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Immunogenicità e resistenza alla digestione nel glutine (e perché non coincidono sempre)

by luciano

(approfondimento 6 di Potenziale genetico e condizioni di processo nella determinazione della forza del glutine, della digeribilità e dell’immunogenicità)

Nel glutine (soprattutto gliadine e, in parte, glutenine) esiste una forte sovrapposizione tra:

  • resistenza alla digestione gastrointestinale

  • potenziale immunogenico (soprattutto nella celiachia)

ma i due concetti non sono equivalenti: la resistenza è spesso una condizione favorente, mentre l’immunogenicità richiede anche specifiche regole di riconoscimento immunologico.

1) Perché molte sequenze immunogeniche sono anche resistenti

Le regioni più “problematiche” del glutine sono ricche di prolina (P) e glutammina (Q). Questo profilo:

  • ostacola il taglio da parte delle principali proteasi umane (pepsina, tripsina, chimotripsina), che hanno bassa capacità di scindere vicino alla prolina;

  • favorisce la persistenza di oligopeptidi lunghi (10–30+ aa) nel lume intestinale.

Questo punto è descritto bene in review e studi sperimentali sulla digestione del glutine e sulla persistenza di peptidi come il 33-mer. (Cambridge University Press & Assessment)

2) Perché la resistenza aumenta la probabilità di “rimanere immunogenici” dopo digestione

Un peptide che resiste:

  • resta abbastanza lungo da contenere epitopi completi (o più epitopi sovrapposti);

  • può generare, con tagli parziali, sotto-frammenti che conservano ancora sequenze riconoscibili.

In altre parole: non è solo “sopravvivere” alla digestione, ma sopravvivere mantenendo motivi di sequenza compatibili con la presentazione immunitaria.

Studi di peptidomica/digestione in vitro su prodotti di frumento mostrano che il profilo di peptidi residui include spesso regioni note per epitope-densità e resistenza. (ScienceDirect)

3) Cosa rende un peptide davvero immunogenico (oltre alla resistenza)

Per innescare la risposta T nella celiachia, un peptide deve:

  1. essere presentabile da HLA-DQ2/DQ8 (vincoli di sequenza e “ancore”);

  2. spesso diventare più affine tramite deamidazione da parte della transglutaminasi tissutale (TG2) (conversione di Q→E in contesti specifici);

  3. essere riconosciuto da T-cellule specifiche.

Quindi è possibile avere peptidi molto resistenti che però:

  • non legano bene HLA-DQ2/DQ8,

  • non sono buoni substrati per TG2,

  • e/o non corrispondono a epitopi T noti.

Un riferimento classico sulla presentazione HLA-DQ2 di peptidi del glutine è disponibile su PNAS. (pnas.org)

4) Esempio concreto: peptide resistente ma non immunogenico

Un esempio molto utile (anche se ingegnerizzato) è descritto da Bethune et al.: gli autori hanno creato analoghi del 33-mer in cui alcune glutammine chiave sono sostituite (es. NNN-33-mer e HHH-33-mer). Questi analoghi:

  • restano resistenti alla digestione simulata (pepsina e anche digestione duodenale con proteasi pancreatiche/brush border),

  • ma non sono apprezzabilmente riconosciuti da TG2, HLA-DQ2 o T-cellule specifiche della celiachia.

Questo dimostra sperimentalmente che resistenza alla digestione ≠ immunogenicità, anche quando la lunghezza e la “prolina-ricchezza” restano simili. (PMC)

Nota: è un esempio “pulito” perché mantiene la caratteristica di resistenza ma spezza (con modifiche mirate) i requisiti immunologici di riconoscimento.

5) Sintesi

Le sequenze immunogeniche del glutine tendono a essere sovrarappresentate tra i frammenti resistenti alla digestione, perché la resistenza consente la persistenza di peptidi sufficientemente lunghi e ricchi di epitopi; tuttavia l’immunogenicità richiede anche compatibilità con la presentazione HLA-DQ2/DQ8 e spesso la modificazione (deamidazione) mediata da TG2.

Approfondimento

Finora non è stata esplorata in modo sistematico e profondo la variabilità genetica e tecnologica di tutto il pool di frammenti resistenti alla digestione, perché la maggior parte degli studi si concentra sui peptidi immunogenici noti piuttosto che sul repertorio completo dei frammenti proteolisi-resistenti in relazione a genotipo/processo. (Frontiers)

Peptidi residui del grano dopo digestione in vitro completa: tipologia, quantità, immunogenicità (e perché conta la diversità dei grani)

by luciano

(approfondimento 5 di Potenziale genetico e condizioni di processo nella determinazione della forza del glutine, della digeribilità e dell’immunogenicità)

Digestione gastro-intestinale simulata e residui di glutine

Gli studi sotto riportati mostrano che, dopo digestione gastro-intestinale simulata, non rimane un “unico residuo di glutine”, ma un profilo (“fingerprint”) di peptidi che varia in funzione di:

1 – specie/genotipo (diversità dei grani),
2 – matrice alimentare (farina/pane, ecc.),
3 – processo (fermentazione, lievitazione, cottura),
4 – condizioni di digestione (protocollo e cinetica),
5 – e del tipo/abbondanza di epitopi (celiachia/allergia).
Questo permette davvero di farsi “un quadro” su come la diversità del frumento influenzi digestione e potenziale immuno-rilevante.

Studi chiave (con risultati “nel merito”)

Nota pratica: lo studio Ogilvie 2020 è spesso usato come “strumento” per mettere numeri (quantità) ai marker peptidici, mentre Lavoignat 2024 e Boukid 2019 sono più “atlanti” peptidomici (qualità/tipologia + epitopi). Di Stasio 2020 e Gianfrani 2015 sono ottimi per la parte “diversità dei grani → diversa digeribilità/immunogenicità”.

Cornice metodologica (per dire “digestione completa” in modo standard)
Lavori usano/si ispirano al protocollo INFOGEST (standard internazionale), che rende comparabili i risultati tra studi:
1 – A standardised static in vitro digestion method suitable for food — an international consensus (Minekus M. et al., 2014, Food & Function) — DOI: 10.1039/C3FO60702J (RSC Publishing)
2 – INFOGEST static in vitro simulation of gastrointestinal food digestion (Brodkorb A. et al., 2019, Nature Protocols) — DOI: 10.1038/s41596-018-0119-1 (eprints.whiterose.ac.uk)
Messaggio conclusivo da aggiungere
La risposta all’esposizione al glutine non dipende da un singolo fattore (es. “forza del glutine” o “grano antico vs moderno”), ma dalla combinazione di genotipo/specie, matrice e processo tecnologico, e soprattutto dal profilo finale di peptidi residui dopo digestione: quali peptidi (tipologia), quanti (abbondanza/marker), e quanto sono immuno-rilevanti (epitopi).

Gli studi peptidomici e quelli di quantificazione mirata mostrano infatti che cambiano sia la composizione sia il pattern di rilascio dei peptidi in funzione del grano e del processo. (ScienceDirect)