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Approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado (aggiornamento 18.08.2026)

by luciano

Questo articolo fa parte di un percorso in tre parti:
1. Approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado — il documento operativo: quali comportamenti e strategie adottare.
2. Approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado alla luce delle ricerche scientifiche del 2026 — il documento di verifica scientifica: quali elementi dell’Approccio trovano riscontro nella letteratura più recente e con quale grado di evidenza.
3. Infiammazione cronica di basso grado: il tema nella divulgazione scientifica nella stampa internazionale nel 2026 — il documento di analisi della comunicazione: come il tema viene presentato, interpretato e divulgato dalla stampa scientifica e generalista internazionale

(L’infiammazione cronica di basso grado non è una malattia in senso stretto, ma uno stato biologico persistente che favorisce lo sviluppo di numerose patologie croniche. Il presente documento propone un approccio integrato orientato alla sua modulazione attraverso lo stile di vita.)
Inoltre:
In assenza di soluzioni univoche e definitive, la strategia più razionale per ridurre l’infiammazione cronica di basso grado consiste nell’adottare un modello di vita che minimizzi l’esposizione ai fattori potenzialmente pro-infiammatori* e favorisca quelli protettivi.

L’importanza dell’infiammazione cronica di basso grado.
Sebbene l’aumento intermittente dell’infiammazione sia fondamentale per la sopravvivenza durante lesioni fisiche e infezioni, recenti ricerche hanno rivelato che alcuni fattori sociali, ambientali e legati allo stile di vita possono favorire l’infiammazione cronica sistemica, in particolare l’infiammazione cronica di basso grado (ICBG), che, a sua volta, può portare a diverse patologie che, nel loro insieme, rappresentano le principali cause di disabilità e mortalità in tutto il mondo, come malattie cardiovascolari, cancro, diabete mellito, malattia renale cronica, steatosi epatica non alcolica e malattie autoimmuni e neurodegenerative. (vedi articolo: https://glutenlight.eu/2025/08/21/infiammazione-cronica-basso-grado/ [1]
Questo tipo di infiammazione ha molteplici fattori scatenanti:
Disbiosi intestinale:
Alterazione della flora batterica intestinale, che può essere causata da dieta squilibrata, uso eccessivo di antibiotici o altre sostanze tossiche.
Dieta scorretta:
Consumo eccessivo di cibi processati, ricchi di zuccheri raffinati e grassi saturi, che possono favorire l’infiammazione. [11]
Stress:
Lo stress cronico può influenzare negativamente il sistema immunitario e aumentare la suscettibilità all’infiammazione. [3–5]
Inquinamento ambientale e tossine:
Esposizione a sostanze chimiche presenti nell’ambiente o nei cibi può contribuire allo stress ossidativo e all’infiammazione. [12]
Fumo e alcol:
Questi fattori possono aggravare lo stress ossidativo e danneggiare le cellule, favorendo l’infiammazione. (vedi articolo: stress ossidativo)

Tra i fattori scatenanti non compare l’uso di droghe perché considerate sempre e comunque da evitare.
Altra considerazione riguarda lo stato di salute generale dell’individuo. In questo documento il termine “sano” non coincide soltanto con l’assenza di malattie diagnosticate, traumi, ferite o altri eventi capaci di attivare un’infiammazione acuta. In senso fisiologico più rigoroso, si considera realmente sano un individuo che non presenti patologie in atto e non si trovi stabilmente in una condizione di infiammazione cronica di basso grado. Questa distinzione è importante perché l’assenza di una diagnosi formale non dimostra, da sola, l’assenza di uno stato infiammatorio persistente.

È importante sottolineare che, in presenza di infiammazione acuta, i marker biologici utilizzati per valutare l’infiammazione cronica di basso grado risultano elevati, rendendo difficile distinguere i due fenomeni e potendo mascherare eventuali miglioramenti dell’ICBG.

Fatte queste precisazioni possiamo iniziare l’ Approccio integrato

1️⃣ Gestione dello stress.
È un fattore molto importante considerate le emergenti evidenze scientifiche riguardanti l’asse intestino-cervello, un sistema di comunicazione bidirezionale attraverso il quale stress psicologico, emozioni e stati mentali influenzano la motilità intestinale, la permeabilità della barriera e la composizione del microbiota, e viceversa. Alterazioni di questo asse possono favorire infiammazione, disturbi digestivi e squilibri metabolici. Lo stress deve essere gestito o in autonomia con le tecniche esistenti o se non possibile con l’aiuto di uno psicologo. [3–5]

2️⃣ Inquinamento ambientale (aria, acqua, ecc): va da sé che più riusciamo ad evitarlo meglio è. Questo fattore è rilevante per lo stress ossidativo. [12]

3️⃣ Alimentazione: qui possiamo fare molto

Punto importante:
L’alimentazione va strettamente correlata con l’età, l’attività svolta, le abitudini alimentari, lo stato di salute generale.

Cibi da evitare
Cibi industriali: possono contenere numerosi additivi. Alle dosi autorizzate, l’esposizione occasionale a un singolo additivo è generalmente considerata a basso rischio nella popolazione generale; maggiore prudenza può essere ragionevole quando l’esposizione è frequente, riguarda miscele di più additivi o interessa soggetti con vulnerabilità individuali. Per questo, senza trasformare ogni additivo in un rischio certo, è opportuno privilegiare alimenti poco processati e ridurre l’esposizione complessiva non necessaria [A]. [2,11]
Bevande industriali: generalmente contengono molti zuccheri/edulcoranti/additivi.
Molti prodotti senza glutine, soprattutto industriali, sono altamente processati e possono contenere numerosi additivi. Ciò non implica che tali prodotti siano di per sé pro-infiammatori, ma, quando non esiste una necessità medica di assumerli, può essere prudente limitarne il consumo e preferire alimenti naturalmente privi di glutine o meno processati, riducendo così l’esposizione complessiva ad additivi e ingredienti raffinati. [11]

Cibi da assumere con moderazione
Vino/birra: con moderazione
Alcolici: in casi saltuari (superalcolici : NO)
Caffè: con moderazione
Insaccati: con molta moderazione
Dolci: con moderazione. Se problemi con gli zuccheri (per peso o per glicemia) vanno assunti nelle dosi opportune per non avere problemi.
Formaggi: con molta moderazione e nella misura compatibile (riduzione/eliminazione se intolleranti al lattosio/proteina caseina; possibile sostituzione con prodotti senza lattosio)
Spezie: con moderazione
Grassi: meno trans (idrogenati) e, in misura minore, quelli saturi in eccesso più olio extravergine d’oliva (acido oleico)
Zuccheri raffinati: è opportuno limitarne l’assunzione, soprattutto quando contribuiscono a un surplus calorico, a frequenti escursioni glicemiche o si inseriscono in un quadro di sovrappeso, adiposità viscerale o insulino-resistenza. In questi contesti, ripetuti picchi di glucosio e insulina possono contribuire a un ambiente metabolico più favorevole ai processi pro-infiammatori. [11]
Glutine: con moderazione. Se possibile pasta integrale/semintegrale; pane: se possibile integrale di grano duro/farro. Il grano tenero contiene una componente del glutine molto difficile da digerire (33mer). Considerato il legame esistente tra la forza del glutine e la sua digeribilità vanno possibilmente privilegiati prodotti realizzati con grani che hanno un glutine meno tenace. Tra i “grani antichi” se ne possono trovare parecchi con questa caratteristica (in realtà anche tra grani moderni ci sono cultivar con glutine meno tenace: vengono usati per realizzare dolci ma non pane): andrebbero privilegiati. Chi è intollerante al glutine ma non celiaco considerato che questa intolleranza è “dose dipendente” può, con l’aiuto di un medico, cercare quale sia la soglia (quantità) che non dà problemi. Grani con glutine meno tenace favoriscono la possibilità di consumare prodotti con essi realizzati. Approfondimento: Differenza tra grani antichi e moderni (Pubblicato a parte)

Cibi da assumere in abbondanza:
Fibre (compatibilmente con eventuali problematiche a livello intestinale): 3-4 volte al giorno.
Frutta (compatibilmente con eventuali problemi con gli zuccheri, glicemia e/o peso).
Te verde: può rappresentare un utile componente di una dieta equilibrata. È ricco di catechine, in particolare EGCG, e diversi studi suggeriscono possibili effetti favorevoli su stress ossidativo, metabolismo e alcuni marker infiammatori; l’entità del beneficio nell’uomo varia tuttavia in funzione della dose, della durata dell’assunzione e delle caratteristiche individuali [D]. [19]

A parte va ricordato l’essenziale contributo dell’acqua al mantenimento di una corretta idratazione e delle normali funzioni fisiologiche, comprese la funzione renale, la circolazione e il trasporto dei soluti. Una disidratazione significativa può alterare diversi processi metabolici e fisiologici. Il sistema linfatico svolge un’importante funzione di drenaggio dei liquidi interstiziali e partecipa al trasporto di mediatori e cellule del sistema immunitario; attraverso queste funzioni contribuisce al mantenimento dell’omeostasi dei tessuti e ai processi di regolazione e risoluzione dell’infiammazione.
È quindi opportuno mantenere un’idratazione adeguata alle esigenze individuali, tenendo conto dell’età, dell’attività fisica, della temperatura ambientale e delle eventuali condizioni cliniche. Vedi: Il ruolo dell’acqua nella riduzione dell’infiammazione di basso grado

Da sottolineare, in sintesi, come la dieta mediterranea e, più in generale, modelli alimentari a carattere antinfiammatorio abbiano mostrato in numerosi studi e meta-analisi una riduzione di marcatori dell’infiammazione cronica di basso grado. Per la dieta mediterranea, le evidenze più recenti documentano in particolare riduzioni significative di hs-CRP e IL-6 [8–10].

4️⃣ Comportamenti nell’alimentazione
L’alimentazione poggia su due pilastri principali: quantità e qualità.
La quantità di cibo da assumere dovrebbe essere quella necessaria per le funzioni fisiologiche più quella necessaria per le attività svolte. Questo semplice principio ci aiuterebbe molto a mantenere un peso corretto e salutare. Proposito non facile per due semplici ragioni:
la prima è la “gola”, la seconda è che il meccanismo del “pieno/sazio” è posposto al pieno effettivo, cioè la sensazione di essere sazi non coincide con il riempimento reale dello stomaco, ma arriva dopo. Già 50 anni fa il medico di famiglia suggeriva di alzarsi da tavola con un leggero desiderio di altro cibo. La qualità: va da sé che più i cibi sono genuini e “puliti” (cioè privi di sostanze tossiche), meglio è.
Quanto segue deve inoltre considerarsi uno schema generale, perché, per quanto già detto, va “disegnato intorno al singolo individuo”.
A – Evitare il più possibile di assumere troppo cibo in un unico pasto
Lo stomaco dovrebbe essere messo in grado di lavorare (digerire) al meglio. È spesso preferibile mangiare più volte piuttosto che fare un unico pasto molto abbondante. Ottimo sarebbe: finire di mangiare e “non sentire lo stomaco” con la conseguenza di non avere “appannamenti” postprandiali. Approfondimento: Perché pasti più piccoli e distribuiti funzionano meglio. (Pubblicato a parte)
Il cibo non completamente digerito, nelle persone sane*, viene successivamente elaborato nell’intestino e poi espulso. Tuttavia, se il sistema gastrointestinale è compromesso o in stato di alterazione, il passaggio di substrati non adeguatamente digeriti all’intestino può favorire fermentazioni batteriche e risultare pro-infiammatorio. (https://glutenlight.eu/2025/06/12/cibo-non-digerito-e-infiammazione-intestinale/)
Non solo lo stomaco, ma anche e soprattutto l’intestino deve poter lavorare al meglio e continuare a digerire il cibo in modo da renderlo assimilabile. [B] [C]
*Qui il punto critico è: esiste ancora l’individuo realmente sano?
B – Evitare di mescolare cibi troppo differenti
Lo stomaco lavora in ambiente acido, dove la pepsina digerisce le proteine (ulteriormente digerite nell’intestino dalla tripsina e da altri enzimi). Gli zuccheri iniziano la digestione in bocca (ptialina) e vengono poi digeriti soprattutto nell’intestino (amilasi pancreatica). Qui è necessario fare alcune precisazioni: [13–16]
Carboidrati e proteine nello stomaco non creano generalmente problemi.
Un primo di pasta seguito da pesce, carne, formaggio e magari verdure, in quantità adatte alla propria capacità digestiva, non crea problemi.
Se il secondo è un cibo molto grasso, va considerato che la digestione gastrica rallenta e, in dipendenza della quantità, può rallentare lo svuotamento gastrico, con possibile passaggio all’intestino di cibo non completamente digerito. [13–16]
Diversa è la situazione se inseriamo nel pasto una porzione di dolce.
Qui ci troviamo di fronte a una quantità significativa di zuccheri semplici, non di carboidrati complessi (la pasta, ad esempio, è composta principalmente da amido, e solo una parte viene trasformata in zuccheri già nella bocca; quindi nello stomaco arriva soprattutto amido).
Gli zuccheri non vengono digeriti nello stomaco se non in misura trascurabile:
“The stomach has a highly acidic environment that prevents fermentation there; the undigested sugars travel to the small intestine and large intestine, where they are fermented by the gut bacteria.”
Il dolce a fine pasto (inteso come porzione moderata) non dà problemi a una persona sana (che oggi è relativamente rara), ma rende la digestione meno facile per molte persone, non solo per i possibili effetti intestinali successivi, ma anche per la sensazione di pesantezza che può comparire. [17,18]
Va precisato che non è un dogma: esistono persone che digeriscono praticamente tutto senza difficoltà — siamo tutti diversi.
L’età, inoltre, gioca un ruolo fondamentale. La persona anziana tende a stare meglio quanto più semplice è il pasto. Approfondimento: Zuccheri e proteine nella digestione dello stomaco (Pubblicato a parte)
Punto importante
In caso di patologie legate all’alimentazione è strettamente necessario l’intervento di uno specialista (dietologo o nutrizionista).

5️⃣ Comportamenti specifici :
Fare attività fisica anche solo moderatamente. [6,7]
Se in attività lavorativa, evitare per quanto possibile che questa determini uno stress persistente. Lo stress cronico va comunque gestito perché può contribuire, attraverso meccanismi neuroendocrini, immunitari e dell’asse intestino–cervello, al mantenimento di uno stato infiammatorio di basso grado. [3–5]
In presenza di sovrappeso, e soprattutto di eccesso di adiposità viscerale, è opportuno concordare con il proprio medico o con uno specialista un percorso realistico di riduzione del peso e di miglioramento della composizione corporea.
Se in periodo post attività lavorativa impegnarsi in attività che richiedano concentrazione e, se possibile, creatività. Realizzare progetti è altamente utile per mantenere in attività le funzioni cerebrali

6️⃣ Accertamenti:
Con il proprio medico definire gli accertamenti generali di routine necessari per un buon monitoraggio della propria salute oltre ad accertamenti specifici per eventuali patologie.

Sintesi Finale:

Dobbiamo costruire un modello di stile di vita personalizzato per la riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado.
In una persona sana, un pasto contenente proteine e zuccheri in quantità moderate non crea problemi. L’associazione diventa potenzialmente problematica quando gli zuccheri sono molto concentrati, soprattutto in forma liquida e in quantità elevate. In persone con apparato gastrointestinale sensibile o alterato, anche porzioni moderate (come un dolce a fine pasto) possono causare discomfort digestivo.

L’approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado si fonda sulle evidenze scientifiche disponibili, riportate nella sezione bibliografia.
Poiché molte ricerche mostrano associazioni significative senza dimostrare un rapporto causale assoluto, andrebbe adottato un principio di precauzione: ridurre o eliminare, ove possibile, i fattori potenzialmente dannosi, privilegiando scelte a basso rischio biologico.

Note finali
Nota [A]: Barriera intestinale e additivi. In determinati contesti sperimentali o clinici, alcuni componenti della dieta occidentale — tra cui eccesso di grassi saturi e sale, alcol e alcuni additivi degli alimenti ultra-processati — sono stati associati ad alterazioni della barriera intestinale o del microbiota. Per il glutine, gli effetti sulla permeabilità sono particolarmente rilevanti nella celiachia e in soggetti predisposti e non devono essere generalizzati automaticamente alle persone “sane”. E’ quindi preferibile parlare di fattori che “possono alterare” la barriera, in relazione alla dose, alla durata dell’esposizione e alla vulnerabilità individua. Anche lo stress può influire negativamente sulla barriera gastrointestinale, anche attraverso l’asse CRF–mastociti [2–5]

Possono invece esercitare effetti protettivi sulla barriera: la restrizione calorica o il digiuno, i prebiotici, i probiotici, il butirrato (SCFA), le vitamine D e A, i flavonoidi, gli acidi grassi polinsaturi omega-3, lo zinco, i mucoprotettori (tannato di gelatina e probiotici tindalizzati)

Nota [B]: Fermentazione e svuotamento gastrico. Una sosta prolungata del cibo nello stomaco può generare fermentazioni, soprattutto se il cibo rimane più a lungo del normale a causa della digestione lenta. Questo fenomeno può causare un accumulo di gas, gonfiore, tensione addominale ed eruttazioni. Le cause possono essere sia la lentezza nello svuotamento gastrico sia il consumo di determinati cibi. [13–16]

Come si manifestano i sintomi
Gonfiore e tensione addominale: La fermentazione produce gas che possono accumularsi, causando una sensazione di pienezza e distensione.
Eruttazioni frequenti: Il gas in eccesso può essere espulso attraverso l’eruttazione.
Flatulenza: Il gas può anche essere rilasciato sotto forma di flatulenza.
Senso di pienezza: Anche dopo aver mangiato poco, ci si può sentire sazi.
Cause comuni di una digestione lenta
Pasti abbondanti o consumati troppo in fretta: Masticare poco e ingoiare velocemente può rallentare il processo digestivo.
Dieta scorretta: Un’alimentazione ricca di zuccheri e carboidrati può favorire la fermentazione.
Malattie o disturbi: Alcune condizioni mediche possono rallentare lo svuotamento gastrico.

Nota [C]: Sintomatologia della cattiva digestione. Un panino ingurgitato in fretta e masticato male nella concitazione di una pausa pranzo troppo breve o trascorsa al telefono; un boccone di troppo per non avanzare quell’ottima pasta al forno che “quando mai ricapita di trovarne una così”; il dolce ordinato a fine pasto per gola, pur sentendosi già sazi; la bibita gassata ghiacciata o la granita, che “è davvero un piacere con il caldo che fa”. Il risultato che si ottiene è sempre lo stesso: una sensazione di pesantezza di stomaco difficile da tollerare e spesso accompagnata da dolore, acidità, bruciore di stomaco, gonfiore addominale, eruttazioni e tutti gli altri sintomi della cattiva digestione. La pesantezza di stomaco occasionale non è legata a particolari patologie o problemi di salute rilevanti, ma quasi sempre all’assunzione di cibi in eccesso e/o difficili da digerire, che impongono alla mucosa gastrica di secernere in poco tempo una quantità di succhi gastrici superiore alle proprie potenzialità e che chiedono a fegato, cistifellea e pancreas di liberare rapidamente enzimi per supportare la completa digestione e l’assorbimento dei grassi, delle proteine e dei carboidrati introdotti durante il pasto. [13–18]
Viceversa, se i disturbi della cattiva digestione tendono a ripresentarsi spesso o, addirittura, dopo ogni pasto anche non particolarmente abbondante, all’origine del malessere possono esserci:
la dispepsia funzionale (anche aggravata da ansia e stress)
la sindrome del colon irritabile o una malattia infiammatoria cronica intestinale
allergie o intolleranze nei confronti di particolari alimenti
alterazioni della funzionalità del fegato, ostruzioni delle vie biliari o, più raramente, pancreatite cronica.
Se invece, oltre a pesantezza, gonfiore addominale e lieve nausea, sono presenti anche (o prevalentemente) acidità, bruciore di stomaco, reflusso acido, crampi e dolori allo stomaco, è possibile che a causarli siano la gastrite, l’ulcera gastrica, l’ernia iatale o, in un’esigua minoranza di casi, un tumore allo stomaco.

Nota [D] Te verde.

1) Ricco di polifenoli antinfiammatori
Il tè verde contiene elevate quantità di catechine, in particolare l’EGCG (epigallocatechina gallato), uno dei più studiati antiossidanti naturali. [19]
Queste molecole contribuiscono a:
Inibire enzimi pro-infiammatori
Ridurre la produzione di citochine infiammatorie
Modulare positivamente la risposta del sistema immunitario
Risultato: minore attivazione dei processi che mantengono l’infiammazione nel tempo.
2) Forte azione antiossidante
L’infiammazione cronica è strettamente legata allo stress ossidativo (eccesso di radicali liberi).
Il tè verde contribuisce a:
Neutralizzare i radicali liberi
Proteggere le membrane cellulari
Preserva reil DNA dai danni ossidativi
Questo aiuta a interrompere il circolo vizioso tra ossidazione e infiammazione.
3) Influenza positiva sulle vie metaboliche
Il consumo regolare di tè verde è associato a: [19]
Migliore sensibilità all’insulina
Riduzione dei marker infiammatori nel sangue
Supporto al metabolismo dei grassi
Poiché obesità e infiammazione sono fortemente correlate, questo effetto è particolarmente importante.
4) Benefici sul microbiota intestinale
Il tè verde favorisce la crescita di batteri intestinali “buoni” e limita quelli potenzialmente dannosi.
Un microbiota equilibrato:
Riduce la permeabilità intestinale
Limita il passaggio di tossine nel sangue
Abbassa l’attivazione del sistema immunitario
Tutto ciò contribuisce a diminuire l’infiammazione sistemica.
❤️ 5) Protezione cardiovascolare
L’infiammazione cronica di basso grado è associata a un aumento del rischio cardiovascolare e può contribuire ai meccanismi aterosclerotici. [1]
Il tè verde:
Migliora la funzione endoteliale
Riduce l’ossidazione del colesterolo LDL
Aiuta a mantenere elastiche le arterie
Contribuendo a un ambiente vascolare meno infiammato.
☕ Quanto tè verde bere?
Negli studi e nelle indicazioni nutrizionali vengono frequentemente considerate quantità dell’ordine di 2–3 tazze al giorno; gli effetti possono tuttavia variare tra individui; meglio se senza zucchero e lontano dai pasti principali se si soffre di anemia (può ridurre l’assorbimento del ferro). [19]

Nota a fondo articolo 
Per alcuni fattori, come ad esempio gli additivi alimentari, numerosi studi suggeriscono un’associazione tra assunzione e possibili effetti negativi sulla salute. Tali risultati vanno tuttavia interpretati nel contesto delle modalità di ricerca utilizzate, che spesso includono studi osservazionali, modelli sperimentali o campioni numericamente limitati. Un risultato ottenuto nel modello animale non dimostra automaticamente che lo stesso effetto si verifichi nell’uomo; può tuttavia rappresentare un segnale biologico da non ignorare, soprattutto quando ridurre l’esposizione comporta un costo o un rischio minimo. Gli studi clinici di lungo periodo sull’uomo, in particolare per esposizioni croniche a singoli ingredienti o a miscele di additivi, sono spesso complessi, costosi e difficili da realizzare. Inoltre gli incentivi economici a finanziare grandi studi sono generalmente maggiori quando esiste un prodotto o un intervento da sviluppare rispetto a ricerche finalizzate semplicemente a stabilire se sia opportuno ridurre o evitare una sostanza già in commercio. In questo approccio tali evidenze sono pertanto considerate sufficienti per adottare un principio di cautela, pur in assenza di una dimostrazione causale definitiva. L’assenza di una prova definitiva di danno nell’uomo non va infatti confusa con la dimostrazione di innocuità assoluta.
Bibliografia essenziale
Infiammazione cronica di basso grado (ICBG) e rischio cardio-metabolico
[1] Low-grade inflammation as a risk factor for cardiovascular events and all-cause mortality in patients with type 2 diabetes — Sharif S, et al. (2021). Cardiovascular Diabetology. DOI: 10.1186/s12933-021-01409-0. (PubMed)
Dieta “occidentale”, permeabilità intestinale e disbiosi
[2] Western diet components that increase intestinal permeability with implications on health — Jaquez-Durán G, Arellano-Ortiz AL. (2024). Int J Vitam Nutr Res. DOI: 10.1024/0300-9831/a000801. (PubMed)
Stress → permeabilità intestinale (CRF, mastociti) e asse intestino-cervello
[3] Psychological stress and corticotropin-releasing hormone increase intestinal permeability in humans by a mast cell-dependent mechanism — Vanuytsel T, et al. (2014). Gut. DOI: 10.1136/gutjnl-2013-305690. (PubMed)
[4] CRF induces intestinal epithelial barrier injury via the release of mast cell proteases and TNF-α — Overman EL, et al. (2012). PLOS ONE. DOI: 10.1371/journal.pone.0039935. (Semantic Scholar)
[5] Role of corticotropin-releasing factor in gastrointestinal permeability (review/overview utile per collegare i pezzi) — Rodiño-Janeiro BK, et al. (2015). J Neurogastroenterology and Motility. DOI: 10.5056/jnm14084. (jnmjournal.org)
Attività fisica e riduzione dei marker infiammatori
[6] Effect of exercise training on C reactive protein: a systematic review and meta-analysis of randomised and non-randomised controlled trials — Fedewa MV, Hathaway ED, Ward-Ritacco CL. (2017). Br J Sports Med. DOI: 10.1136/bjsports-2016-095999. (PubMed)
[7] Effect of exercise training on chronic inflammation (review) — Beavers KM, Brinkley TE, Nicklas BJ. (2010). Aging and Disease (PMC). (Ottimo come quadro generale “stile di vita → infiammazione”). (PMC)
Dieta mediterranea e biomarcatori infiammatori
[8] Mediterranean Diet Reduces Inflammation in Adults: A Systematic Review and Meta-analysis of Randomized Controlled Trials — Keshani M, et al. (2025). Nutrition Reviews. DOI: 10.1093/nutrit/nuaf213. (OUP Academic)
[9] Reyneke GL, Lambert K, Beck EJ. Dietary Patterns Associated With Anti-inflammatory Effects: An Umbrella Review of Systematic Reviews and Meta-analyses. Nutrition Reviews. 2026;84(6):1167–1192. DOI: 10.1093/nutrit/nuaf104.
[10] Pourrajab B, Fotros D, Asghari P, Shidfar F. Effect of the Mediterranean diet supplemented with olive oil versus the low-fat diet on serum inflammatory and endothelial indexes among adults: a systematic review and meta-analysis of clinical controlled trials. Nutrition Reviews. 2025;83:e1421–e1440. DOI: 10.1093/nutrit/nuae166.
Alimenti ultra-processati e infiammazione (CRP/hs-CRP ecc.)
[11] Ultra-Processed Food Consumption and Systemic Inflammatory Biomarkers: A Scoping Review — Ciaffi J, et al. (2025). Nutrients. DOI: 10.3390/nu17183012. (PubMed)
Inquinamento, stress ossidativo e infiammazione sistemica
[12] Particulate air pollution, systemic oxidative stress, inflammation, and atherosclerosis — Araujo JA, Nel AE. (2010). Air Quality, Atmosphere & Health. DOI: 10.1007/s11869-010-0101-8. (PMC)
“Zuccheri + proteine”, ormoni intestinali e svuotamento gastrico
[13] Ghrelin, CCK, GLP-1, and PYY(3–36): Secretory Controls and Physiological Roles in Eating and Glycemia in Health, Obesity, and After RYGB — Steinert RE, Feinle-Bisset C, et al. (2017). Physiological Reviews. DOI: 10.1152/physrev.00031.2014. (Riviste di Fisiologia)
[14] Effects of a Protein Preload on Gastric Emptying, Glycemia, and Gut Hormones After a Carbohydrate Meal in Diet-Controlled Type 2 Diabetes — Ma J, Stevens JE, et al. (2009). Diabetes Care (PMC). (Studio sperimentale: proteine → ↑CCK/GLP-1 e rallentamento svuotamento). (PMC)
[15] Effects of GLP-1 and Its Analogs on Gastric Physiology in Diabetes Mellitus and Obesity — Maselli DB, Camilleri M. (2021). DOI: 10.1007/5584_2020_496. (Semantic Scholar)
[16] Evaluation of interactions between CCK and GLP-1 in their effects on appetite and gut function — Brennan IM, et al. (2005). Am J Physiol Regul Integr Comp Physiol. DOI: 10.1152/ajpregu.00732.2004. (Riviste di Fisiologia)
“Dessert stomach” e sazietà sensoriale specifica
[17] Sensory specific satiety in man — Rolls BJ, Rolls ET, Rowe EA, Sweeney K. (1981). Physiology & Behavior. DOI: 10.1016/0031-9384(81)90310-3. (PubMed)
[18] Sensory-specific satiety (review breve/classico) — Rolls BJ. (1986). Nutrition Reviews. DOI: 10.1111/j.1753-4887.1986.tb07593.x. (PubMed)
[19] Dehzad MJ, Ghalandari H, Nouri M, Makhtoomi M, Askarpour M. Effects of green tea supplementation on antioxidant status and inflammatory markers in adults: a GRADE-assessed systematic review and dose-response meta-analysis of randomised controlled trials. Journal of Nutritional Science. 2025;14:e25. DOI: 10.1017/jns.2025.13.
Dieta, microbiota e infiammazione – analisi della copertura mediatica italiana (2025–2026). (Pubblicato a parte)

Continua Approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado alla luce delle ricerche scientifiche del 2026

Potenziale genetico e condizioni di processo nella determinazione della forza del glutine, della digeribilità e dell’immunogenicità

by luciano

Premessa
Il glutine è il complesso proteico che si forma quando le proteine di riserva del frumento — principalmente gliadine e glutenine — vengono idratate e sottoposte a lavorazione meccanica. Durante questo processo esse si organizzano in una rete tridimensionale continua, responsabile delle proprietà viscoelastiche dell’impasto.
La forza del glutine non rappresenta una proprietà intrinseca e immutabile delle singole proteine del frumento, ma è una caratteristica emergente dell’organizzazione supramolecolare che si sviluppa quando le proteine di riserva vengono idratate e sottoposte a energia meccanica durante l’impasto (Shewry & Tatham, 1997; Wieser, 2023). La qualità del glutine è pertanto il risultato dell’interazione tra composizione molecolare di partenza e trasformazioni strutturali indotte dal processo.
Nel chicco, le gliadine sono costituite prevalentemente da proteine monomeriche stabilizzate da legami disolfuro intramolecolari, mentre le glutenine sono presenti anche in forma di polimeri stabilizzati da legami disolfuro intermolecolari, che costituiscono la base strutturale dell’elasticità del glutine (Shewry & Tatham, 1997; Wieser, 2023). I ponti disolfuro rappresentano dunque i principali cross-link covalenti responsabili della formazione di una rete proteica continua.
È fondamentale distinguere tra forza del singolo legame e capacità di formare una rete estesa di legami. Dal punto di vista chimico, l’energia di legame di un ponte disolfuro è sostanzialmente costante; le differenze tra varietà non derivano da legami “più forti”, bensì da variazioni nel numero, nella posizione e nell’accessibilità dei residui di cisteina, nonché dalla composizione in subunità di glutenina ad alto e basso peso molecolare (Wieser, 2023). Tali caratteristiche definiscono il potenziale genetico di cross-linking, ossia la predisposizione intrinseca delle proteine a partecipare alla formazione di legami intermolecolari.
L’esistenza e l’importanza strutturale dei ponti disolfuro nel glutine sono state confermate mediante identificazione diretta delle connessioni S–S attraverso spettrometria di massa, che ha consentito di mappare specifici legami intra- e intermolecolari nelle proteine del glutine (Lutz et al., 2012). Queste evidenze supportano l’idea che il network del glutine sia stabilizzato da una fitta rete di connessioni covalenti.
Durante l’impasto, il potenziale genetico viene convertito in struttura reale attraverso processi dinamici di rottura e riformazione dei legami disolfuro, principalmente tramite reazioni di scambio tiolo–disolfuro (Lagrain et al., 2010). Di conseguenza, la rete del glutine non coincide semplicemente con i polimeri presenti nel chicco, ma rappresenta una struttura riorganizzata che si sviluppa in funzione di idratazione, energia meccanica, temperatura e condizioni ossido-riduttive.
La composizione proteica influisce anche sull’architettura dei polimeri che si formano. È stato dimostrato che alcune gliadine contenenti un numero dispari di residui di cisteina possono essere incorporate nelle frazioni polimeriche e agire come elementi che limitano o modulano l’estensione delle catene (Vensel et al., 2014). Ciò evidenzia che la qualità del network dipende non solo dalla quantità di proteine polimeriche, ma anche dalla loro natura molecolare.
Parallelamente, studi classici hanno mostrato che i polimeri di glutenina subiscono fenomeni di depolimerizzazione e ripolimerizzazione durante la lavorazione dell’impasto, e che il contenuto di glutenin macropolymer (GMP) è strettamente correlato alla forza dell’impasto e del glutine (Weegels et al., 1996). Questo comportamento dinamico sottolinea il ruolo determinante delle condizioni di processo nel modulare l’espressione del potenziale genetico.

Implicazioni strutturali sulla digeribilità
La forza del glutine e la struttura del network proteico non influenzano soltanto le proprietà reologiche dell’impasto, ma anche l’accessibilità delle proteine e degli amidi agli enzimi digestivi. Studi recenti mostrano che glutini caratterizzati da una rete più compatta ed estesa sono associati a una minore velocità di digestione dell’amido e a una differente cinetica di degradazione proteica, suggerendo che la matrice del glutine funzioni come barriera fisica all’azione enzimatica (Zou et al., 2022).
A livello molecolare, le proteine del glutine sono ricche di prolina e glutammina, una composizione che conferisce intrinseca resistenza alle principali proteasi gastrointestinali. Di conseguenza, la digestione del glutine porta frequentemente alla formazione di peptidi relativamente lunghi e difficilmente degradabili (Di Stasio et al., 2025).
Tra questi, frammenti derivati dalle α-gliadine — come il noto peptide 33-mer — mostrano un’elevata resistenza alla proteolisi e contengono epitopi riconosciuti dal sistema immunitario nei soggetti affetti da celiachia (Hernández-Figueroa et al., 2025). La probabilità di formazione e persistenza di tali peptidi è influenzata sia dal genotipo del frumento sia dall’organizzazione strutturale del glutine.

Ruolo del processo nella modulazione dei peptidi
Le condizioni di processo, in particolare la fermentazione, possono modificare significativamente la struttura del glutine e il profilo dei peptidi generati durante la digestione. La fermentazione con lievito madre, grazie all’attività combinata di enzimi endogeni della farina e proteasi microbiche, è in grado di parzialmente idrolizzare le proteine del glutine e alterare la distribuzione dei peptidi immunogenici rilasciati (Ogilvie et al., 2021).
Analisi peptidomiche su pani sottoposti a digestione in vitro mostrano una notevole diversità di peptidi, correlata al genotipo del grano, alle condizioni agronomiche e alle tecnologie di trasformazione (Lavoignat et al., 2024). Ciò conferma che il profilo peptidico finale non è determinato esclusivamente dalla sequenza proteica, ma anche dall’architettura del network e dalla sua storia di processo.
L’utilizzo di protocolli di digestione semi-dinamici standardizzati (come INFOGEST) consente di simulare in modo realistico le fasi orale, gastrica e intestinale, permettendo di quantificare la formazione di peptidi resistenti e potenzialmente tossici (Freitas et al., 2022). Tecniche avanzate di cromatografia liquida accoppiata a spettrometria di massa consentono la quantificazione assoluta di tali frammenti e la valutazione comparativa di varietà e processi.
In parallelo, l’impiego di enzimi supplementari o di microrganismi selezionati è stato esplorato come strategia per incrementare la degradazione dei peptidi di glutine particolarmente resistenti, dimostrando che interventi mirati possono ridurre significativamente la concentrazione di frammenti problematici (Dunaevsky et al., 2021).

Visione integrata
Nel loro insieme, queste evidenze conducono a una visione integrata:
La composizione molecolare di partenza definisce il limite superiore della connettività possibile del glutine.
Il processo di impasto e fermentazione determina quanto di questo potenziale viene effettivamente espresso.
La struttura risultante del network influenza non solo la forza tecnologica, ma anche la digeribilità e il profilo dei peptidi rilasciati.

In sintesi:
✔ Conta soprattutto la rete che si forma nel glutine
✔ Ma questa rete è limitata da ciò che esiste all’origine
✔ E la rete risultante condiziona anche il destino digestivo delle proteine

Approfondimenti tematici 

Cibo Non Digerito → Infiammazione Intestinale di Basso Grado → Aumento della Permeabilità Intestinale

by luciano

(articolo correlato n. 3 di Sindrome dell’intestino irritabile (IBS) e permeabilità intestinale)

Introduzione

La letteratura scientifica più recente suggerisce che la presenza di cibo non completamente digerito nel lume intestinale possa contribuire, in specifici contesti, a processi di infiammazione cronica di basso grado e a un aumento della permeabilità intestinale.
Questa relazione emerge in modo particolare dalla review di Riccio e Rossano (2019), che propone come residui alimentari indigeriti e microbiota intestinale possano cooperare nella patogenesi di condizioni infiammatorie sistemiche, incluse quelle a possibile espressione neurologica. In tale modello, la perdita di integrità della barriera intestinale consente il passaggio di molecole luminali – frammenti di cibo, peptidi, endotossine e componenti microbiche – verso il compartimento interno, favorendo l’attivazione immunitaria.
In questa prospettiva, la digestione non rappresenta soltanto un processo nutrizionale, ma anche un meccanismo di difesa biologica.

Il concetto di “non-self” alimentare
Il cibo, prima di essere completamente digerito, mantiene una identità biologica distinta dall’organismo ospite.
Secondo Riccio e Rossano:
Il cibo integro o parzialmente digerito è biologicamente percepito come “non-self”
Solo dopo la completa scomposizione in molecole semplici (aminoacidi, monosaccaridi, acidi grassi) esso diventa “self”
La barriera intestinale ha quindi il compito cruciale di impedire il passaggio sistemico di materiale ancora strutturalmente complesso.
Quando questo sistema di contenimento si indebolisce, frammenti alimentari parzialmente digeriti possono attraversare l’epitelio e contribuire a:
Infiammazione intestinale
Attivazione immunitaria cronica
Alterazioni del microbiota
Potenziali effetti sistemici

Digestione gastrica come primo livello di protezione
La digestione gastrica costituisce il primo grande filtro contro il carico antigenico alimentare.
1. Frammentazione proteica
L’ambiente acido dello stomaco:
Denatura le proteine
Attiva la pepsina
Produce peptidi più piccoli e gestibili
Quanto più la proteina viene idrolizzata precocemente, tanto minore sarà la quantità di frammenti complessi che raggiungono l’intestino tenue.
Questo è rilevante perché:
Le macromolecole proteiche sono più immunogeniche
I peptidi di grandi dimensioni possono interagire con la mucosa
Un eccesso di residui proteici aumenta il carico digestivo intestinale
2. Supporto alla cascata enzimatica
Una corretta acidità gastrica favorisce l’attivazione efficiente delle proteasi pancreatiche (tripsina, chimotripsina, elastasi, carboxipeptidasi).
Se la digestione gastrica è inefficiente:
L’attività enzimatica a valle risulta ridotta
Aumenta la probabilità di residui proteici non completamente degradati
Lo stomaco agisce quindi come filtro meccanico e chimico che riduce l’esposizione della mucosa intestinale a molecole potenzialmente immunogeniche.

Digestione incompleta e permeabilità intestinale
Quando quantità maggiori di peptidi complessi raggiungono l’intestino:
Aumenta l’interazione con l’epitelio
In presenza di barriera indebolita, cresce la probabilità di traslocazione
Si favorisce l’attivazione immunitaria locale
Nei modelli di “leaky gut”, ciò è associato a:
Alterazione delle tight junctions
Aumento della permeabilità paracellulare
Passaggio di peptidi, endotossine e antigeni
Ne consegue un possibile circolo vizioso:
Digestione inefficiente → maggiore carico antigenico → stress mucosale → permeabilità ↑ → infiammazione ↑

Il caso particolare del glutine
Il glutine rappresenta un esempio ben studiato di proteina alimentare parzialmente digeribile.
Le review di Cenni et al. (2023) e altri studi mostrano che:
Il glutine è ricco di prolina e glutammina
La digestione umana genera peptidi resistenti
Alcuni di questi peptidi possono alterare le tight junctions tramite zonulina
In soggetti predisposti (celiachia, sensibilità al glutine non celiaca):
I peptidi di glutine aumentano la permeabilità intestinale
Facilitano la traslocazione batterica
Attivano risposte immunitarie mucosali
È importante sottolineare che:
L’apparato digerente umano possiede proteasi capaci di degradare molti peptidi del glutine
Tuttavia, alcuni frammenti altamente immunogenici possono persistere
Pertanto, il glutine non è universalmente patologico, ma può diventare clinicamente rilevante in contesti di vulnerabilità.