli di infiammazione sistemica.

Una parte dell’analisi riguarda la produzione di miochine, molecole rilasciate dal muscolo durante la contrazione che esercitano effetti antinfiammatori e metabolici. Attraverso questi meccanismi, l’attività fisica contribuisce alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado e al miglioramento della salute cardiovascolare e metabolica.


Cibo non digerito e infiammazione intestinale -II parte- aggiornamento 24-02-2026

by luciano

Note riassuntive – Punti salienti della ricerca

6. Dieta infiammatoria vs antinfiammatoria

Come mostrato nella Figura 3, la dieta occidentale, ad alto contenuto energetico, è tipicamente pro-infiammatoria, ricca di grassi animali saturi, carni rosse, patatine fritte, snack e margarine (acidi grassi trans), bevande zuccherate e zuccheri semplici, sale, cibi lavorati e condimenti elaborati. La dieta occidentale è spesso associata a uno stile di vita sedentario ed è caratterizzata dalla scarsità di fibre. Anche l’assunzione di alcol e il fumo sono pro-infiammatorie.

In sintesi:

Dieta pro-infiammatoria

  • carni rosse

  • grassi saturi

  • zuccheri semplici

  • alimenti ultra-processati

  • sedentarietà

  • alcol e fumo

Dieta antinfiammatoria

  • verdura

  • frutta

  • legumi

  • cereali integrali

  • pesce (omega-3)

  • olio extravergine di oliva

  • spezie

  • polifenoli

  • prebiotici e probiotici

Gli alimenti trasformati sono pro-infiammatori perché possono contenere diversi metalli chimici aggiunti, pesticidi, aromi artificiali, coloranti, erbicidi e conservanti, che hanno effetti deleteri sugli emulsionanti, antibiotici e, inoltre, metalli pesanti, microbiota e vitamine. Additivi: aromi artificiali, coloranti, conservanti, emulsionanti, antibiotici e, inoltre, alti livelli di vitamina D. Pesticidi ed erbicidi, che hanno effetti deleteri sul microbiota intestinale e sui livelli di vitamina D.

La Figura 4 mostra i fattori attivi della dieta antinfiammatoria, principalmente vegetariana e ricca di fibre. Questa dieta, dieta, che è intesa come essere povera di pane e caseinati, caseinati, si basa sull’assunzione di verdura, frutta, verdura. La Figura 4 mostra i fattori attivi della dieta antinfiammatoria, principalmente vegetariana e ricca di funghi, legumi, pesce, molluschi, crostacei, pasta integrale, cioccolato fondente, yogurt magro, frutta, funghi, legumi, pesce, molluschi, crostacei, pasta integrale, cioccolato fondente, fibre magre. Questa dieta, che è intesa come essere povera di pane e caseinati, si basa sull’assunzione di verdura, yogurt, spezie, spezie, olio extravergine di oliva, olio di caffè, caffè e thé.

Figura 4. Fattori dietetici antinfiammatori. I fattori intrinseci sono quelli che svolgono un ruolo nel nostro metabolismo. Includono: omega-3 (PUFA n-3), presenti nell’olio di pesce; vitamine A e D, B12, PP, E e C; oligoelementi come magnesio, zinco e selenio; vitamine A e D, B12, PP, E e C; oligoelementi come magnesio, zinco e selenio; presenti nel metabolismo tiolico. acidi come: acido alfa-lipoico omega-3 (ALA), N-acetil cisteina polinsaturi a catena lunga e glutatione. acidi grassi I fattori estrinseci sono oligoelementi come magnesio, zinco e selenio; l’olio di pesce; polifenoli, vitamine A e fitochimici D, B12, PP, E e C presenti nelle verdure: hanno proprietà antinfiammatorie e regolano positivamente il catabolismo, ma sono riconosciuti dal nostro metabolismo come molecole “estranee”. Tuttavia, come mostrato di seguito, rappresentano una fonte di cibo per il microbiota intestinale. Prebiotici e probiotici sono citati qui per la loro azione antinfiammatoria, ma i loro effetti si esercitano principalmente attraverso il microbiota intestinale.

7. Cos’è il cibo e perché deve essere digerito

Essendo di origine diversa dalla nostra, tessuti, cellule e proteine del cibo non possono essere utilizzati così come sono, devono essere degradati in molecole semplici dall’apparato digerente nel tratto gastrointestinale (il recipiente di reazione) e poi assorbiti. Ecco perché il cibo deve essere digerito prima di essere assorbito: è non-self prima della digestione e diventa self quando la digestione è completa. Solo le molecole completamente digerite ci sono congeniali, sono riconosciute come self e possono entrare nel nostro metabolismo dopo il loro asorbimento.

11.3 Vitamine

È stato recentemente dimostrato che la vitamina A migliora l’integrità della barriera intestinale, anche in presenza di infiammazione intestinale e livelli elevati di LPS. Sembra contrastare l’azione dell’LPS e aumentare l’espressione delle proteine delle giunzioni strette [78].

Tuttavia, la vitamina A non è sufficiente. Come riportato nella nostra precedente revisione [25], la vitamina A e la vitamina D hanno effetti antinfiammatori sinergici e dovrebbero essere somministrate insieme. Ciò non sorprende, poiché entrambe sono liposolubili e spesso presenti insieme nello stesso alimento. I loro recettori nucleari cooperano se entrambe le vitamine si legano a loro. Le funzioni condivise della vitamina A e della vitamina D includono il potenziamento delle proteine delle giunzioni strette, la soppressione di IFN-γ e IL-17 e l'induzione delle cellule T regolatorie (Treg) [79]. Infine, le vitamine A e D sono efficaci contro l'infiammazione cronica e favoriscono la stabilità della barriera intestinale. La loro azione sul microbiota non è diretta poiché i loro recettori nucleari sono espressi solo dall'ospite, non dal microbiota. La carenza di vitamina D porta alla rottura della barriera intestinale, alla disbiosi intestinale e all'infiammazione intestinale [80].

In sintesi vitamina A e D:

  • rafforzano le giunzioni strette

  • sopprimono IFN-γ e IL-17

  • inducono Treg

  • contrastano infiammazione cronica

La carenza di vitamina D è associata a:

  • disbiosi

  • aumento permeabilità

  • infiammazione intestinale


12. Dalla disbiosi intestinale alla rottura della barriera emato-encefalica e all’infiammazione cerebrale

Il microbiota intestinale e le molecole di cibo non digerito cooperano nell'attacco alla barriera emato-encefalica. A prima vista, può sembrare strano che una condizione disbiotica intestinale possa portare al danno della barriera emato-encefalica (BEE). Tuttavia, nel corso di una disbiosi intestinale protratta, il normale dialogo tra intestino e SNC (central nervous system) [86–88] viene in qualche modo interrotto dalle molecole che fuoriescono dal lume intestinale e si riversano nel flusso sanguigno, innescando un'infiammazione sistemica cronica. La formazione di anticorpi contro le molecole di cibo non digerito, che assomigliano ad alcune proteine cerebrali, può indirizzare i processi pro-infiammatori verso la BEE e causarne la rottura. Infatti, ciò che è stato in grado di rendere la barriera intestinale più permeabile può avere lo stesso effetto anche sulla BEE.  La sede della barriera ematoencefalica (BEE) sono i capillari cerebrali. Le loro cellule endoteliali sono fuse tra loro dalle giunzioni strette tra le proteie claudine, occludina e zona occludente, come nella barriera intestinale. Pertanto, il passaggio di molecole e cellule tra il sangue e il cervello è assolutamente limitato. In condizioni normali, solo le molecole idrofobiche e quelle dotate di un sistema di trasporto specifico (ad esempio, D-glucosio e amminoacidi essenziali) possono attraversare la BEE. Una differenza importante tra la BEE e la barriera intestinale è che la BEE è circondata dagli pseudopodi (le proiezioni della membrana) degli astrociti.  La persistenza di molecole e cellule derivate dall'intestino in prossimità della barriera emato-encefalica può causarne la degradazione [89]. 

In sintesi la disbiosi intestinale cronica può:

  • generare infiammazione sistemica

  • produrre anticorpi contro antigeni alimentari

  • favorire mimetismo molecolare

  • contribuire alla rottura della barriera emato-encefalica

La BBB è costituita da cellule endoteliali unite da tight junctions e supportate dagli astrociti.

13. Conclusioni

Il percorso che porta alla malattia coinvolge il microbiota e frammenti di cibo non digerito, oltre a richiedere l’interruzione della barriera intestinale e della barriera emato-encefalica. La sequenza suggerita degli eventi è la seguente: (1) diete pro-infiammatorie protratte nel tempo, modificano la composizione del microbiota intestinale e inducono disbiosi del microbiota intestinale; (2) il sistema immunitario viene attivato e l’infiammazione intestinale aumenta, i livelli di cellule T e LPS aumentano; (3) la barriera intestinale diventa permeabile e il contenuto luminale (microbi, molecole di cibo non digerito, endotossine, cellule T e citochine) fuoriesce e innesca un’infiammazione sistemica cronica; (4) la risposta immunitaria contro frammenti di cibo non digerito che assomigliano a molecole cerebrali indirizza le molecole pro-infiammatorie alla BBB e ne provoca la rottura; (5) il passaggio attraverso la BBB di cellule e molecole pro-infiammatorie attivate provoca l’attivazione di cellule microgliali e astrociti (Le cellule microgliali sono le cellule immunitarie del cervello, mentre gli astrociti supportano i neuroni e contribuiscono alla barriera emato-encefalica ) e l’insorgenza di processi infiammatori in diverse aree cerebrali.

Nel presente articolo evidenziamo il possibile ruolo dei frammenti di cibo non digerito come agenti pro-infiammatori e l’importanza dell’integrità delle due barriere, intestinale e della barriera emato-encefalica (BEE), per la salute umana. Se la barriera intestinale diventa permeabile, frammenti di cibo non digerito fuoriescono anche dallo spazio luminale (intestino) insieme a batteri, endotossine, molecole immunocompetenti e cellule. Tutto questo materiale, che si supponeva rimanesse segregato nell’intestino, è ora in circolazione. Di solito ci preoccupiamo della disseminazione batterica, ma la disseminazione di cibo non digerito che attraversa la barriera intestinale e entra nel flusso sanguigno non deve essere trascurata.

Nell’intestino, i peptidi non completamente digeriti, sebbene ancora diversi da noi (non-self), erano sulla buona strada per diventare simili a noi (self), quindi la loro probabilità di mimetismo molecolare con i nostri peptidi potrebbe aumentare dopo una digestione parziale. Nel corso della disbiosi intestinale e dell’infiammazione intestinale, i linfociti T vengono attivati. Con l’attivazione dei linfociti T, i linfociti B vengono attivati per produrre anticorpi. Questi anticorpi contro gli antigeni alimentari possono riconoscere gli autoantigeni e innescare una risposta autoimmune. Ad esempio, è stato suggerito che gli anticorpi contro le proteine del grano e del latte nei donatori di sangue possano contribuire alle attività neuroimmuni [39].

Pertanto, i peptidi ( di aminoacidi) non digeriti e i loro anticorpi possono rafforzare le attività infiammatorie e autoimmuni e possono indirizzarle verso uno dei diversi organi, ma è necessaria la cooperazione con il microbiota.

Sequenza proposta:

  1. Dieta pro-infiammatoria → disbiosi

  2. Attivazione immunitaria → infiammazione intestinale

  3. Permeabilità intestinale → infiammazione sistemica

  4. Risposta autoimmune contro antigeni alimentari

  5. Rottura BBB → neuroinfiammazione

Il cibo non digerito, insieme al microbiota disbiotico, può contribuire a processi infiammatori sistemici e autoimmuni.

Approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado

by luciano

(L’infiammazione cronica di basso grado non è una malattia in senso stretto, ma uno stato biologico persistente che favorisce lo sviluppo di numerose patologie croniche. Il presente documento propone un approccio integrato orientato alla sua modulazione attraverso lo stile di vita.)

Inoltre:

In assenza di soluzioni univoche e definitive, la strategia più razionale per ridurre l’infiammazione cronica di basso grado consiste nell’adottare un modello di vita che minimizzi l’esposizione ai fattori potenzialmente pro-infiammatori* e favorisca quelli protettivi.

L’importanza dell’infiammazione cronica di basso grado.

Sebbene l’aumento intermittente dell’infiammazione sia fondamentale per la sopravvivenza durante lesioni fisiche e infezioni, recenti ricerche hanno rivelato che alcuni fattori sociali, ambientali e legati allo stile di vita possono favorire l’infiammazione cronica sistemica, in particolare l’infiammazione cronica di basso grado (ICBG), che, a sua volta, può portare a diverse patologie che, nel loro insieme, rappresentano le principali cause di disabilità e mortalità in tutto il mondo, come malattie cardiovascolari, cancro, diabete mellito, malattia renale cronica, steatosi epatica non alcolica e malattie autoimmuni e neurodegenerative. (vedi articolo: https://glutenlight.eu/2025/08/21/infiammazione-cronica-basso-grado/

Questo tipo di infiammazione ha molteplici fattori scatenanti:

Disbiosi intestinale:

Alterazione della flora batterica intestinale, che può essere causata da dieta squilibrata, uso eccessivo di antibiotici o altre sostanze tossiche.

Dieta scorretta:

Consumo eccessivo di cibi processati, ricchi di zuccheri raffinati e grassi saturi, che possono favorire l’infiammazione.

Stress:
Lo stress cronico può influenzare negativamente il sistema immunitario e aumentare la suscettibilità all’infiammazione.

Inquinamento ambientale e tossine:

Esposizione a sostanze chimiche presenti nell’ambiente o nei cibi può contribuire allo stress ossidativo e all’infiammazione.

Fumo e alcol:

Questi fattori possono aggravare lo stress ossidativo e danneggiare le cellule, favorendo l’infiammazione. (vedi articolo: Stess ossidativo)

Tra i fattori scatenanti non compare l’uso di droghe perché considerate sempre e comunque da evitare.

L’Approccio integrato deve necessariamente interessare l’individuo in tutti gli aspetti della sua vita. Questo è il punto centrale: va “costruito” un modello di vita. E questo modello deve essere personalizzato.

Altra considerazione riguarda lo stato di salute generale dell’individuo che deve prioritariamente mantenersi “sano”, cioè senza malattie, traumi, ferite, ecc., che attivano l’infiammazione acuta.

È importante sottolineare che, in presenza di infiammazione acuta, i marker biologici utilizzati per valutare l’infiammazione cronica di basso grado risultano elevati, rendendo difficile distinguere i due fenomeni e potendo mascherare eventuali miglioramenti dell’ICBG.

Fatte queste precisazioni possiamo iniziare l’ Approccio integrato

1 – Gestione dello stress.

È un fattore molto importante considerate le emergenti evidenze scientifiche riguardanti l’asse intestino-cervello, un sistema di comunicazione bidirezionale attraverso il quale stress psicologico, emozioni e stati mentali influenzano la motilità intestinale, la permeabilità della barriera e la composizione del microbiota, e viceversa. Alterazioni di questo asse possono favorire infiammazione, disturbi digestivi e squilibri metabolici.

Lo stress deve essere gestito o in autonomia con le tecniche esistenti o se non possibile con l’aiuto di uno psicologo.

2 – Inquinamento ambientale (aria, acqua, ecc): va da se che più riusciamo ed evitarlo meglio è. Questo fattore è rilevante per lo stess ossidativo.

3 – Alimentazione: qui possiamo fare molto

Punto importante:

L’alimentazione va strettamente correlata con l’età, l’attività svolta, le abitudini alimentari, lo stato di salute generale.

Cibi da evitare

  1. Cibi industriali: contengono additivi che, se assunti singolarmente una volta ogni tanto non creano problemi ma, se assommati tra loro, possono avere un’azione pro-infiammatoria più o meno marcata in relazione allo stato di salute del soggetto [A].

  2. Bevande industriali: generalmente contengono molti zuccheri/edulcoranti/additivi.

  3. Molti prodotti senza glutine (soprattutto industriali) sono altamente processati e contengono additivi (spesso molti) che, se assunti singolarmente una volta ogni tanto non creano problemi ma, se assommati tra loro, possono avere un’azione pro-infiammatoria in relazione allo stato di salute del soggetto.

Cibi da assumere con moderazione

  1. Vino/birra: con moderazione

  2. Alcolici: in casi saltuari (superalcolici: NO)

  3. Caffè: con moderazione

  4. Insaccati: con molta moderazione

  5. Dolci: con moderazione. Se problemi con gli zuccheri (per peso o per glicemia) vanno assunti nelle dosi opportune per non avere problemi.

  6. Formaggi: con molta moderazione e nella misura compatibile con il soggetto (se intolleranti al lattosio/proteina caseina)

  7. Spezie: con moderazione

  8. Grassi: meno trans (idrogenati) e, in misura minore, quelli saturi in eccesso e più olio extravergine d’oliva (acido oleico)

  9. Zuccheri raffinati: meno se ne assumono meglio è. Inoltre va ricordato come picchi frequenti di glucosio e insulina stimolino la produzione di citochine pro-infiammatorie.
  10. Glutine: con moderazione. Se possibile pasta integrale/semintegrale; pane: se possibile integrale di grano duro/farro. Il grano tenero contiene una componente del glutine molto difficile da digerire (33mer). Considerato il legame esistente tra la forza del glutine e sua digeribilità vanno possibilmente privilegiati prodotti realizzati con grani che hanno un glutine meno tenace. Tra i “grani antichi” si possono trovare parecchi con questa caratteristica (in realtà anche tra grani moderni ci sono cultivar con glutine meno tenace: vengono usati per realizzare dolci ma non pane): andrebbero privilegiati. Chi è intollerante al glutine ma non celiaco considerato che questa intolleranza è “dose dipendente” può, con l’aiuto di un medico, cercare quale la soglia (quantità) che non da problemi. Grani con glutine meno tenace favoriscono la possibilità di consumare prodotti con essi realizzati. Approfondimento: Differenza tra grani antichi e moderni (Pubblicato a parte)

Cibi da assumere in abbondanza:

  1. Fibre (compatibilmente con eventuali problematiche a livello intestinale): 3/4 volte al giorno.

  2. Frutta (compatibilmente con eventuali problemi con gli zuccheri: glicemia e/o peso)
  3. The verde ottimo alleato. Il tè verde è considerato un potente alleato contro l’infiammazione cronica grazie alla sua ricchissima composizione di composti bioattivi che agiscono su più fronti dell’organismo [D].

A parte va ricordato l’essenziale contributo dell’acqua per mantenere una efficiente idratazione. Il sistema linfatico è una sorta di rete di drenaggio dell’infiammazione cronica.
Ma funziona bene solo se c’è abbastanza acqua. Se bevi poco: la linfa ristagna, le tossine rimangono nei tessuti, l’infiammazione “di sottofondo” aumenta vedi: Il ruolo dell’acqua nella riduzione dell’infiammazione di basso grado

4– Comportamenti nell’alimentazione

L’alimentazione poggia su due pilastri principali: quantità e qualità.

La quantità di cibo da assumere dovrebbe essere quella necessaria per le funzioni fisiologiche più quella necessaria per le attività svolte. Questo semplice principio ci aiuterebbe molto a mantenere un peso corretto e salutare. Proposito non facile per due semplici ragioni:
la prima è la “gola”, la seconda è che il meccanismo del “pieno/sazio” è
posposto al pieno effettivo, cioè la sensazione di essere sazi non coincide con il riempimento reale dello stomaco, ma arriva dopo. Già 50 anni fa il medico di famiglia suggeriva di alzarsi da tavola con un leggero desiderio di altro cibo. La qualità: va da sé che più i cibi sono genuini e “puliti” (cioè privi di sostanze tossiche), meglio è.


Quanto segue deve inoltre considerarsi uno schema generale, perché, per quanto già detto, va “disegnato intorno al singolo individuo”.

A – Evitare il più possibile di assumere troppo cibo in un unico pasto

Lo stomaco dovrebbe essere messo in grado di lavorare (digerire) al meglio. È spesso preferibile mangiare più volte piuttosto che fare un unico pasto molto abbondante. Ottimo sarebbe: finire di mangiare e “non sentire lo stomaco” con la conseguenza di non avere “appannamenti” post prandiali. Approfondimento: Perche pasti più piccoli e distribuiti funzionano meglio. (Pubblicato a parte)

Il cibo non completamente digerito, nelle persone sane*, viene successivamente elaborato nell’intestino e poi espulso. Tuttavia, se il sistema gastrointestinale è compromesso o in stato di alterazione, il passaggio di substrati non adeguatamente digeriti all’intestino può favorire fermentazioni batteriche e risultare pro-infiammatorio. (https://glutenlight.eu/2025/06/12/cibo-non-digerito-e-infiammazione-intestinale/)

Non solo lo stomaco, ma anche e soprattutto l’intestino deve poter lavorare al meglio e continuare a digerire il cibo in modo da renderlo assimilabile. [B] [C]

*Qui il punto critico è: esiste ancora l’individuo realmente sano?

B – Evitare di mescolare cibi troppo differenti

Lo stomaco lavora in ambiente acido, dove la pepsina digerisce le proteine (ulteriormente digerite nell’intestino dalla tripsina e da altri enzimi). Gli zuccheri iniziano la digestione in bocca (ptialina) e vengono poi digeriti soprattutto nell’intestino (amilasi pancreatica). Qui è necessario fare alcune precisazioni:

Carboidrati e proteine nello stomaco non creano generalmente problemi.
Un primo di pasta seguito da pesce, carne, formaggio e magari verdure, in quantità adatte alla propria capacità digestiva, non crea problemi.

Se il secondo è un cibo molto grasso, va considerato che la digestione gastrica rallenta e, in dipendenza della quantità, può rallentare lo svuotamento gastrico, con possibile passaggio all’intestino di cibo non completamente digerito.

Diversa è la situazione se inseriamo nel pasto una porzione di dolce.
Qui ci troviamo di fronte a una quantità significativa di
zuccheri semplici, non di carboidrati complessi (la pasta, ad esempio, è composta principalmente da amido, e solo una parte viene trasformata in zuccheri già nella bocca; quindi nello stomaco arriva soprattutto amido).

Gli zuccheri non vengono digeriti nello stomaco se non in misura trascurabile:

The stomach has a highly acidic environment that prevents fermentation there; the undigested sugars travel to the small intestine and large intestine, where they are fermented by the gut bacteria.”

Il dolce a fine pasto (inteso come porzione moderata) non dà problemi a una persona sana (che oggi è relativamente rara), ma rende la digestione meno facile per molte persone, non solo per i possibili effetti intestinali successivi, ma anche per la sensazione di pesantezza che può comparire.

Va precisato che non è un dogma: esistono persone che digeriscono praticamente tutto senza difficoltà — siamo tutti diversi.

L’età, inoltre, gioca un ruolo fondamentale. La persona anziana tende a stare meglio quanto più semplice è il pasto. Approfondimento: Zuccheri e proteine nella digestione dello stomaco (Pubblicato a parte)

Punto importante

In caso di patologie legate all’alimentazione è strettamente necessario l’intervento di uno specialista (dietologo o nutrizionista).

5 – Comportamenti specifici :

  1. Fare attività fisica anche solo moderatamente.

  2. Se in attività lavorativa evitare che questa porti a stress. Lo stress va comunque gestito altrimenti è causa di infiammazione cronica di basso grado

  3. Se sovrappeso è necessario eliminarlo.

  4. Se in periodo post attività lavorativa impegnarsi in attività che richiedano concentrazione e, se possibile, creatività. Realizzare progetti è altamente utile per mantenere in attività le funzioni cerebrali

6 – Accertamenti:

Con il proprio medico definire gli accertamenti generali di routine necessari per un buon monitoraggio della propria salute oltre ad accertamenti specifici per eventuali patologie.

Sintesi Finale:

Dobbiamo costruire un modello di stile di vita personalizzato per la riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado.

In una persona sana, un pasto contenente proteine e zuccheri in quantità moderate non crea problemi. L’associazione diventa potenzialmente problematica quando gli zuccheri sono molto concentrati, soprattutto in forma liquida e in quantità elevate. In persone con apparato gastrointestinale sensibile o alterato, anche porzioni moderate (come un dolce a fine pasto) possono causare discomfort digestivo.

L’approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado si fonda sulle evidenze scientifiche disponibili, riportate nella sezione bibliografia.
Poiché molte ricerche mostrano associazioni significative senza dimostrare un rapporto causale assoluto, viene adottato un principio di precauzione: ridurre o eliminare, ove possibile, i fattori potenzialmente dannosi, privilegiando scelte a basso rischio biologico.

Permeabilità intestinale, microbiota, dieta ed esercizio fisico I parte

by luciano

Una ricerca recente e approfondita sull’influenza del microbiota intestinale, della dieta e dell’esercizio fisico sulla permeabilità intestinale. Tetiana R. Dmytriv et al. 2024. DOI 10.3389/fphys.2024.1380713.

In Evidenza
1. La parete intestinale [1] è composta da tre strati: mucosa, epiteliale e lamina propria. Lo strato mucoso è abitato da microrganismi, molti dei quali coesistono reciprocamente beneficamente all’interno del corpo umano. Questi microrganismi modulano molti se non la maggior parte dei processi viventi: dallo sviluppo del sistema immunitario e nervoso nelle prime fasi della vita all’induzione dell’infiammazione cronica che causa neurodegenerazione nell’invecchiamento. Nonostante il fatto che questi microrganismi abbiano coesistito con gli esseri umani per molti anni, in determinate condizioni il sistema immunitario enterale della lamina propria può percepirli come estranei e innescare una risposta pro-infiammatoria.

2. Normalmente, la mucosa intestinale è semipermeabile. Consente l’assorbimento selettivo dei nutrienti nel flusso sanguigno, ma impedisce l’ingresso di microrganismi potenzialmente dannosi e dei loro prodotti di scarto dal contatto con il sistema immunitario enterale. Uno squilibrio del microbiota intestinale, chiamato disbiosi, può causare un disturbo dell’integrità intestinale e aumentare la permeabilità intestinale.

3. L’eccessiva permeabilità della parete intestinale provoca lo sviluppo di un’infiammazione cronica di basso grado.

4. La nutrizione sembra essere il più semplice agente non farmacologico di integrità e permeabilità della parete intestinale. Può avere sia un effetto negativo, come l’HFD che induce l’endotossemia metabolica, sia un effetto positivo, come una dieta ricca di polifenoli vegetali o prodotti lattiero-caseari fermentati, aumentando l’espressione delle proteine TJ [2] e promuovendo lo sviluppo di batteri benefici.

5. L’esercizio fisico può anche influenzare la permeabilità intestinale. I suoi effetti dipendono dalla durata e dall’intensità dell’esercizio. Lo sforzo fisico acuto esteso spesso aumenta la permeabilità intestinale che può essere correlata all’induzione dello stress da calore, che gli organismi non possono far fronte in quel momento a causa delle risorse insufficienti. D’altra parte, gli esercizi regolari di bassa e moderata intensità, che sono di natura adattiva, hanno per lo più un effetto positivo sull’integrità dell’intestino e ne riducono la permeabilità.

La ricerca
“La parete intestinale è una barriera selettivamente permeabile tra il contenuto del lume intestinale e l’ambiente interno del corpo. I disturbi della permeabilità della parete intestinale possono potenzialmente portare a un’attivazione indesiderata del sistema immunitario enterico a causa di un contatto eccessivo con il microbiota intestinale e i suoi componenti e lo sviluppo di endotossemia, quando il livello di lipopolisaccaridi batterici aumenta nel sangue, causando infiammazione cronica a bassa intensità. In questa revisione, vengono trattati i seguenti aspetti: la struttura della barriera della parete intestinale; l’influenza del microbiota intestinale sulla permeabilità della parete intestinale attraverso la regolazione del funzionamento delle proteine a giunzione stretta, la sintesi/degradazione del muco e degli effetti antiossidanti; i meccanismi molecolari di attivazione della risposta proinfiammatoria causata dall’invasione batterica attraverso le cascate di segnalazione TIRAP/MyD88 e TRAM/TRIF indotte da TLR4; l’influenza della nutrizione sulla permeabilità intestinale e l’influenza dell’esercizio fisico con un’enfasi sullo stress da calore indotti dall’esercizio e sull’ipossia. Nel complesso, questa revisione fornisce alcune informazioni su come prevenire l’eccessiva permeabilità della barriera intestinale e i processi infiammatori associati coinvolti in molte, se non nella maggior parte delle patologie. Alcune diete e l’esercizio fisico dovrebbero essere approcci non farmacologici per mantenere l’integrità della funzione di barriera intestinale e fornire il suo funzionamento efficiente. Tuttavia, in tenera età, l’aumento della permeabilità intestinale ha un effetto ormetico e contribuisce allo sviluppo del sistema immunitario.

Introduzione

La parete intestinale è un sistema complesso composto da quattro strati: mucosa, sottomucosa, muscolo e serosa. Il termine “barriere intestinale” enfatizza la componente protettiva della parete intestinale, mentre la permeabilità intestinale è una caratteristica misurabile dello stato funzionale della barriera intestinale (Bischoff et al., 2014). La parete fornisce un assorbimento selettivo di nutrienti e altri componenti del lume intestinale. Allo stesso tempo, la barriera intestinale protegge il corpo dall’ingresso di sostanze estranee indesiderate, particelle di cibo, microrganismi e loro componenti. Negli organismi normalmente funzionanti, la permeabilità della parete intestinale è strettamente controllata, ma il suo disturbo, se non adeguatamente fissato, può portare a molte, se non la maggior parte, patologie acquisite (Gieryńska et al., 2022).

Il tratto gastrointestinale (GIT) è abitato da diversi microbi chiamati microbiota intestinale che formano una comunità molto dinamica.

Figura 1 La struttura schematica della barriera intestinale. Per i dettagli vedi il testo.

L'”Ipotesi dei vecchi amici” suggerisce che le persone si sono evolute con molti microbi che, oltre a molte funzioni fisiologiche, stimolano anche lo sviluppo del sistema immunitario e ne regolano il funzionamento (Rook, 2023). Gli antigeni microbici sono sotto costante sorveglianza da parte del sistema immunitario enterico. Le cellule T immunitarie regolatorie sono responsabili del mantenimento della tolleranza immunitaria del microbiota intestinale omeostatico (Wu e Wu, 2012). Tuttavia, l’aumento della permeabilità intestinale può promuovere la traslocazione dei batteri luminali e dei modelli molecolari associati ai microbi, in particolare i lipopolisaccaridi (LPS) dall’intestino al flusso sanguigno, innescando lo sviluppo di endotossemia e infiammazione cronica a bassa intensità (Vanuytsel et al., 2021). L’endotossemia indotta dalla dieta è definita come endotossemia metabolica. Ad esempio, Cani et al. (2007) hanno stabilito che una dieta ricca di grassi ha aumentato cronicamente le concentrazioni plasmatiche di LPS da due a tre volte.

I lipopolisaccaridi endogeni LPS vengono costantemente rilasciati a causa della morte di batteri Gram-negativi nell’intestino. Con un aumento della permeabilità della barriera intestinale, gli LPS vengono assorbiti nel flusso sanguigno portale, da dove vengono trasportati dalle lipoproteine direttamente nel fegato, formando l’asse intestino-fegato. Inoltre, sono metabolizzati dagli enzimi epatici ed escreti con la bile. Tuttavia, se la loro degradazione o l’escrezione biliare sono compromesse, l’LPS può raggiungere la circolazione sistemica, dove si lega al recettore Toll-like 4 (TLR4) su leucociti, cellule endoteliali e piastrine, causando infiammazione arteriosa. In definitiva, questo porta all’attivazione della coagulazione del sangue e alla formazione di trombi, che dimostra che l’infiammazione indotta da LPS associata all’aumento della permeabilità della parete intestinale può essere coinvolta nello sviluppo dell’aterosclerosi e delle malattie trombotiche (Violi et al., 2023). In generale, la rottura della funzione di barriera intestinale è coinvolta in molte malattie correlate e non correlate al GIT, tra cui la malattia infiammatoria intestinale, la malattia epatica associata alla disfunzione metabolica, il malassorbimento degli acidi biliari, la celia, il diabete di tipo I, l’obesità, la schizofrenia e altre (Vanuytsel et al., 2021). Potenzialmente, questo potrebbe essere superato da un intervento non farmacologico basato su dieta ed esercizi (Pražnikar et al., 2020; Ordille e Phadtare, 2023) che promuovono un ecosistema intestinale sano e alleviano i sintomi di molte patologie.

In questa recensione, descriviamo la struttura della parete intestinale e i meccanismi molecolari della risposta pro-infiammatoria causata dall’invasione batterica a causa del disturbo della permeabilità della parete intestinale, nonché le influenze del microbiota intestinale, della dieta e degli esercizi sulla permeabilità della parete intestinale. Diete specifiche ed esercizi regolari a bassa e moderata intensità sono proposti come approcci non farmacologici efficaci per mantenere l’integrità della parete intestinale e il suo funzionamento efficiente. Tuttavia, in tenera età, la perdita controllata dell’intestino può essere necessaria per innescare lo sviluppo del sistema immunitario attraverso meccanismi ormetici.

2 La struttura della barriera intestinale

…….omissis

3 Permeabilità intestinale

La semipermeabilità o permeabilità selettiva è una caratteristica cruciale della parete intestinale. Limita la penetrazione degli agenti patogeni ma consente la permeabilità di nutrienti, acqua e ioni. I fattori endogeni (ad esempio, infiammazione) ed esogeni (ad esempio, componenti dietetici, sostanze tossiche o farmaci) possono aumentare la permeabilità intestinale e causare la formazione di un cosiddetto “intestino permeabile”. Quest’ultimo è caratterizzato dalla penetrazione di antigeni alimentari, commensali o batteri patogeni nel sangue, causando lo sviluppo di infiammazione (Vanuytsel et al., 2021). Alcune malattie possono anche agire come fattore dirompente della barriera intestinale. Ad esempio, diversi studi dimostrano che l’iperglicemia, una caratteristica chiave del diabete, induce la disfunzione della barriera intestinale (Thaiss et al., 2018; Dubois et al., 2023). L’esposizione prolungata al glucosio ad alti livelli aumenta la capacità di migrazione della linea cellulare del colon umano Caco-2, con il risultato che gli strati appaiono meno organizzati rispetto alle condizioni fisiologiche. In particolare, questo è associato a una diminuzione dell’espressione delle proteine della giunzione stretta (TJ), che contribuisce all’interruzione della rete strutturale ad esse associata e a un aumento della permeabilità della barriera intestinale (Dubois et al., 2023). A sua volta, questo contribuisce alla penetrazione dei batteri luminali e allo sviluppo della disbatteriosi con conseguente infiammazione. Ad esempio, Harbison et al. (2019) hanno dimostrato che i bambini con diabete di tipo I hanno disbiosi del microbiota intestinale associata ad un aumento della permeabilità intestinale. In particolare, sono stati osservati una minore diversità microbica, un numero inferiore di specie batteriche antinfiammatorie e batteri produttori di SCFA, e questi cambiamenti non sono stati spiegati dalle differenze nella dieta. Pertanto, alcune malattie, tra cui il diabete, possono anche svolgere il ruolo di disgregatori della barriera intestinale.

Mucus and epithelium are the most important components of the intestinal barrier that limit the development of inflammation. The mucous layer consists of two sublayers (Figure 1). The outerlayer is thick and loose. It is inhabited by a large number of commensal microorganisms that form colonies, and under healthy conditions pathogenic bacteria cannot outgrow them or penetrate further. In other words, homeostatic microorganisms efficiently compete with potentially pathogenic ones and prevent their excessive proliferation. The inner sublayer, on the contrary, is solid and contains only a few microbes (Usuda et al., 2021). The gut microbiota plays a major role in changing the composition of mucus, regulating its synthesis and degradation.
Epithelial cells are connected by TJ proteins (Lee et al., 2018) which regulate the absorption of water, ions, and dissolved substances. They include two functional categories of proteins: integral transmembrane proteins, located at the border of adjacent cell membranes, and adaptive peripheral membrane proteins that connect integral proteins with the actin cytoskeleton. The former includes occludin, claudins, junctional adhesion molecules, and tricellulin whereas the latter include zonula occludens-1 (ZO-1), ZO-2, and ZO-3 (Lee et al., 2018). The gut microbiota can influence the expression and localization of all of these TJ proteins.

Infiammazione cronica di basso grado (infiammazione silente)

by luciano

Vedi anche: Approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado

In evidenza – Perché è un tema centrale

Sebbene l’aumento intermittente dell’infiammazione sia fondamentale per la sopravvivenza durante lesioni fisiche e infezioni, recenti ricerche hanno rivelato che alcuni fattori sociali, ambientali e legati allo stile di vita possono favorire l’infiammazione cronica sistemica (SCI) che, a sua volta, può portare a diverse patologie che, nel loro insieme, rappresentano le principali cause di disabilità e mortalità in tutto il mondo, come malattie cardiovascolari, cancro, diabete mellito, malattia renale cronica, steatosi epatica non alcolica e malattie autoimmuni e neurodegenerative.

Riferimenti
Furman et al., Science, 2019
Calder et al., Nutrients, 2017

Che cos’è l’infiammazione

L’infiammazione è una componente centrale dell’immunità innata (aspecifica). In termini generici, l’infiammazione è una risposta locale al danno cellulare caratterizzata da aumento del flusso sanguigno, dilatazione capillare, infiltrazione leucocitaria e produzione localizzata di una serie di mediatori chimici, che contribuiscono all’eliminazione degli agenti tossici e alla riparazione dei tessuti danneggiati. È ormai chiaro che la cessazione (in alternativa nota come risoluzione) dell’infiammazione è un processo attivo che coinvolge citochine e altri mediatori antinfiammatori, in particolare lipidi, piuttosto che una semplice interruzione delle vie pro-infiammatorie. L’infiammazione agisce sia come “amica che come nemica”: è una componente essenziale dell’immunosorveglianza e della difesa dell’ospite, tuttavia uno stato infiammatorio persistente nel tempo è una caratteristica patologica di un’ampia gamma di condizioni croniche.

Riferimenti
Medzhitov, Nature, 2008
Serhan et al., Nature, 2007

Infiammazione acuta

L’infiammazione acuta è la risposta rapida e a breve termine dell’organismo a lesioni o infezioni, caratterizzata da arrossamento, gonfiore, calore e dolore. È un processo benefico che aiuta a proteggere dai patogeni e ad avviare la riparazione dei tessuti. Sebbene possa durare da poche ore a qualche giorno, è diversa dall’infiammazione cronica, che persiste per periodi più lunghi e può essere dannosa. (nota personale: I classici segni di un’infiammazione acuta – calore, arrossamento, gonfiore, dolore – indicano che il corpo sta combattendo e guarendo).

Riferimenti
Abbas et al., Cellular and Molecular Immunology
Serhan et al., Nature, 2007

Infiammazione cronica di basso grado

L’infiammazione di basso grado, o “silente”, è una risposta immunitaria cronica, non infettiva e di bassa intensità che persiste per mesi o anni. È spesso innescata da obesità, stress metabolico e una cattiva alimentazione, che include non solo la scelta di cibi poco sani, ma anche processi digestivi incompleti e squilibri del microbiota.

Questa condizione è caratterizzata da marcatori ematici leggermente elevati, ma spesso tecnicamente entro i limiti di normalità (come la PCR), rendendo la diagnosi clinica estremamente complessa. Agisce come un “killer silenzioso”, fungendo da precursore per patologie gravi come il diabete, le malattie cardiache e il dolore cronico.

Gli aspetti chiave dell’infiammazione di basso grado includono:

Cause multifattoriali: Oltre alla mancanza di attività fisica e ai fattori ambientali, giocano un ruolo cruciale i disturbi metabolici e le alterazioni della barriera intestinale. Quando il cibo non viene digerito correttamente, può innescare una reazione immunitaria persistente che alimenta lo stato infiammatorio.

Impatto sistemico: Questo stato cronico causa danni tissutali lievi ma continui, collegati direttamente a malattie come l’Alzheimer, il diabete di tipo 2, le patologie cardiovascolari e alcune forme di cancro.

Come diagnosticarla:

A. prima fase: Poiché gli esami standard non rilevano anomalie acute, la diagnosi deve basarsi sull’analisi di sintomi persistenti quali affaticamento ingiustificato, dolore cronico e alterazioni cognitive (nebbia cognitiva).

B. seconda fase: esame del sangue PCR ad alta sensibilità (hs-CRP). A differenza della PCR standard, la PCR ad alta sensibilità (hs-CRP) è in grado di misurare valori inferiori a 0.3 mg/dL, permettendo di vedere proprio quelle oscillazioni minime che altrimenti resterebbero invisibili.

C. terza fase: Interlukina IL-6. E’ un esame specialistico. Nella maggior parte dei laboratori, l’IL-6 è considerato “normale” fino a circa 5-10 pg/mL.

  • In un’infezione acuta, l’IL-6 schizza a 100 o 1000 pg/mL.

  • Nell’infiammazione di basso grado, l’IL-6 sale magari da 1 a 3 pg/mL.
    Sebbene sia triplicata (e quindi indichi un problema), il risultato del laboratorio dirà comunque “Sotto il limite: NORMALE”. Ecco perché è un marcatore “sfuggente” per il medico di base, ma un “biomarcatore avanzato” per lo specialista che sa leggere le variazioni minime. Lo specialista spesso valuta l’IL-6 insieme al Rapporto Neutrofili/Linfociti (NLR), un calcolo semplice dall’emocromo che conferma se il sistema immunitario è in uno stato di allerta cronica.

Riferimenti

Minihane et al. British Journal of Nutrition (2015), 114, 999–1012 doi:10.1017/S0007114515002093 q ILSI Europe 2015”.

Review Article Low-grade inflammation, diet composition and health: current research evidence and its translation. Anne M. Minihane, Sophie Vinoyet et al.

Hotamisligil, Nature, 2006

Pearson et al., Circulation, 2003
Lucius, Integrative and Complementary Therapies, 2023

Infiammazione cronica di basso grado e infiammazione sistemica

Quando lo stato infiammatorio coinvolge simultaneamente più distretti dell’organismo si parla di infiammazione sistemica. Tale condizione può derivare sia dalla generalizzazione di un processo infiammatorio acuto, sia dalla progressiva estensione di uno stato infiammatorio cronico di basso grado inizialmente localizzato. L’intestino rappresenta uno dei principali siti di origine, grazie alla sua estesa superficie, all’intensa attività immunitaria e all’interazione con il microbiota. Tuttavia, il processo interessa numerosi organi e tessuti (vedi approfondimento A).

Riferimenti
Furman et al., Science, 2019
Franceschi et al., Cell, 2018

Diffusione globale

Le malattie croniche associate all’infiammazione rappresentano la principale causa di mortalità mondiale. Si stima che circa 3 persone su 5 nel mondo muoiano per patologie legate a processi infiammatori cronici.

Chronic inflammatory diseases are the most significant cause of death in the world. The World Health Organization (WHO) ranks chronic diseases as the greatest threat to human health. The prevalence of diseases associated with chronic inflammation is anticipated to increase persistently for the next 30 years in the United States. in 2000, nearly 125 million Americans were living with chronic conditions and 61 million (21%) had more than one. In recent estimates by Rand Corporation, in 2014 nearly 60% of Americans had at least one chronic condition, 42% had more than one and 12% of adults had 5 or more chronic conditions. Worldwide, 3 of 5 people die due to chronic inflammatory diseases like stroke, chronic respiratory diseases, heart disorders, cancer, obesity, and diabetes. 2022”.

Riferimenti
Furman et al., Science, 2019

Cause e fattori scatenanti principali

  • Disbiosi intestinale: Alterazione della flora batterica intestinale, che può essere causata da dieta squilibrata, uso eccessivo di antibiotici o altre sostanze tossiche.

  • Dieta scorretta: Consumo eccessivo di cibi processati, ricchi di zuccheri raffinati e grassi saturi, che possono favorire l’infiammazione.

  • Stress: Lo stress cronico può influenzare negativamente il sistema immunitario e aumentare la suscettibilità all’infiammazione.

  • Inquinamento ambientale e tossine: Esposizione a sostanze chimiche presenti nell’ambiente o nei cibi può contribuire allo stress ossidativo e all’infiammazione.

    Fumo e alcol: Questi fattori possono aggravare lo stress ossidativo e danneggiare le cellule, favorendo l’infiammazione.

Riferimenti
Cani et al., Diabetes, 2007
Tilg & Moschen, Gut, 2014

Egger & Dixon, AJPM, 2014
Slavich & Irwin, Psychological Bulletin, 2014

Sintomi comuni

  • Disturbi digestivi: Gonfiore, crampi addominali, diarrea o stipsi, che possono variare in intensità e frequenza.

  • Affaticamento persistente: Stanchezza cronica, mancanza di energia e difficoltà di concentrazione.

  • Dolori articolari: Dolori muscolari e articolari diffusi.

  • Alterazioni della pelle: Eruzioni cutanee, eczemi o altre manifestazioni cutanee.

  • Problemi del sonno: Difficoltà ad addormentarsi o a mantenere un sonno profondo.

  • Manifestazioni cutanee

Riferimenti
Dantzer et al., Brain Behav Immun, 2008
Miller et al., Biol Psychiatry, 2009

Conseguenze a lungo termine

Se non trattata, l’infiammazione intestinale di basso grado può contribuire allo sviluppo di malattie croniche come:

Malattie cardiovascolari: Aumento del rischio di infarto, ictus e altre patologie cardiovascolari. Diabete di tipo 2: Maggiore probabilità di sviluppare resistenza all’insulina e diabete.

Malattie autoimmuni: Maggiore suscettibilità a malattie come artrite reumatoide, lupus, ecc. Patologie neurodegenerative: Rischio aumentato di sviluppare malattie come Alzheimer o Parkinson.

Alcuni tipi di cancro: Aumento del rischio di sviluppare alcuni tipi di tumore.

Misure generali che possono aiutare a ridurre l’infiammazione includono:

Seguire una dieta equilibrata: Ricca di fibre, frutta, verdura e alimenti integrali, con un basso indice glicemico.

Ridurre il consumo di cibi processati, zuccheri raffinati e grassi saturi .

Gestire lo stress: Attraverso tecniche di rilassamento, meditazione, yoga o altre attività che aiutano a ridurre lo stress.

Mantenere un peso sano: L’obesità e il sovrappeso possono aumentare l’infiammazione.

Limitare il consumo di alcol e smettere di fumare .

Integrare con probiotici: Possono aiutare a ripristinare l’equilibrio della flora batterica intestinale.

Riferimenti
Estruch et al., NEJM, 2018

Calder et al., Br J Nutr, 2011

Nota:

L’infiammazione cronica di basso grado (o “silente”) è un fattore chiave nello sviluppo e nella progressione delle malattie cardiovascolari, inclusa l’aterosclerosi, l’ipertensione e l’infarto. Questo processo, spesso asintomatico, provoca una disfunzione endoteliale, stimola la formazione e la rottura di placche aterosclerotiche e può causare sindromi coronariche acute

Riferimenti
Ridker et al., NEJM, 2017
Libby, Nature, 2002

Casi paradigmatici

Obesità. L’obesità, soprattutto quella viscerale, è accompagnata da uno stato infiammatorio cronico di basso grado. Il tessuto adiposo in eccesso secerne citochine pro-infiammatorie (come TNF-α e IL-6) che contribuiscono allo sviluppo di insulino-resistenza. Non a caso nei pazienti obesi si riscontrano spesso livelli elevati di proteina C-reattiva (marker di infiammazione sistemica) e un maggior rischio di diabete di tipo 2. Intervenire sullo stile di vita per ridurre il peso (dieta equilibrata e esercizio) aiuta a “raffreddare” questa infiammazione metabolica, migliorando anche i parametri clinici.

La sindrome metabolica è strettamente legata a uno stato di infiammazione cronica di basso grado (o “silente”), in cui il grasso viscerale in eccesso agisce come organo endocrino, secernendo citochine pro-infiammatorie (come IL−6 e TNF−α ). Questo processo persistente, spesso definito “meta-infiammazione”, promuove l’insulino-resistenza, disfunzioni vascolari e il rischio di diabete e malattie cardiovascolari. Artrite reumatoide (malattia autoimmune)

Riferimenti
Wellen & Hotamisligil, J Clin Invest, 2003
Shoelson et al., J Clin Invest, 2006

Artrite reumatoide

L’artrite reumatoide (AR) è una malattia infiammatoria cronica autoimmune che colpisce principalmente le articolazioni, provocando dolore, gonfiore e rigidità simmetrica, spesso con esordio tra i 40-60 anni. Il sistema immunitario attacca erroneamente i tessuti sani, creando un’infiammazione cronica di basso grado che, se non trattata, porta a deformità e danni articolari progressivi Biomarcatori I marcatori per l’infiammazione di basso grado più comunemente utilizzati includono la proteina C-reattiva (PCR), l’interleuchina-6 (IL-6), il fibrinogeno, e le specie reattive dell’ossigeno (ROS). Questi marcatori possono essere misurati attraverso esami del sangue e indicano uno stato infiammatorio cronico che può essere associato a diverse condizioni di salute .

Riferimenti
McInnes & Schett, NEJM, 2011
Smolen et al., Lancet, 2016