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Idrolisi del glutine, fermentazione degli impasti e digeribilità

by luciano

(Ruolo di lieviti, enzimi, batteri lattici e microbiota intestinale)

Indice generale

  1. Struttura del glutine

  2. Cos’è l’idrolisi del glutine

  3. Il ruolo del lievito di birra

  4. Enzimi naturalmente presenti nella farina

  5. Processi biochimici nell’impasto

  6. Fermentazione breve (4 ore) con lievito di birra

  7. Fermentazione prolungata (12 ore) con lievito di birra

  8. Perché la pasta madre è diversa

  9. Microbiologia della pasta madre

  10. Effetti della fermentazione lattica

  11. Degradazione dei peptidi immunogenici del glutine

  12. Riduzione dei FODMAP

  13. Ruolo della temperatura nella fermentazione

  14. Ruolo dell’idratazione dell’impasto

  15. Differenza tra lievitazione e maturazione

  16. Perché troppa idrolisi peggiora la struttura

  17. Il ruolo della forza della farina (W)

  18. Quanto glutine viene realmente idrolizzato negli studi

  19. Digestione umana del glutine

  20. Digeribilità reale e sensazione di leggerezza

  21. Il mito delle maturazioni di 48–72 ore

  22. Perché alcune pizze causano gonfiore

  23. Ruolo del microbiota intestinale

  24. Glutine o fruttani: cosa causa i sintomi

  25. Riduzione dei FODMAP con pasta madre

  26. Variabilità individuale nella digestione

  27. Schema generale dei processi biochimici dell’impasto

  28. Reazioni chimiche principali durante la fermentazione

  29. Evoluzione della struttura dell’impasto durante la fermentazione

  30. Percentuali di degradazione del glutine negli studi sperimentali

  31. Conclusioni generali

  32. Bibliografia

1. Struttura del glutine [1][3]

Il glutine è un complesso proteico presente nel frumento che si forma quando la farina viene idratata e sottoposta a impastamento. Le principali proteine coinvolte sono le gliadine e le glutenine, che appartengono alla classe delle prolamine di riserva del grano.

Le gliadine sono proteine monomeriche solubili in soluzioni idroalcoliche e sono principalmente responsabili della viscosità ed estensibilità dell’impasto.

Le glutenine, invece, sono proteine polimeriche costituite da subunità ad alto e basso peso molecolare (HMW-GS e LMW-GS) unite tra loro mediante legami disolfuro. Queste proteine conferiscono all’impasto elasticità e resistenza.

Durante l’impasto, le interazioni tra gliadine e glutenine portano alla formazione di una rete proteica tridimensionale viscoelastica, in grado di trattenere i gas prodotti durante la fermentazione e responsabile della struttura dei prodotti da forno [1].

Un ruolo fondamentale nella struttura del glutine è svolto dalle GMP (Glutenin Macropolymer), grandi aggregati di glutenine ad alto peso molecolare che costituiscono la frazione insolubile del glutine. Le GMP rappresentano l’ossatura strutturale della rete glutinica e sono fortemente correlate con la forza della farina, la tenacità dell’impasto e la qualità panificatoria [3].

La stabilità della rete glutinica dipende principalmente da diverse interazioni intermolecolari, tra cui:

  • legami disolfuro tra le subunità delle glutenine

  • legami idrogeno tra gruppi polari delle proteine

  • interazioni idrofobiche tra regioni non polari delle catene proteiche.

2. Cos’è l’idrolisi del glutine [2]

L’idrolisi consiste nella scissione dei legami peptidici delle proteine con formazione di peptidi di dimensioni più piccole.

Nel caso del glutine, il processo è catalizzato da enzimi proteolitici (proteasi), che utilizzano una molecola di acqua per rompere il legame peptidico della catena proteica.

In termini generali, la reazione può essere schematizzata come:

proteina + H₂O —(proteasi)→ peptidi più piccoli

L’idrolisi modifica la struttura della rete glutinica e le proprietà reologiche dell’impasto. In particolare:

Quando l’idrolisi è moderata:

  • aumenta l’estensibilità dell’impasto

  • migliora la lavorabilità

Quando l’idrolisi è eccessiva:

  • indebolisce la rete glutinica

  • riduce la capacità di trattenere i gas di fermentazione [2].

3. Il ruolo del lievito di birra [4]

Il Saccharomyces cerevisiae è responsabile della fermentazione alcolica.

Reazione metabolica: glucosio → CO₂ + etanolo.

Effetti:

  • crescita dell’impasto

  • sviluppo aromatico.

Il lievito produce quantità limitate di proteasi e quindi non contribuisce significativamente alla degradazione del glutine [4].

4. Enzimi naturalmente presenti nella farina [4][5]

La farina contiene diversi enzimi endogeni che svolgono un ruolo fondamentale nelle trasformazioni biochimiche che avvengono durante l’impasto e la fermentazione. Questi enzimi contribuiscono alla degradazione controllata delle principali macromolecole della farina, in particolare amidi e proteine.

Tra gli enzimi più importanti si trovano le amilasi, che catalizzano la degradazione dell’amido. In particolare, l’amido viene progressivamente idrolizzato secondo la sequenza:

amido → maltosio → glucosio

Gli zuccheri semplici prodotti rappresentano una fonte di energia per i lieviti, che li utilizzano nel metabolismo fermentativo per produrre anidride carbonica (CO₂) ed altri metaboliti coinvolti nello sviluppo dell’impasto [4].

Un altro gruppo di enzimi importanti è rappresentato dalle proteasi, che agiscono sulle proteine del glutine. Questi enzimi idrolizzano progressivamente le catene proteiche secondo il processo:

glutine → polipeptidi → peptidi

Questa degradazione parziale delle proteine modifica la struttura della rete glutinica, rendendo l’impasto più estensibile e lavorabile.

Nel loro insieme, le reazioni catalizzate da amilasi e proteasi contribuiscono ai processi di maturazione enzimatica dell’impasto, che influenzano la struttura, la fermentabilità e le caratteristiche finali del prodotto da forno [5].

5. Processi biochimici nell’impasto [4][5]

Quando farina e acqua vengono mescolate, si attivano una serie di processi fisici, chimici e microbiologici che determinano l’evoluzione dell’impasto nel tempo. In particolare, si attivano tre principali sistemi interconnessi:

  1. formazione della rete glutinica

  2. attività enzimatica della farina

  3. fermentazione microbica

L’idratazione della farina permette alle proteine del glutine (gliadine e glutenine) di assorbire acqua e di interagire tra loro, formando progressivamente una rete proteica tridimensionale che conferisce all’impasto elasticità ed estensibilità.

Parallelamente si attivano gli enzimi naturalmente presenti nella farina, come amilasi e proteasi, che iniziano a degradare rispettivamente amidi e proteine, contribuendo ai processi di maturazione dell’impasto.

Infine, i lieviti e gli eventuali batteri lattici presenti nell’impasto metabolizzano gli zuccheri disponibili producendo anidride carbonica (CO₂) e altri metaboliti, responsabili dell’aumento di volume dell’impasto e dello sviluppo di composti aromatici.

In condizioni normali, i processi nell’impasto seguono una sequenza tipica:

  1. idratazione delle proteine e formazione iniziale della rete glutinica

  2. attività delle amilasi, con degradazione dell’amido e produzione di zuccheri fermentescibili

  3. fermentazione dei lieviti, con produzione di CO₂

  4. maturazione enzimatica, che modifica progressivamente la struttura di amidi e proteine.

Questi processi avvengono in modo simultaneo e interdipendente, influenzando la struttura dell’impasto, la sua lavorabilità e le caratteristiche del prodotto finale.

6. Fermentazione breve (circa 4 ore) [6]

Durante una fermentazione breve, come nei processi di panificazione con tempi ridotti, l’attività predominante è quella dei lieviti, che metabolizzano gli zuccheri disponibili producendo anidride carbonica (CO₂) ed etanolo. La CO₂ rimane intrappolata nella rete glutinica e provoca l’aumento di volume dell’impasto.

In queste condizioni il tempo a disposizione per i processi di maturazione enzimatica è limitato. Di conseguenza, gli enzimi presenti nella farina, in particolare le proteasi, hanno poco tempo per agire sulle proteine del glutine.

Il risultato è che:

  • l’idrolisi delle proteine del glutine rimane molto limitata

  • la struttura della rete glutinica subisce poche modificazioni

  • l’impasto mantiene una struttura proteica relativamente compatta e poco modificata [6].

7. Fermentazione prolungata (circa 12 ore) [5]

Durante fermentazioni più lunghe, l’impasto rimane per un tempo maggiore sotto l’azione combinata di enzimi e microrganismi, permettendo lo sviluppo più completo dei processi di maturazione. In particolare, le proteasi presenti nella farina iniziano a idrolizzare alcune catene delle proteine del glutine, rompendo parzialmente i legami peptidici. Questo processo porta a una riduzione della rigidità della rete glutinica e rende l’impasto più estensibile e lavorabile.

Contemporaneamente, le amilasi continuano a degradare l’amido producendo zuccheri più semplici, che possono essere utilizzati dai lieviti nel processo fermentativo. Durante la fermentazione si osserva inoltre una leggera diminuzione del pH dell’impasto, dovuta alla produzione di acidi organici da parte dei microrganismi. Questo abbassamento del pH può favorire l’attività di alcuni enzimi, contribuendo ulteriormente ai processi di maturazione enzimatica dell’impasto [5].

8. Perché la pasta madre è diversa [5][8]

La pasta madre contiene:

  • lieviti

  • batteri lattici.

I batteri lattici producono:

  • acido lattico

  • acido acetico.

Questa acidificazione aumenta l’attività delle proteasi e la degradazione del glutine [5].

Alcuni batteri lattici possiedono sistemi proteolitici complessi, comprendenti enzimi come prolil endopeptidasi ed endopeptidasi specifiche per residui di prolina, che sono in grado di degradare ulteriormente i peptidi ricchi in prolina, inclusi alcuni frammenti immunogenici del glutine.

Tra i microrganismi maggiormente studiati per questa attività si trovano specie appartenenti ai generi Lactobacillus, Lactiplantibacillus e Lacticaseibacillus, tra cui:

  • Lactobacillus sanfranciscensis

  • Lactobacillus plantarum (oggi Lactiplantibacillus plantarum)

  • Lactobacillus brevis

  • Lactobacillus helveticus

  • Lactobacillus paracasei

Questi microrganismi, spesso presenti nei lieviti madre, possiedono sistemi proteolitici in grado di idrolizzare peptidi ricchi in prolina e contribuire alla degradazione di sequenze immunogeniche della gliadina, inclusi frammenti derivati dal peptide 33-mer, riducendone il potenziale immunogenico [8].

9. Microbiologia della pasta madre [7]

La pasta madre ospita una comunità microbica complessa e relativamente stabile, composta principalmente da lieviti e batteri lattici, che convivono in un sistema di fermentazione naturale. L’equilibrio tra questi microrganismi dipende da diversi fattori, tra cui tipo di farina, idratazione dell’impasto, temperatura e modalità di rinfresco.

Tra i lieviti più frequentemente associati alla pasta madre si trovano:

  • Saccharomyces cerevisiae

  • Candida milleri (oggi spesso classificata come Kazachstania humilis)

Questi microrganismi sono responsabili principalmente della produzione di anidride carbonica (CO₂) attraverso la fermentazione degli zuccheri, contribuendo all’aumento di volume dell’impasto.

Accanto ai lieviti, la pasta madre contiene numerosi batteri lattici, tra cui:

  • Lactobacillus sanfranciscensis

  • Lactobacillus plantarum

  • Lactobacillus brevis

I batteri lattici metabolizzano gli zuccheri producendo acido lattico e acido acetico, contribuendo allo sviluppo dell’acidità dell’impasto e alla formazione di composti aromatici caratteristici della fermentazione naturale [7].

10. Effetti della fermentazione lattica [5][7]

La fermentazione lattica svolge un ruolo importante nell’evoluzione biochimica dell’impasto durante la fermentazione con pasta madre.

Uno degli effetti principali è la progressiva acidificazione dell’impasto, dovuta alla produzione di acido lattico e acido acetico da parte dei batteri lattici. La diminuzione del pH influenza diversi processi biochimici e tecnologici. In particolare, l’acidificazione può favorire una maggiore attività di alcuni enzimi presenti nella farina, come amilasi e proteasi, contribuendo ai processi di maturazione enzimatica dell’impasto. Inoltre, la presenza di batteri lattici e dei loro sistemi proteolitici può portare a una maggiore degradazione delle proteine, inclusa una parziale idrolisi delle proteine del glutine. Questo processo può modificare la struttura della rete proteica, rendendo l’impasto più estensibile e lavorabile. Nel complesso, la fermentazione lattica contribuisce non solo allo sviluppo dell’acidità, ma anche alla formazione di aromi, alla modifica della struttura dell’impasto e alle caratteristiche finali del prodotto da forno.

11. Degradazione dei peptidi immunogenici [8]

Durante la digestione gastrointestinale, le proteine del glutine vengono parzialmente idrolizzate da enzimi digestivi come pepsina, tripsina e chimotripsina. Tuttavia, a causa dell’elevato contenuto di prolina e glutammina, alcune sequenze peptidiche risultano particolarmente resistenti alla degradazione enzimatica.

Questa resistenza alla digestione è dovuta in gran parte all’elevato contenuto di residui di prolina nelle proteine del glutine, che rende molti legami peptidici poco accessibili agli enzimi digestivi umani.

Tra questi frammenti, alcuni peptidi sono immunogenici, cioè in grado di attivare la risposta immunitaria nei soggetti affetti da celiachia. Uno dei più studiati è il peptide 33-mer derivato dalla α-gliadina, noto per la sua elevata resistenza alla digestione e per la presenza di diversi epitopi riconosciuti dal sistema immunitario. La sua resistenza deriva dall’elevato contenuto di prolina e glutammina, che rende il peptide poco suscettibile agli enzimi digestivi umani.

Oltre ai peptidi immunogenici, durante la digestione del glutine si formano anche peptidi resistenti ma non immunogenici, che non sono in grado di attivare la risposta immunitaria tipica della celiachia. Questi frammenti derivano dalla degradazione parziale delle proteine del glutine e possono persistere nel tratto gastrointestinale.

In individui con alterazioni della funzionalità gastrointestinale, come nel caso di una barriera intestinale compromessa o di disbiosi del microbiota, tali peptidi possono contribuire a effetti biologici indesiderati. In particolare, alcuni studi suggeriscono che essi possano interagire con il microbiota intestinale, influenzare la permeabilità della barriera epiteliale e modulare, seppur indirettamente, alcune risposte immunitarie locali.

Anche i peptidi indigeriti non immunogenici possono persistere nel lume intestinale e partecipare ai processi di fermentazione microbica o interagire con il microbiota. Pur non attivando la risposta immunitaria tipica della celiachia, la loro presenza può contribuire, in soggetti predisposti, alla comparsa di sintomi gastrointestinali o a una sensazione di ridotta digeribilità.

12. Riduzione dei FODMAP e modificazione di altri composti del grano [9]

Il grano contiene fruttani, carboidrati appartenenti alla categoria dei FODMAP (Fermentable Oligo-, Di-, Monosaccharides and Polyols). Questi composti possono essere scarsamente digeriti nell’intestino tenue e fermentati dal microbiota intestinale, causando sintomi gastrointestinali in individui sensibili. Durante la fermentazione lattica, alcuni microrganismi sono in grado di metabolizzare i fruttani attraverso enzimi come le fruttanasi, convertendoli in zuccheri più semplici che vengono successivamente trasformati in acidi organici (principalmente acido lattico e acido acetico):

fruttani → zuccheri semplici → acidi organici

Questo processo può portare a una riduzione significativa del contenuto di FODMAP nel pane, in particolare nei prodotti ottenuti con fermentazioni prolungate, come nel caso del lievito madre [9].

Oltre ai fruttani, il grano contiene anche le ATI (Amylase–Trypsin Inhibitors), un gruppo di proteine coinvolte nei meccanismi di difesa della pianta. Alcuni studi suggeriscono che i processi di fermentazione, in particolare quelli mediati da batteri lattici, possano ridurre o modificare parzialmente queste proteine, contribuendo potenzialmente a una migliore tollerabilità del prodotto finale [5].

13. Ruolo della temperatura [4]

La temperatura è uno dei fattori principali che influenzano la velocità e l’equilibrio dei processi che avvengono nell’impasto, in particolare fermentazione microbica e attività enzimatica.

A temperature più elevate, l’attività metabolica dei lieviti e dei batteri aumenta, determinando una fermentazione più rapida e una produzione più veloce di CO₂. Tuttavia, una fermentazione troppo veloce può ridurre il tempo disponibile per i processi di maturazione enzimatica, con una minore degradazione di amidi e proteine.

Al contrario, a temperature più basse la fermentazione avviene più lentamente. Questo rallentamento dell’attività microbica permette agli enzimi presenti nella farina (come amilasi e proteasi) di agire più a lungo sull’impasto, favorendo una maggiore maturazione enzimatica.

Di conseguenza:

  • temperature alte → fermentazione veloce e tempi più brevi di lavorazione;

  • temperature basse → fermentazione più lenta e maggiore sviluppo dei processi di maturazione.

Per questo motivo, nelle tecniche di panificazione moderna si utilizzano spesso fermentazioni controllate a bassa temperatura, che permettono di gestire meglio i tempi di produzione e di favorire lo sviluppo di struttura, aromi e caratteristiche reologiche dell’impasto.

14. Ruolo dell’idratazione [5]

L’idratazione dell’impasto, cioè la quantità di acqua presente rispetto alla farina, rappresenta un fattore fondamentale nei processi che avvengono durante l’impasto e la fermentazione.

L’acqua svolge diverse funzioni tecnologiche e biochimiche, tra cui:

  • favorire la mobilità molecolare dei componenti dell’impasto

  • permettere lo sviluppo della rete glutinica attraverso l’idratazione delle proteine del glutine

  • facilitare l’attività degli enzimi presenti nella farina e prodotti dai microrganismi.

Un’adeguata disponibilità di acqua consente agli enzimi, come amilasi e proteasi, di agire più efficacemente su amidi e proteine, favorendo i processi di maturazione dell’impasto.

Gli impasti più idratati tendono quindi a presentare una maggiore attività enzimatica e una struttura più estensibile, permettendo una maturazione più efficace nel corso della fermentazione. Inoltre, una maggiore idratazione può favorire la formazione di una struttura più alveolata nel prodotto finale.

Al contrario, impasti con bassa idratazione risultano generalmente più compatti e limitano la mobilità delle molecole e l’attività enzimatica, riducendo in parte l’intensità dei processi di maturazione [5].

15. Differenza tra lievitazione e maturazione [4][5]

Grano monococco: perchè è cosi importante

by luciano

Riassunto delle principali caratteristiche del grano monococco che gli conferiscono grande potenzialità per essere utilizzato per la preparazione di prodotti da forno salati ma anche dolci per le persone che:
a – sono geneticamente predisposte per la celiachia (1) (2) (3) (4) (5),
b – debbono tenere sotto controllo l’indice glicemico (6),
c- sono sensibili al glutine non celiache, reintroducono il glutine dopo la sua esclusione (7),
d – hanno difficoltà con la digestione del glutine (8).
e – sono sensibili alle ATI -amylase trypsina inibitors-. (9)
Da sottolineare, anche, le elevate qualità nutrizionali del grano monococco (10) (11).
(1) ………..omissis. “Conclusions: Our data show that the monococcum lines Monlis and ID331 activate the CD T cell response and suggest that these lines are toxic for celiac patients. However, ID331 is likely to be less effective in inducing CD because of its inability to activate the innate immune pathways”. Immunogenicity of monococcum wheat in celiac patients. Carmen Gianfrani et altri. Am J Clin Nutr 2012;96:1339–45.

(2) ………omissis. “D’altra parte, tenuto conto che l’incidenza e la gravità della celiachia dipende dalla quantità e dalla nocività delle prolamine e che alcuni genotipi di grano monococco hanno una elevata qualità panificatoria accoppiata con assenza di citotossicità e ridotta immunogenicità, è atteso che l’uso delle farine di monococco nella dieta della popolazione generale, all’interno della quale si trova una elevata percentuale di individui predisposti geneticamente alla celiachia ma non ancora celiaci, possa contribuire a contenere la diffusione di questa forma di intolleranza alimentare. Ciò lascia pensare che il grano monococco, riportato recentemente in coltivazione in Italia dai ricercatori del Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura (CRA) di Roma e San Angelo Lodigiano, potrà svolgere un ruolo importante nella prevenzione della celiachia, sia direttamente sotto forma di pane e pasta sia indirettamente come specie modello per lo studio del ruolo dell’immunità innata nell’insorgenza della celiachia”. Le nuove frontiere delle tecnologie alimentari e la celiachia Norberto Pogna, Laura Gazza (2013).

(3)-Extensive in vitro gastrointestinal digestion markedly reduces the immune-toxicity of Triticum monococcum wheat: Implication for celiac disease
Carmen Gianfrani, Alessandra Camarca, Giuseppe Mazzarella, Luigia Di Stasio, Nicola Giardullo, Pasquale Ferranti, Gianluca Picariello, Vera Rotondi Aufiero, Stefania Picascia, Riccardo Troncone, Norberto Pogna, Salvatore Auricchio
and Gianfranco Mamone. Mol. Nutr. Food Res. 2015, 00, 1–11
Scope: The ancient diploid Triticum monococcum is of special interest as a candidate low-toxic wheat species for celiac disease patients. Here, we investigated how an in vitro gastro-intestinal digestion, affected the immune toxic properties of gliadin from diploid compared to hexaploid wheat.

Method and results: Gliadins from Triticum monococcum, and Triticum aestivum cultivars were digested using either a partial proteolysis with pepsin-chymotrypsin, or an extensive degradation that used gastrointestinal enzymes including the brush border membrane enzymes. The immune stimulatory properties of the digested samples were investigated on T-cell lines and jejunal biopsies from celiac disease patients. The T-cell response profile to the Triticum mono coccum gliadin was comparable to that obtained with Triticum aestivum gliadin after the partial pepsin-chymotrypsin digestion. In contrast, the extensive gastrointestinal hydrolysis drastically reduced the immune stimulatory properties of Triticum monococcum gliadin. MS-based analy- sis showed that several Triticum monococcum peptides, including known T-cell epitopes, were degraded during the gastrointestinal treatment, whereas many of Triticum aestivum gliadin survived the gastrointestinal digestion.
Conclusion: he pattern of Triticum monococcum gliadin proteins is sufficiently different from those of common hexaploid wheat to determine a lower toxicity in celiac disease patients following in vitro simulation of human digestion.

(4) …….omissis. “Abstract. A growing interest in developing new strategies for preventing coeliac disease has motivated efforts to identify cereals with null or reduced toxicity. In the current study, we investigate the biological effects of ID331 Triticum monococcum gliadin-derived peptides in human Caco-2 intestinal epithelial cells. Triticum aestivum gliadin derived peptides were employed as a positive control. The effects on epithelial permeability, zonulin release, viability, and cytoskeleton reorganization were investigated. Our findings confirmed that ID331 gliadin did not enhance permeability and did not induce zonulin release, cytotoxicity or cytoskeleton reorganization of Caco-2 cell monolayers. We also demonstrated that ID331 ω-gliadin and its derived peptide ω(105–123) exerted a protective action, mitigating the injury of Triticum aestivum gliadin on cell viability and cytoskeleton reorganization. These results may represent a new opportunity for the future development of innovative strategies to reduce gluten toxicity in the diet of patients with gluten intolerance”. Protective effects of ID331 Triticum monococcum gliadin on in vitro models of the intestinal epithelium. Giuseppe Jacomino et altri 2016.

(5)………omissis. “Scientific research has several times supported and encouraged the use of grains with low toxicity in the prevention of celiac disease; in the research we are now presenting, some grains have been studied highlighting their profile regarding both the presence of peptides resistant to gastro-intestinal digestion and, among these, those containing the “toxic” fraction (table 3) “ ….omissis Even if none of them can be considered safe for CD patients, grain with reduced amount of major T-cell stimulatory epitopes may help in the prevention of CD, since previous studies demonstrated that the amount and duration to gluten exposure are strictly linked to the initiation of this pathology.” (A Comprehensive Peptidomic Approach to Characterize the Protein Profile of Selected Durum Wheat Genotypes: Implication for Coeliac Disease and Wheat Allergy. Rosa Pilolli , Agata Gadaleta, Luigia Di Stasio , Antonella Lamonaca, Elisabetta De Angelis , Domenica Nigro , Maria De Angelis , Gianfranco Mamone and Linda Monac. Published: 1 October 2019).
(6) ….omissis. Non tutto l’amido è rapidamente idrolizzato durante la digestione, la frazione che resiste alla digestione e all’assorbimento nell’intestino tenue umano è definita “amido resistente” e ha effetti fisiologici comparabili a quelli della fibra alimentare. Il grano monoccoco però ha un basso contenuto (0,2%) in “amido resistente” se confrontato con il grano tenero(0,4- 0,8%) (Abdel-Aal et al. 2008).

(7) ….omissis. “Once the diagnosis of NCGS is reasonably reached, the management and follow-up of patients is completely obscure. A logical approach is to undertake a gluten-free dietary regimen for a limited period (e.g., six months), followed by the gradual reintroduction of gluten. During the gluten-free diet, the ingestion of prolamine peptide (gliadin)-derived from wheat, rye, barley, oats, bulgur, and hybrids of these cereal grains-should be avoided. Rice, corn, and potatoes have been the typical substitutes, but nowadays other different cereals and pseudocereals, such as amaranth, buckwheat, manioc, fonio, teff, millet, quinoa, and sorghum, can be used. After some period on a gluten-free diet, the reintroduction of gluten can start with cereals of low gluten content (e.g., oats). In addition, einkorn farro (Triticum monococcum) can be used, having no direct in vitro or ex vivo toxicity and low (7%) gluten content[41]”. (Non-celiac gluten sensitivity: Time for sifting the grain. Luca Elli, Leda Roncoroni, and Maria Teresa Bardella. Copyright ©The Author(s) 2015. Published by Baishideng Publishing Group Inc.