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Quando lo stress diventa cronico: cosa si può fare da soli

by luciano

Non sempre è facile gestire stress e ansia. Se la tensione è temporanea – per esempio prima di un esame o di una scadenza – il problema tende a risolversi spontaneamente quando la situazione termina.Più difficile è quando lo stress diventa prolungato, come accade spesso in contesti lavorativi difficili o in situazioni familiari complesse. In questi casi il supporto di uno psicologo può essere molto utile.Tuttavia esistono alcune strategie di auto-gestione dello stress che derivano dalle tecniche utilizzate in psicologia e che possono rappresentare un primo livello di intervento.

1. Riconoscere i segnali dello stress

Il primo passo è imparare a riconoscere i segnali che il corpo invia quando lo stress aumenta.

I segnali più comuni sono:

  • tensione muscolare

  • respiro corto o affannoso

  • irritabilità

  • difficoltà di concentrazione

  • disturbi intestinali o digestivi.

Prendere consapevolezza di questi segnali permette di intervenire prima che lo stress diventi troppo intenso.

2. Regolare la respirazione

Molte tecniche psicologiche utilizzano esercizi di respirazione lenta e controllata.

Un esercizio semplice consiste nel:

  • inspirare lentamente per circa 4 secondi

  • trattenere il respiro per 1-2 secondi

  • espirare lentamente per 6 secondi.

Ripetere questo ciclo per alcuni minuti aiuta a ridurre l’attivazione del sistema nervoso simpatico, favorendo la risposta di rilassamento.

3. Ridurre il “rumore mentale”

Una delle principali fonti di ansia è il continuo flusso di pensieri preoccupanti che si ripresentano nella mente. Questo fenomeno è spesso definito ruminazione mentale: una sorta di dialogo interno ripetitivo in cui la mente continua a ripercorrere problemi, timori o scenari negativi senza arrivare a una soluzione concreta.

Quando questo processo diventa persistente, il cervello rimane in uno stato di attivazione continua, che può mantenere attiva anche la risposta fisiologica allo stress. In queste condizioni l’organismo produce più facilmente ormoni dello stress, come il cortisolo, e il sistema nervoso simpatico rimane più attivo. Questo stato può influenzare anche l’intestino, aumentando la sensibilità viscerale e favorendo sintomi come tensione addominale, gonfiore o alterazioni della motilità intestinale.

Una tecnica semplice, utilizzata anche in alcuni approcci della terapia cognitivo-comportamentale, consiste nel mettere per iscritto le preoccupazioni. Scrivere i pensieri su carta o su un taccuino permette di “spostarli” dalla mente a uno spazio esterno, rendendoli più concreti e meno opprimenti.

Questo esercizio può aiutare a:

  • chiarire le situazioni, trasformando pensieri vaghi in problemi più definiti

  • ridurre la ruminazione mentale, interrompendo il ciclo dei pensieri ripetitivi

  • distinguere ciò che è sotto il proprio controllo da ciò che non lo è

  • individuare possibili azioni pratiche per affrontare i problemi reali.

Un metodo utile consiste nel dividere la pagina in due colonne: nella prima si scrivono le preoccupazioni, nella seconda si indicano eventuali azioni possibili o, se il problema non è controllabile, si prende semplicemente atto della situazione.

Anche dedicare ogni giorno qualche minuto a questo esercizio può aiutare a ridurre il sovraccarico mentale e favorire uno stato di maggiore calma. Riducendo il livello di tensione psicologica si contribuisce indirettamente anche a riequilibrare l’asse cervello-intestino, limitando gli effetti dello stress sulla funzione digestiva.

Comprendere il comportamento dell’altro

Una parte significativa dello stress quotidiano deriva da situazioni conflittuali, soprattutto in ambito lavorativo o familiare. In questi contesti il disagio nasce spesso dall’interpretazione immediata del comportamento dell’altra persona: il cervello tende infatti a formulare rapidamente spiegazioni negative (“lo fa apposta”, “non mi rispetta”, “vuole mettermi in difficoltà”).

In realtà, non sempre l’aggressività o l’irritazione dell’altro nasce da un’intenzione ostile. In molti casi può essere la manifestazione di una forte preoccupazione o di una difficoltà personale che la persona non riesce a gestire o a esprimere in modo costruttivo. Quando qualcuno si sente sotto pressione, preoccupato o incapace di trovare una soluzione a un problema, può reagire con irritazione, rigidità o aggressività.

Riconoscere questa possibilità non significa giustificare il comportamento dell’altro, ma può aiutare a ridurre la reazione emotiva immediata e a osservare la situazione con maggiore lucidità.

Una strategia utilizzata in diversi approcci psicologici consiste proprio nel analizzare il comportamento dell’altra persona cercando di comprenderne le possibili motivazioni. L’obiettivo non è giustificare il comportamento, ma ampliare la prospettiva e ridurre il conflitto emotivo.

Può essere utile chiedersi, ad esempio:

  • Quali pressioni o difficoltà potrebbe avere l’altra persona?

  • Sta reagendo a una situazione di stress o preoccupazione?

  • Potrebbe aver interpretato male qualcosa che ho detto o fatto?

Questo esercizio di cambio di prospettiva può avere diversi effetti positivi:

  • riduce la tendenza alla ruminazione mentale

  • diminuisce la risposta emotiva immediata allo stress

  • aiuta a individuare modalità più costruttive di affrontare il conflitto.

Comprendere meglio le motivazioni dell’altro può anche permettere di formulare risposte più efficaci, proponendo soluzioni o punti di vista alternativi che favoriscano una comunicazione più equilibrata. In molti casi questo semplice cambiamento di prospettiva riduce il livello di tensione psicologica e contribuisce indirettamente a riequilibrare la risposta allo stress dell’organismo.

Una tecnica semplice in tre passaggi per affrontare i conflitti

Quando una situazione conflittuale provoca stress o ansia, può essere utile fermarsi per qualche minuto e seguire tre passaggi molto semplici.

1. Fermarsi e ridurre la reazione immediata

Il primo passo consiste nel evitare una risposta impulsiva. Quando una persona reagisce con aggressività o irritazione, il nostro cervello tende a rispondere nello stesso modo, alimentando il conflitto.

Fare una breve pausa – anche solo respirare lentamente per qualche secondo – permette di ridurre l’attivazione emotiva e di evitare risposte che potrebbero peggiorare la situazione.


2. Cercare di capire cosa potrebbe preoccupare l’altra persona

Il secondo passo è provare a considerare quale problema o preoccupazione possa esserci dietro il comportamento dell’altro.

Domande utili possono essere:

  • Quale difficoltà potrebbe trovarsi ad affrontare questa persona?

  • Sta reagendo a una pressione lavorativa o personale?

  • Potrebbe sentirsi insicura o sotto attacco?

Questo passaggio non serve a giustificare il comportamento, ma a ridurre la percezione di ostilità e a comprendere meglio il contesto.

3. Spostare la conversazione verso il problema, non verso la persona

Il terzo passo consiste nel riportare la discussione sul problema concreto, evitando di trasformarla in uno scontro personale.

Ad esempio si può dire:

  • “Cerchiamo di capire insieme come risolvere questa situazione.”

  • “Vediamo se troviamo una soluzione che funzioni per entrambi.”

Questo tipo di approccio aiuta a trasformare il conflitto da uno scontro emotivo a un tentativo condiviso di soluzione.

Perché questa strategia riduce lo stress

Quando si riesce a interrompere il ciclo di reazioni impulsive, il cervello riduce l’attivazione della risposta allo stress. Questo contribuisce a riequilibrare anche il funzionamento dell’asse cervello–intestino, limitando gli effetti dello stress sull’organismo e sui disturbi digestivi. In altre parole, imparare a gestire meglio i conflitti quotidiani non aiuta solo il benessere psicologico, ma può avere effetti positivi anche sulla salute dell’intestino.

4. Introdurre pause di recupero durante la giornata

Lo stress cronico spesso deriva da periodi prolungati senza pause.

Molti psicologi suggeriscono di introdurre brevi pause di recupero durante la giornata, anche di pochi minuti, per esempio:

  • una breve camminata

  • qualche minuto di respirazione lenta

  • allontanarsi temporaneamente da schermi e stimoli.

Queste pause aiutano a ridurre l’attivazione fisiologica dello stress.

5. Attività fisica regolare

L’attività fisica è uno degli strumenti più efficaci per ridurre lo stress.

Il movimento:

  • riduce i livelli di cortisolo

  • aumenta la produzione di endorfine

  • migliora la regolazione dell’umore.

Non è necessario svolgere attività intense: anche camminare 20-30 minuti al giorno può avere effetti significativi.

6. Curare il ritmo sonno-veglia

Lo stress cronico spesso peggiora quando il sonno è insufficiente o irregolare.

Alcune regole utili includono:

  • mantenere orari di sonno regolari

  • ridurre l’esposizione a schermi luminosi prima di dormire

  • evitare stimolanti nelle ore serali.

Il sonno adeguato aiuta il cervello a regolare meglio la risposta allo stress.

7. Quando chiedere aiuto

Se stress e ansia persistono nel tempo e iniziano a interferire con la qualità della vita, è importante considerare il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta. Le tecniche professionali, come la terapia cognitivo-comportamentale o la mindfulness clinica, possono aiutare a sviluppare strategie più profonde per gestire lo stress cronico.

✔ In molti casi piccoli cambiamenti nelle abitudini quotidiane possono già migliorare l’equilibrio tra cervello e intestino, contribuendo a ridurre i sintomi legati allo stress.

Box – 7 segnali che indicano che lo stress sta influenzando l’intestino

Segnale

Cosa succede

1. Gonfiore addominale frequente

Lo stress aumenta la sensibilità intestinale e può amplificare la percezione della distensione addominale.

2. Alterazioni dell’alvo

Possono comparire diarrea, stipsi o alternanza delle due condizioni.

3. Dolore addominale ricorrente

L’ipersensibilità dei nervi intestinali rende più dolorosi stimoli normalmente innocui.

4. Urgenza di andare in bagno

Lo stress può accelerare la motilità del colon attraverso il sistema nervoso autonomo.

5. Sensazione di “nodo allo stomaco”

L’attivazione della risposta allo stress modifica la motilità gastrica e intestinale.

6. Peggioramento dei sintomi nei periodi di tensione

I sintomi intestinali tendono ad aumentare durante periodi di ansia o pressione emotiva.

7. Miglioramento nei periodi di relax

Quando lo stress diminuisce, spesso anche i disturbi intestinali si riducono.

Messaggio chiave:

quando questi segnali compaiono o peggiorano in periodi di forte tensione, è possibile che il disturbo sia legato all’asse cervello–intestino, cioè al modo in cui lo stress influenza la funzione intestinale.

Box – 5 abitudini quotidiane che proteggono l’asse cervello–intestino

Abitudine

Perché è utile

1. Dormire a orari regolari

Il sonno stabilizza il sistema nervoso e riduce i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress.

2. Fare attività fisica moderata

Camminare o fare esercizio regolare riduce lo stress e migliora la motilità intestinale.

3. Mangiare con calma e in modo consapevole

Consumare i pasti lentamente favorisce una digestione più efficiente e riduce la distensione intestinale. Quando si mangia troppo velocemente si tende a ingerire più aria (aerofagia) e a sovraccaricare temporaneamente il sistema digestivo, favorendo gonfiore e disagio addominale. Mangiare con calma permette invece di attivare meglio la fase digestiva regolata dal sistema nervoso parasimpatico, spesso definita risposta “rest and digest”. Masticare adeguatamente gli alimenti, fare piccole pause durante il pasto e prestare attenzione ai segnali di sazietà aiuta anche a migliorare la comunicazione tra intestino e cervello, riducendo il rischio di disturbi digestivi legati allo stress.

4. Prendersi pause durante la giornata

Brevi pause riducono l’attivazione del sistema nervoso simpatico e favoriscono il rilassamento.

5. Ridurre il sovraccarico mentale

Tecniche di respirazione, mindfulness o semplici momenti di relax aiutano a riequilibrare il dialogo tra cervello e intestino.

Messaggio finale

L’intestino e il cervello sono strettamente collegati. Prendersi cura dello stress quotidiano non significa solo migliorare il benessere mentale, ma anche proteggere l’equilibrio dell’intestino e prevenire molti disturbi digestivi.

Asse cervello-intestino: come stress e ansia influenzano la salute dell’intestino. Parte I

by luciano

Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti sul rapporto tra sistema nervoso, microbiota e sindrome dell’intestino irritabile.

  • Parte 1 – Asse cervello-intestino: come stress e ansia influenzano la salute dell’intestino

  • Parte 2 – Intestino e cervello: il dialogo che spiega il colon irritabile

  • Parte 3 – Fodmap, IBS, infiammazione di basso grado e intestino vulnerabile

Introduzione

Molte persone hanno sperimentato almeno una volta nella vita sintomi intestinali legati allo stress, all’ansia o a forti emozioni (rabbia, gioia, paura, terrore): mal di pancia, diarrea, crampi, nausea, “nodo allo stomaco”, dolori addominali diffusi o poco localizzati, tipici del cosiddetto dolore viscerale. Questo tipo di dolore nasce dagli organi interni e, a differenza del dolore muscoloscheletrico, è spesso percepito come meno preciso e più esteso nell’addome, perché i segnali nervosi provenienti dall’intestino vengono elaborati dal sistema nervoso centrale in modo diverso.

Questi fenomeni non sono casuali. Sono l’espressione di un sistema biologico complesso chiamato asse cervello-intestino, una rete di comunicazione continua tra il sistema nervoso centrale e il tratto gastrointestinale. Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha dimostrato che questo dialogo bidirezionale coinvolge il sistema nervoso, il sistema immunitario, il microbiota intestinale e numerosi segnali ormonali [2]. Quando questo equilibrio si altera, stress e ansia possono contribuire allo sviluppo o al peggioramento di disturbi intestinali [1].

È interessante notare che non solo le emozioni negative possono influenzare l’intestino. Anche emozioni molto intense, perfino positive come una forte gioia o eccitazione, possono attivare i circuiti neurobiologici che regolano la risposta allo stress e la comunicazione tra cervello e apparato digerente. Sebbene l’esperienza soggettiva sia diversa, i meccanismi fisiologici coinvolti – legati all’attivazione del sistema nervoso autonomo e dei mediatori neuroendocrini – possono produrre effetti simili sulla motilità e sulla sensibilità intestinale.

Cap. 1.Che cos’è l’asse cervello-intestino

L’asse cervello-intestino è il sistema di comunicazione che collega il cervello con l’apparato digerente. Questo dialogo avviene attraverso diversi canali biologici:

  • il sistema nervoso autonomo (simpatico e parasimpatico)

  • il nervo vago

  • l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), che regola la risposta allo stress

  • il sistema immunitario

  • il microbiota intestinale [3].

Grazie a queste connessioni il cervello può influenzare direttamente il funzionamento dell’intestino e, allo stesso tempo, l’intestino può inviare segnali che influenzano l’umore, la percezione del dolore e il comportamento [1].

Cap. 2. Come lo stress agisce sull’intestino

Quando una persona è sottoposta a stress psicologico o emotivo, il cervello attiva la cosiddetta risposta allo stress, che coinvolge l’asse HPA e il sistema nervoso autonomo [4]. Questo processo comporta il rilascio di diversi mediatori biologici, tra cui:

  • cortisolo

  • adrenalina

  • noradrenalina.

Queste sostanze hanno effetti immediati su numerosi organi, incluso l’intestino.

Lo stress può infatti modificare:

  • la motilità intestinale (accelerandola o rallentandola)

  • la secrezione di liquidi intestinali

  • la sensibilità al dolore viscerale

  • la permeabilità della mucosa intestinale [5].

Il risultato può essere la comparsa di sintomi come:

  • dolore addominale

  • diarrea o stipsi

  • gonfiore

  • sensazione di tensione intestinale.

Cap. 3. Lo stress può alterare la barriera intestinale

Uno degli effetti più studiati dello stress riguarda la barriera intestinale.

L’epitelio intestinale rappresenta una barriera selettiva che separa il contenuto dell’intestino dal resto dell’organismo. Questa barriera è mantenuta da strutture chiamate tight junctions, che regolano il passaggio delle molecole tra le cellule [6]..

Lo stress cronico può alterare queste strutture e aumentare la permeabilità intestinale [7]. Quando la barriera diventa più permeabile, alcune sostanze presenti nel lume intestinale – come componenti batteriche o antigeni alimentari – possono attraversare la mucosa e attivare il sistema immunitario.

Questo processo può favorire uno stato di infiammazione mucosale di basso grado, che a sua volta può aumentare la sensibilità dell’intestino [5].

Cap. 4. Stress, microbiota e infiammazione

Negli ultimi anni è emerso anche il ruolo del microbiota intestinale nel collegamento tra stress e salute intestinale.

Lo stress può alterare la composizione della flora batterica intestinale, riducendo alcune specie benefiche e favorendo la crescita di altre [8]. Queste modifiche possono influenzare:

  • la produzione di metaboliti batterici

  • la risposta immunitaria intestinale

  • la funzione della barriera epiteliale.

Il microbiota, a sua volta, produce molecole che possono influenzare direttamente il cervello, creando un vero circuito bidirezionale tra intestino e sistema nervoso [2].

Cap. 5. Perché lo stress aumenta il dolore intestinale

Un altro meccanismo importante riguarda la ipersensibilità viscerale, cioè una maggiore sensibilità dei nervi intestinali agli stimoli meccanici [9].

In condizioni di stress, il sistema nervoso può amplificare i segnali provenienti dall’intestino. Stimoli normalmente innocui – come la distensione intestinale provocata dalla digestione o dalla fermentazione dei gas – possono essere percepiti come dolorosi.

Questo fenomeno è particolarmente evidente nei pazienti con sindrome dell’intestino irritabile (IBS), dove lo stress psicologico è spesso un fattore scatenante dei sintomi [10].

Cap. 6. Il circolo vizioso intestino-cervello

Una caratteristica importante dell’asse cervello-intestino è che la comunicazione avviene in entrambe le direzioni.

Questo può creare un vero circolo vizioso:

stress

alterazione della funzione intestinale

dolore o gonfiore

aumento dell’ansia

ulteriore attivazione della risposta allo stress [1].

Interrompere questo ciclo è uno degli obiettivi principali nella gestione dei disturbi intestinali funzionali.

Cap. 7. Come proteggere l’asse cervello-intestino

Diversi interventi possono aiutare a migliorare l’equilibrio tra cervello e intestino:

  • gestione dello stress

  • attività fisica regolare

  • sonno adeguato

  • alimentazione equilibrata

  • tecniche di rilassamento o mindfulness.

In alcuni casi possono essere utili anche interventi nutrizionali specifici, come la dieta a basso contenuto di FODMAP, che riduce gli stimoli fermentativi intestinali nei pazienti con IBS [11].

✔ In sintesi, l’intestino e il cervello formano un sistema strettamente integrato.
Quando lo stress diventa cronico, questo dialogo può alterarsi e contribuire alla comparsa di sintomi gastrointestinali.

Comprendere il funzionamento dell’asse cervello-intestino permette di vedere i disturbi intestinali non solo come problemi digestivi, ma come il risultato di un equilibrio complesso tra mente, sistema nervoso e microbiota.

Cap. 8. Perché lo stress può provocare diarrea o stipsi

Uno degli effetti più evidenti dello stress sull’intestino riguarda la motilità intestinale, cioè il movimento dei muscoli che spingono il contenuto digestivo lungo il tratto gastrointestinale [12].

Questi movimenti sono controllati da tre sistemi principali:

  • il sistema nervoso enterico, una rete di neuroni presente nella parete intestinale

  • il sistema nervoso autonomo (simpatico e parasimpatico)

  • diversi ormoni e neurotrasmettitori prodotti durante la risposta allo stress [13].

Quando una persona vive una situazione stressante, il cervello attiva rapidamente il sistema nervoso simpatico, il ramo del sistema autonomo associato alla risposta di “lotta o fuga”.

Questo sistema rilascia mediatori come:

  • adrenalina

  • noradrenalina

  • cortisolo.

Queste sostanze possono modificare il funzionamento dell’intestino in diversi modi, influenzando la contrazione della muscolatura liscia intestinale e la regolazione del transito digestivo [5].

Cap. 9. Accelerazione della motilità

In alcune persone lo stress aumenta l’attività motoria dell’intestino, soprattutto nel colon.

I movimenti intestinali diventano più rapidi e il contenuto intestinale ha meno tempo per perdere acqua. Questo può portare a diarrea o urgenza evacuativa, fenomeno spesso descritto come “diarrea da stress” [14].

Questo meccanismo è stato osservato frequentemente nei pazienti con disturbi gastrointestinali funzionali, in particolare nella sindrome dell’intestino irritabile con predominanza di diarrea [10].

Cap. 10. Rallentamento della motilità

In altri casi accade il contrario. L’attivazione del sistema nervoso simpatico può inibire i movimenti intestinali, rallentando il transito del contenuto digestivo [12].

Questo meccanismo può contribuire alla comparsa di stipsi o sensazione di intestino bloccato, soprattutto nei soggetti più sensibili agli effetti dello stress sul sistema nervoso autonomo [15].

Cap. 11. Alterazione dei riflessi intestinali

Lo stress può anche modificare i riflessi che regolano l’attività del colon dopo i pasti.

Normalmente, quando si mangia, l’intestino aumenta temporaneamente la propria attività motoria attraverso il cosiddetto riflesso gastro-colico. Nei soggetti sensibili questo riflesso può diventare eccessivamente intenso, provocando crampi addominali e bisogno urgente di evacuare [16]. Questo fenomeno è particolarmente frequente nei pazienti con intestino irritabile, nei quali i riflessi intestinali risultano spesso amplificati [10].

Cap. 12. Il ruolo degli ormoni dello stress

Anche gli ormoni della risposta allo stress influenzano l’intestino.

Il cortisolo, rilasciato durante l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), può modificare:

  • la sensibilità dei nervi intestinali

  • l’attività delle cellule immunitarie della mucosa

  • la permeabilità della barriera intestinale [4].

Questi effetti contribuiscono a rendere l’intestino più reattivo agli stimoli digestivi, aumentando la probabilità di sintomi come dolore addominale o gonfiore [7].

Cap. 13. Un sistema molto sensibile alle emozioni

L’intestino è uno degli organi più sensibili alle variazioni dello stato emotivo.

Questo dipende dalla presenza di una fitta rete di neuroni nel sistema nervoso enterico e dalle connessioni con il sistema nervoso centrale attraverso l’asse cervello-intestino [1].

Per questo motivo eventi psicologici come ansia, stress lavorativo o tensioni emotive possono tradursi rapidamente in sintomi gastrointestinali [2].

Questa stretta connessione spiega perché molti disturbi intestinali migliorino non solo con interventi dietetici, ma anche con strategie che riducano lo stress e migliorino la regolazione dell’asse cervello-intestino [17].

Cap. 14. Perché lo stress colpisce soprattutto il colon

Lo stress tende a influenzare soprattutto il colon (intestino crasso) perché questa parte dell’intestino è particolarmente ricca di connessioni con il sistema nervoso autonomo e con il sistema nervoso enterico [12].

Il colon ha anche una funzione molto sensibile alla regolazione nervosa: controlla il riassorbimento dell’acqua e il ritmo delle contrazioni che portano all’evacuazione.

Per questo motivo variazioni nei segnali nervosi legati allo stress possono facilmente alterarne il funzionamento [14].

Quando l’asse cervello-intestino viene attivato dallo stress possono quindi verificarsi:

  • aumento della motilità, con diarrea o urgenza evacuativa

  • riduzione della motilità, con stipsi

  • maggiore sensibilità alla distensione, con dolore e gonfiore.

Questo spiega perché il colon sia spesso l’organo più coinvolto nei disturbi intestinali legati allo stress, come nella sindrome dell’intestino irritabile [10].

Bibliografia

  1. Mayer, E. A. (2011). Gut feelings: The emerging biology of gut–brain communication. Nature Reviews Neuroscience. DOI: 10.1038/nrn3071

  2. Cryan, J. F., & Dinan, T. G. (2012). Mind-altering microorganisms: the impact of the gut microbiota on brain and behaviour. Nature Reviews Neuroscience. DOI: 10.1038/nrn3346

  3. Carabotti, M., et al. (2015). The gut-brain axis: interactions between enteric microbiota, central and enteric nervous systems. Annals of Gastroenterology. DOI: 10.20524/aog.2015.0023

  4. Herman, J. P., et al. (2016). Regulation of the hypothalamic-pituitary-adrenocortical stress response. Comprehensive Physiology. DOI: 10.1002/cphy.c150015

  5. Konturek, P. C., et al. (2011). Stress and the gut: pathophysiology, clinical consequences and diagnostic approach. Journal of Physiology and Pharmacology. DOI: 10.26402/jpp.2011.6.02

  6. Turner, J. R. (2009). Intestinal mucosal barrier function in health and disease. Nature Reviews Immunology. DOI: 10.1038/nri2653

  7. Vanuytsel, T., et al. (2014). Psychological stress and the intestinal barrier. Gut. DOI: 10.1136/gutjnl-2013-306378

  8. Foster, J. A., & McVey Neufeld, K. A. (2013). Gut-brain axis: how the microbiome influences anxiety and depression. Trends in Neurosciences. DOI: 10.1016/j.tins.2013.01.005

  9. Farmer, A. D., Aziz, Q. (2013). Visceral pain hypersensitivity in functional gastrointestinal disorders. Gut. DOI: 10.1136/gutjnl-2012-302724

  10. Ford, A. C., et al. (2017). Irritable bowel syndrome. The Lancet. DOI: 10.1016/S0140-6736(17)31548-8

  11. Halmos, E. P., et al. (2014). A diet low in FODMAPs reduces symptoms of irritable bowel syndrome. Gastroenterology. DOI: 10.1053/j.gastro.2014.04.005

  12. Furness, J. B. (2012). The enteric nervous system and neurogastroenterology. Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology. DOI: 10.1038/nrgastro.2012.32

  13. Browning, K. N., & Travagli, R. A. (2014). Central nervous system control of gastrointestinal motility. Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology. DOI: 10.1038/nrgastro.2014.79

  14. Camilleri, M. (2012). Peripheral mechanisms in irritable bowel syndrome. New England Journal of Medicine. DOI: 10.1056/NEJMra1108650

  15. Bharucha, A. E., et al. (2013). Mechanisms, evaluation, and management of chronic constipation. Gastroenterology. DOI: 10.1053/j.gastro.2013.01.028

  16. Drossman, D. A. (2016). Functional gastrointestinal disorders: history, pathophysiology, clinical features and Rome IV. Gastroenterology. DOI: 10.1053/j.gastro.2016.02.032

  17. Keefer, L., et al. (2018). Behavioural interventions in functional gastrointestinal disorders. Gut. DOI: 10.1136/gutjnl-2017-315420

Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti sul rapporto tra sistema nervoso, microbiota e sindrome dell’intestino irritabile.

  • Parte 1 – Asse cervello-intestino: come stress e ansia influenzano la salute dell’intestino

  • Parte 2 – Intestino e cervello: il dialogo che spiega il colon irritabile

  • Parte 3 – FODMAP, IBS, infiammazione di basso grado e intestino vulnerabile

Approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado (aggiornamento 18.08.2026)

by luciano

Questo articolo fa parte di un percorso in tre parti:
1. Approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado — il documento operativo: quali comportamenti e strategie adottare.
2. Approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado alla luce delle ricerche scientifiche del 2026 — il documento di verifica scientifica: quali elementi dell’Approccio trovano riscontro nella letteratura più recente e con quale grado di evidenza.
3. Infiammazione cronica di basso grado: il tema nella divulgazione scientifica nella stampa internazionale nel 2026 — il documento di analisi della comunicazione: come il tema viene presentato, interpretato e divulgato dalla stampa scientifica e generalista internazionale

(L’infiammazione cronica di basso grado non è una malattia in senso stretto, ma uno stato biologico persistente che favorisce lo sviluppo di numerose patologie croniche. Il presente documento propone un approccio integrato orientato alla sua modulazione attraverso lo stile di vita.)
Inoltre:
In assenza di soluzioni univoche e definitive, la strategia più razionale per ridurre l’infiammazione cronica di basso grado consiste nell’adottare un modello di vita che minimizzi l’esposizione ai fattori potenzialmente pro-infiammatori* e favorisca quelli protettivi.

L’importanza dell’infiammazione cronica di basso grado.
Sebbene l’aumento intermittente dell’infiammazione sia fondamentale per la sopravvivenza durante lesioni fisiche e infezioni, recenti ricerche hanno rivelato che alcuni fattori sociali, ambientali e legati allo stile di vita possono favorire l’infiammazione cronica sistemica, in particolare l’infiammazione cronica di basso grado (ICBG), che, a sua volta, può portare a diverse patologie che, nel loro insieme, rappresentano le principali cause di disabilità e mortalità in tutto il mondo, come malattie cardiovascolari, cancro, diabete mellito, malattia renale cronica, steatosi epatica non alcolica e malattie autoimmuni e neurodegenerative. (vedi articolo: https://glutenlight.eu/2025/08/21/infiammazione-cronica-basso-grado/ [1]
Questo tipo di infiammazione ha molteplici fattori scatenanti:
Disbiosi intestinale:
Alterazione della flora batterica intestinale, che può essere causata da dieta squilibrata, uso eccessivo di antibiotici o altre sostanze tossiche.
Dieta scorretta:
Consumo eccessivo di cibi processati, ricchi di zuccheri raffinati e grassi saturi, che possono favorire l’infiammazione. [11]
Stress:
Lo stress cronico può influenzare negativamente il sistema immunitario e aumentare la suscettibilità all’infiammazione. [3–5]
Inquinamento ambientale e tossine:
Esposizione a sostanze chimiche presenti nell’ambiente o nei cibi può contribuire allo stress ossidativo e all’infiammazione. [12]
Fumo e alcol:
Questi fattori possono aggravare lo stress ossidativo e danneggiare le cellule, favorendo l’infiammazione. (vedi articolo: stress ossidativo)

Tra i fattori scatenanti non compare l’uso di droghe perché considerate sempre e comunque da evitare.
Altra considerazione riguarda lo stato di salute generale dell’individuo. In questo documento il termine “sano” non coincide soltanto con l’assenza di malattie diagnosticate, traumi, ferite o altri eventi capaci di attivare un’infiammazione acuta. In senso fisiologico più rigoroso, si considera realmente sano un individuo che non presenti patologie in atto e non si trovi stabilmente in una condizione di infiammazione cronica di basso grado. Questa distinzione è importante perché l’assenza di una diagnosi formale non dimostra, da sola, l’assenza di uno stato infiammatorio persistente.

È importante sottolineare che, in presenza di infiammazione acuta, i marker biologici utilizzati per valutare l’infiammazione cronica di basso grado risultano elevati, rendendo difficile distinguere i due fenomeni e potendo mascherare eventuali miglioramenti dell’ICBG.

Fatte queste precisazioni possiamo iniziare l’ Approccio integrato

1️⃣ Gestione dello stress.
È un fattore molto importante considerate le emergenti evidenze scientifiche riguardanti l’asse intestino-cervello, un sistema di comunicazione bidirezionale attraverso il quale stress psicologico, emozioni e stati mentali influenzano la motilità intestinale, la permeabilità della barriera e la composizione del microbiota, e viceversa. Alterazioni di questo asse possono favorire infiammazione, disturbi digestivi e squilibri metabolici. Lo stress deve essere gestito o in autonomia con le tecniche esistenti o se non possibile con l’aiuto di uno psicologo. [3–5]

2️⃣ Inquinamento ambientale (aria, acqua, ecc): va da sé che più riusciamo ad evitarlo meglio è. Questo fattore è rilevante per lo stress ossidativo. [12]

3️⃣ Alimentazione: qui possiamo fare molto

Punto importante:
L’alimentazione va strettamente correlata con l’età, l’attività svolta, le abitudini alimentari, lo stato di salute generale.

Cibi da evitare
Cibi industriali: possono contenere numerosi additivi. Alle dosi autorizzate, l’esposizione occasionale a un singolo additivo è generalmente considerata a basso rischio nella popolazione generale; maggiore prudenza può essere ragionevole quando l’esposizione è frequente, riguarda miscele di più additivi o interessa soggetti con vulnerabilità individuali. Per questo, senza trasformare ogni additivo in un rischio certo, è opportuno privilegiare alimenti poco processati e ridurre l’esposizione complessiva non necessaria [A]. [2,11]
Bevande industriali: generalmente contengono molti zuccheri/edulcoranti/additivi.
Molti prodotti senza glutine, soprattutto industriali, sono altamente processati e possono contenere numerosi additivi. Ciò non implica che tali prodotti siano di per sé pro-infiammatori, ma, quando non esiste una necessità medica di assumerli, può essere prudente limitarne il consumo e preferire alimenti naturalmente privi di glutine o meno processati, riducendo così l’esposizione complessiva ad additivi e ingredienti raffinati. [11]

Cibi da assumere con moderazione
Vino/birra: con moderazione
Alcolici: in casi saltuari (superalcolici : NO)
Caffè: con moderazione
Insaccati: con molta moderazione
Dolci: con moderazione. Se problemi con gli zuccheri (per peso o per glicemia) vanno assunti nelle dosi opportune per non avere problemi.
Formaggi: con molta moderazione e nella misura compatibile (riduzione/eliminazione se intolleranti al lattosio/proteina caseina; possibile sostituzione con prodotti senza lattosio)
Spezie: con moderazione
Grassi: meno trans (idrogenati) e, in misura minore, quelli saturi in eccesso più olio extravergine d’oliva (acido oleico)
Zuccheri raffinati: è opportuno limitarne l’assunzione, soprattutto quando contribuiscono a un surplus calorico, a frequenti escursioni glicemiche o si inseriscono in un quadro di sovrappeso, adiposità viscerale o insulino-resistenza. In questi contesti, ripetuti picchi di glucosio e insulina possono contribuire a un ambiente metabolico più favorevole ai processi pro-infiammatori. [11]
Glutine: con moderazione. Se possibile pasta integrale/semintegrale; pane: se possibile integrale di grano duro/farro. Il grano tenero contiene una componente del glutine molto difficile da digerire (33mer). Considerato il legame esistente tra la forza del glutine e la sua digeribilità vanno possibilmente privilegiati prodotti realizzati con grani che hanno un glutine meno tenace. Tra i “grani antichi” se ne possono trovare parecchi con questa caratteristica (in realtà anche tra grani moderni ci sono cultivar con glutine meno tenace: vengono usati per realizzare dolci ma non pane): andrebbero privilegiati. Chi è intollerante al glutine ma non celiaco considerato che questa intolleranza è “dose dipendente” può, con l’aiuto di un medico, cercare quale sia la soglia (quantità) che non dà problemi. Grani con glutine meno tenace favoriscono la possibilità di consumare prodotti con essi realizzati. Approfondimento: Differenza tra grani antichi e moderni (Pubblicato a parte)

Cibi da assumere in abbondanza:
Fibre (compatibilmente con eventuali problematiche a livello intestinale): 3-4 volte al giorno.
Frutta (compatibilmente con eventuali problemi con gli zuccheri, glicemia e/o peso).
Te verde: può rappresentare un utile componente di una dieta equilibrata. È ricco di catechine, in particolare EGCG, e diversi studi suggeriscono possibili effetti favorevoli su stress ossidativo, metabolismo e alcuni marker infiammatori; l’entità del beneficio nell’uomo varia tuttavia in funzione della dose, della durata dell’assunzione e delle caratteristiche individuali [D]. [19]

A parte va ricordato l’essenziale contributo dell’acqua al mantenimento di una corretta idratazione e delle normali funzioni fisiologiche, comprese la funzione renale, la circolazione e il trasporto dei soluti. Una disidratazione significativa può alterare diversi processi metabolici e fisiologici. Il sistema linfatico svolge un’importante funzione di drenaggio dei liquidi interstiziali e partecipa al trasporto di mediatori e cellule del sistema immunitario; attraverso queste funzioni contribuisce al mantenimento dell’omeostasi dei tessuti e ai processi di regolazione e risoluzione dell’infiammazione.
È quindi opportuno mantenere un’idratazione adeguata alle esigenze individuali, tenendo conto dell’età, dell’attività fisica, della temperatura ambientale e delle eventuali condizioni cliniche. Vedi: Il ruolo dell’acqua nella riduzione dell’infiammazione di basso grado

Da sottolineare, in sintesi, come la dieta mediterranea e, più in generale, modelli alimentari a carattere antinfiammatorio abbiano mostrato in numerosi studi e meta-analisi una riduzione di marcatori dell’infiammazione cronica di basso grado. Per la dieta mediterranea, le evidenze più recenti documentano in particolare riduzioni significative di hs-CRP e IL-6 [8–10].

4️⃣ Comportamenti nell’alimentazione
L’alimentazione poggia su due pilastri principali: quantità e qualità.
La quantità di cibo da assumere dovrebbe essere quella necessaria per le funzioni fisiologiche più quella necessaria per le attività svolte. Questo semplice principio ci aiuterebbe molto a mantenere un peso corretto e salutare. Proposito non facile per due semplici ragioni:
la prima è la “gola”, la seconda è che il meccanismo del “pieno/sazio” è posposto al pieno effettivo, cioè la sensazione di essere sazi non coincide con il riempimento reale dello stomaco, ma arriva dopo. Già 50 anni fa il medico di famiglia suggeriva di alzarsi da tavola con un leggero desiderio di altro cibo. La qualità: va da sé che più i cibi sono genuini e “puliti” (cioè privi di sostanze tossiche), meglio è.
Quanto segue deve inoltre considerarsi uno schema generale, perché, per quanto già detto, va “disegnato intorno al singolo individuo”.
A – Evitare il più possibile di assumere troppo cibo in un unico pasto
Lo stomaco dovrebbe essere messo in grado di lavorare (digerire) al meglio. È spesso preferibile mangiare più volte piuttosto che fare un unico pasto molto abbondante. Ottimo sarebbe: finire di mangiare e “non sentire lo stomaco” con la conseguenza di non avere “appannamenti” postprandiali. Approfondimento: Perché pasti più piccoli e distribuiti funzionano meglio. (Pubblicato a parte)
Il cibo non completamente digerito, nelle persone sane*, viene successivamente elaborato nell’intestino e poi espulso. Tuttavia, se il sistema gastrointestinale è compromesso o in stato di alterazione, il passaggio di substrati non adeguatamente digeriti all’intestino può favorire fermentazioni batteriche e risultare pro-infiammatorio. (https://glutenlight.eu/2025/06/12/cibo-non-digerito-e-infiammazione-intestinale/)
Non solo lo stomaco, ma anche e soprattutto l’intestino deve poter lavorare al meglio e continuare a digerire il cibo in modo da renderlo assimilabile. [B] [C]
*Qui il punto critico è: esiste ancora l’individuo realmente sano?
B – Evitare di mescolare cibi troppo differenti
Lo stomaco lavora in ambiente acido, dove la pepsina digerisce le proteine (ulteriormente digerite nell’intestino dalla tripsina e da altri enzimi). Gli zuccheri iniziano la digestione in bocca (ptialina) e vengono poi digeriti soprattutto nell’intestino (amilasi pancreatica). Qui è necessario fare alcune precisazioni: [13–16]
Carboidrati e proteine nello stomaco non creano generalmente problemi.
Un primo di pasta seguito da pesce, carne, formaggio e magari verdure, in quantità adatte alla propria capacità digestiva, non crea problemi.
Se il secondo è un cibo molto grasso, va considerato che la digestione gastrica rallenta e, in dipendenza della quantità, può rallentare lo svuotamento gastrico, con possibile passaggio all’intestino di cibo non completamente digerito. [13–16]
Diversa è la situazione se inseriamo nel pasto una porzione di dolce.
Qui ci troviamo di fronte a una quantità significativa di zuccheri semplici, non di carboidrati complessi (la pasta, ad esempio, è composta principalmente da amido, e solo una parte viene trasformata in zuccheri già nella bocca; quindi nello stomaco arriva soprattutto amido).
Gli zuccheri non vengono digeriti nello stomaco se non in misura trascurabile:
“The stomach has a highly acidic environment that prevents fermentation there; the undigested sugars travel to the small intestine and large intestine, where they are fermented by the gut bacteria.”
Il dolce a fine pasto (inteso come porzione moderata) non dà problemi a una persona sana (che oggi è relativamente rara), ma rende la digestione meno facile per molte persone, non solo per i possibili effetti intestinali successivi, ma anche per la sensazione di pesantezza che può comparire. [17,18]
Va precisato che non è un dogma: esistono persone che digeriscono praticamente tutto senza difficoltà — siamo tutti diversi.
L’età, inoltre, gioca un ruolo fondamentale. La persona anziana tende a stare meglio quanto più semplice è il pasto. Approfondimento: Zuccheri e proteine nella digestione dello stomaco (Pubblicato a parte)
Punto importante
In caso di patologie legate all’alimentazione è strettamente necessario l’intervento di uno specialista (dietologo o nutrizionista).

5️⃣ Comportamenti specifici :
Fare attività fisica anche solo moderatamente. [6,7]
Se in attività lavorativa, evitare per quanto possibile che questa determini uno stress persistente. Lo stress cronico va comunque gestito perché può contribuire, attraverso meccanismi neuroendocrini, immunitari e dell’asse intestino–cervello, al mantenimento di uno stato infiammatorio di basso grado. [3–5]
In presenza di sovrappeso, e soprattutto di eccesso di adiposità viscerale, è opportuno concordare con il proprio medico o con uno specialista un percorso realistico di riduzione del peso e di miglioramento della composizione corporea.
Se in periodo post attività lavorativa impegnarsi in attività che richiedano concentrazione e, se possibile, creatività. Realizzare progetti è altamente utile per mantenere in attività le funzioni cerebrali

6️⃣ Accertamenti:
Con il proprio medico definire gli accertamenti generali di routine necessari per un buon monitoraggio della propria salute oltre ad accertamenti specifici per eventuali patologie.

Sintesi Finale:

Dobbiamo costruire un modello di stile di vita personalizzato per la riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado.
In una persona sana, un pasto contenente proteine e zuccheri in quantità moderate non crea problemi. L’associazione diventa potenzialmente problematica quando gli zuccheri sono molto concentrati, soprattutto in forma liquida e in quantità elevate. In persone con apparato gastrointestinale sensibile o alterato, anche porzioni moderate (come un dolce a fine pasto) possono causare discomfort digestivo.

L’approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado si fonda sulle evidenze scientifiche disponibili, riportate nella sezione bibliografia.
Poiché molte ricerche mostrano associazioni significative senza dimostrare un rapporto causale assoluto, andrebbe adottato un principio di precauzione: ridurre o eliminare, ove possibile, i fattori potenzialmente dannosi, privilegiando scelte a basso rischio biologico.

Note finali
Nota [A]: Barriera intestinale e additivi. In determinati contesti sperimentali o clinici, alcuni componenti della dieta occidentale — tra cui eccesso di grassi saturi e sale, alcol e alcuni additivi degli alimenti ultra-processati — sono stati associati ad alterazioni della barriera intestinale o del microbiota. Per il glutine, gli effetti sulla permeabilità sono particolarmente rilevanti nella celiachia e in soggetti predisposti e non devono essere generalizzati automaticamente alle persone “sane”. E’ quindi preferibile parlare di fattori che “possono alterare” la barriera, in relazione alla dose, alla durata dell’esposizione e alla vulnerabilità individua. Anche lo stress può influire negativamente sulla barriera gastrointestinale, anche attraverso l’asse CRF–mastociti [2–5]

Possono invece esercitare effetti protettivi sulla barriera: la restrizione calorica o il digiuno, i prebiotici, i probiotici, il butirrato (SCFA), le vitamine D e A, i flavonoidi, gli acidi grassi polinsaturi omega-3, lo zinco, i mucoprotettori (tannato di gelatina e probiotici tindalizzati)

Nota [B]: Fermentazione e svuotamento gastrico. Una sosta prolungata del cibo nello stomaco può generare fermentazioni, soprattutto se il cibo rimane più a lungo del normale a causa della digestione lenta. Questo fenomeno può causare un accumulo di gas, gonfiore, tensione addominale ed eruttazioni. Le cause possono essere sia la lentezza nello svuotamento gastrico sia il consumo di determinati cibi. [13–16]

Come si manifestano i sintomi
Gonfiore e tensione addominale: La fermentazione produce gas che possono accumularsi, causando una sensazione di pienezza e distensione.
Eruttazioni frequenti: Il gas in eccesso può essere espulso attraverso l’eruttazione.
Flatulenza: Il gas può anche essere rilasciato sotto forma di flatulenza.
Senso di pienezza: Anche dopo aver mangiato poco, ci si può sentire sazi.
Cause comuni di una digestione lenta
Pasti abbondanti o consumati troppo in fretta: Masticare poco e ingoiare velocemente può rallentare il processo digestivo.
Dieta scorretta: Un’alimentazione ricca di zuccheri e carboidrati può favorire la fermentazione.
Malattie o disturbi: Alcune condizioni mediche possono rallentare lo svuotamento gastrico.

Nota [C]: Sintomatologia della cattiva digestione. Un panino ingurgitato in fretta e masticato male nella concitazione di una pausa pranzo troppo breve o trascorsa al telefono; un boccone di troppo per non avanzare quell’ottima pasta al forno che “quando mai ricapita di trovarne una così”; il dolce ordinato a fine pasto per gola, pur sentendosi già sazi; la bibita gassata ghiacciata o la granita, che “è davvero un piacere con il caldo che fa”. Il risultato che si ottiene è sempre lo stesso: una sensazione di pesantezza di stomaco difficile da tollerare e spesso accompagnata da dolore, acidità, bruciore di stomaco, gonfiore addominale, eruttazioni e tutti gli altri sintomi della cattiva digestione. La pesantezza di stomaco occasionale non è legata a particolari patologie o problemi di salute rilevanti, ma quasi sempre all’assunzione di cibi in eccesso e/o difficili da digerire, che impongono alla mucosa gastrica di secernere in poco tempo una quantità di succhi gastrici superiore alle proprie potenzialità e che chiedono a fegato, cistifellea e pancreas di liberare rapidamente enzimi per supportare la completa digestione e l’assorbimento dei grassi, delle proteine e dei carboidrati introdotti durante il pasto. [13–18]
Viceversa, se i disturbi della cattiva digestione tendono a ripresentarsi spesso o, addirittura, dopo ogni pasto anche non particolarmente abbondante, all’origine del malessere possono esserci:
la dispepsia funzionale (anche aggravata da ansia e stress)
la sindrome del colon irritabile o una malattia infiammatoria cronica intestinale
allergie o intolleranze nei confronti di particolari alimenti
alterazioni della funzionalità del fegato, ostruzioni delle vie biliari o, più raramente, pancreatite cronica.
Se invece, oltre a pesantezza, gonfiore addominale e lieve nausea, sono presenti anche (o prevalentemente) acidità, bruciore di stomaco, reflusso acido, crampi e dolori allo stomaco, è possibile che a causarli siano la gastrite, l’ulcera gastrica, l’ernia iatale o, in un’esigua minoranza di casi, un tumore allo stomaco.

Nota [D] Te verde.

1) Ricco di polifenoli antinfiammatori
Il tè verde contiene elevate quantità di catechine, in particolare l’EGCG (epigallocatechina gallato), uno dei più studiati antiossidanti naturali. [19]
Queste molecole contribuiscono a:
Inibire enzimi pro-infiammatori
Ridurre la produzione di citochine infiammatorie
Modulare positivamente la risposta del sistema immunitario
Risultato: minore attivazione dei processi che mantengono l’infiammazione nel tempo.
2) Forte azione antiossidante
L’infiammazione cronica è strettamente legata allo stress ossidativo (eccesso di radicali liberi).
Il tè verde contribuisce a:
Neutralizzare i radicali liberi
Proteggere le membrane cellulari
Preserva reil DNA dai danni ossidativi
Questo aiuta a interrompere il circolo vizioso tra ossidazione e infiammazione.
3) Influenza positiva sulle vie metaboliche
Il consumo regolare di tè verde è associato a: [19]
Migliore sensibilità all’insulina
Riduzione dei marker infiammatori nel sangue
Supporto al metabolismo dei grassi
Poiché obesità e infiammazione sono fortemente correlate, questo effetto è particolarmente importante.
4) Benefici sul microbiota intestinale
Il tè verde favorisce la crescita di batteri intestinali “buoni” e limita quelli potenzialmente dannosi.
Un microbiota equilibrato:
Riduce la permeabilità intestinale
Limita il passaggio di tossine nel sangue
Abbassa l’attivazione del sistema immunitario
Tutto ciò contribuisce a diminuire l’infiammazione sistemica.
❤️ 5) Protezione cardiovascolare
L’infiammazione cronica di basso grado è associata a un aumento del rischio cardiovascolare e può contribuire ai meccanismi aterosclerotici. [1]
Il tè verde:
Migliora la funzione endoteliale
Riduce l’ossidazione del colesterolo LDL
Aiuta a mantenere elastiche le arterie
Contribuendo a un ambiente vascolare meno infiammato.
☕ Quanto tè verde bere?
Negli studi e nelle indicazioni nutrizionali vengono frequentemente considerate quantità dell’ordine di 2–3 tazze al giorno; gli effetti possono tuttavia variare tra individui; meglio se senza zucchero e lontano dai pasti principali se si soffre di anemia (può ridurre l’assorbimento del ferro). [19]

Nota a fondo articolo 
Per alcuni fattori, come ad esempio gli additivi alimentari, numerosi studi suggeriscono un’associazione tra assunzione e possibili effetti negativi sulla salute. Tali risultati vanno tuttavia interpretati nel contesto delle modalità di ricerca utilizzate, che spesso includono studi osservazionali, modelli sperimentali o campioni numericamente limitati. Un risultato ottenuto nel modello animale non dimostra automaticamente che lo stesso effetto si verifichi nell’uomo; può tuttavia rappresentare un segnale biologico da non ignorare, soprattutto quando ridurre l’esposizione comporta un costo o un rischio minimo. Gli studi clinici di lungo periodo sull’uomo, in particolare per esposizioni croniche a singoli ingredienti o a miscele di additivi, sono spesso complessi, costosi e difficili da realizzare. Inoltre gli incentivi economici a finanziare grandi studi sono generalmente maggiori quando esiste un prodotto o un intervento da sviluppare rispetto a ricerche finalizzate semplicemente a stabilire se sia opportuno ridurre o evitare una sostanza già in commercio. In questo approccio tali evidenze sono pertanto considerate sufficienti per adottare un principio di cautela, pur in assenza di una dimostrazione causale definitiva. L’assenza di una prova definitiva di danno nell’uomo non va infatti confusa con la dimostrazione di innocuità assoluta.
Bibliografia essenziale
Infiammazione cronica di basso grado (ICBG) e rischio cardio-metabolico
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Dieta “occidentale”, permeabilità intestinale e disbiosi
[2] Western diet components that increase intestinal permeability with implications on health — Jaquez-Durán G, Arellano-Ortiz AL. (2024). Int J Vitam Nutr Res. DOI: 10.1024/0300-9831/a000801. (PubMed)
Stress → permeabilità intestinale (CRF, mastociti) e asse intestino-cervello
[3] Psychological stress and corticotropin-releasing hormone increase intestinal permeability in humans by a mast cell-dependent mechanism — Vanuytsel T, et al. (2014). Gut. DOI: 10.1136/gutjnl-2013-305690. (PubMed)
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Attività fisica e riduzione dei marker infiammatori
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Dieta mediterranea e biomarcatori infiammatori
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