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★ Cibo non digerito, microbiota e infiammazione (articolo divulgativo)

by luciano

L’intestino: la centrale operativa dell’organismo

Ruolo della bocca

La digestione inizia nella bocca, dove avviene il primo livello di selezione e preparazione del cibo. Due funzioni sono particolarmente rilevanti.

La masticazione frammenta meccanicamente gli alimenti, aumentando la superficie di contatto e facilitando l’azione degli enzimi digestivi nelle fasi successive. Una masticazione lenta ed efficace non è un dettaglio secondario: determina la qualità del bolo alimentare che raggiungerà lo stomaco e condiziona l’efficienza dell’intero processo digestivo.

Parallelamente, la saliva avvia una prima trasformazione chimica. L’enzima ptialina (amilasi salivare) inizia la parziale idrolisi dei carboidrati complessi, scindendo l’amido in molecole più semplici. Anche se questa azione prosegue solo finché il pH rimane compatibile (prima dell’ambiente acido gastrico), rappresenta il primo passo verso la riduzione del cibo a componenti assorbibili.

La saliva svolge inoltre un ruolo protettivo: contiene immunoglobuline (come le IgA secretorie), enzimi antimicrobici e molecole ad azione tampone che contribuiscono a modulare la carica microbica ingerita. In questo senso, la bocca non è soltanto un “trituratore”, ma il primo filtro biologico che inizia a orientare l’interazione tra alimento, microbiota e sistema immunitario. La bocca ospita un microbiota orale. Se c’è disbiosi orale, parodontite, infezioni croniche alcuni batteri possono essere deglutiti, modificare il microbiota intestinale, influenzare l’infiammazione sistemica.

Un’infiammazione cronica orale può contribuire a:

  • Attivazione del sistema immunitario

  • Produzione di citochine

  • Alterazione delle tight junction intestinali

E questo può contribuire alla cosiddetta: iperpermeabilità intestinale.

Il filtro dello stomaco

Prima che l’intestino entri in gioco, il primo grande “laboratorio chimico” è lo stomaco. Qui l’acido cloridrico denatura le proteine e attiva la pepsina, iniziando la loro frammentazione in peptidi più piccoli. Questo passaggio non serve solo alla digestione: rappresenta anche una prima forma di selezione biologica. Un ambiente acido efficiente riduce la carica microbica ingerita e limita la quantità di frammenti proteici complessi che raggiungono l’intestino tenue.

L’intestino come sistema regolatore

Quando la funzione gastrica è ridotta — per esempio in presenza di ipocloridria, uso cronico di farmaci antiacidi o alterazioni della motilità — il tenue può ricevere una quota maggiore di materiale solo parzialmente digerito. Non è automaticamente una condizione patologica, ma può modificare l’interazione tra contenuto luminale, microbiota e sistema immunitario.

La digestione, oltre alla sua funzione nutritiva, agisce come un vero filtro biologico: decide che cosa può entrare nel corpo e che cosa deve restare nel lume intestinale fino all’eliminazione. Quando questo filtro—la barriera intestinale—perde efficienza, frammenti di cibo non completamente digerito e componenti microbiche possono oltrepassare il confine previsto e contribuire ad attivare risposte immunitarie e infiammatorie che, in alcuni casi, non restano confinate all’intestino.¹

L’ipotesi generale è chiara: prima della digestione completa, il cibo è materiale “non-self” (estraneo). Solo quando viene ridotto a molecole semplici (amminoacidi, monosaccaridi, acidi grassi) può essere assorbito in modo fisiologico e integrato nel metabolismo. Se invece attraversano la barriera peptidi o frammenti parzialmente digeriti, aumenta la probabilità di una risposta immunitaria indesiderata.¹

Un confine dinamico, non un “muro”: come funziona la barriera intestinale

La barriera intestinale è fatta di più livelli: muco, cellule epiteliali, e comparto vascolare sottostante. Ma il punto più delicato è nella “chiusura lampo” tra le cellule epiteliali: le giunzioni strette (tight junctions), proteine come claudine e occludina che regolano la permeabilità tra una cellula e l’altra. Queste strutture non sono fisse: si aprono o si chiudono in risposta a segnali nutrizionali, microbici e immunitari.²

Tra i regolatori più discussi c’è la zonulina*, associata alla modulazione delle tight junctions e quindi alla permeabilità.²

Perché la permeabilità conta: l’infiammazione può partire dall’intestino

Quando la barriera è compromessa, possono aumentare i passaggi (diretti o indiretti) di:

  • componenti microbiche (es. lipopolisaccaride/LPS),

  • frammenti alimentari parzialmente digeriti,

  • mediatori immunitari prodotti localmente.

Questo può favorire una condizione descritta come infiammazione cronica di basso grado, con effetti potenzialmente sistemici.¹

È fondamentale però distinguere tra:

  • meccanismi biologici plausibili e documentati, e

  • prove cliniche definitive (cioè dimostrazioni causali robuste nell’uomo, in popolazioni ampie e ben controllate).

Su molti passaggi della “catena” (dieta → microbiota → permeabilità → malattia) le evidenze nell’uomo restano spesso associative e influenzate da fattori confondenti (genetica, farmaci, stress, infezioni, età, comorbidità).¹

Glutine, gliadina e zonulina*

Nel caso del glutine, la letteratura mostra che la gliadina (una frazione del glutine) può attivare vie biologiche collegate alla zonulina e a cambiamenti della permeabilità, con evidenze particolarmente convincenti nel contesto della celiachia e, in modo più variabile, in sottogruppi di persone con sensibilità al glutine non celiaca.⁴⁵ Non è, invece, dimostrato in modo definitivo che il glutine aumenti la permeabilità in modo clinicamente rilevante in tutti i soggetti sani.

Infine va evidenziato che la misurazione della “zonulina” non è sempre lineare: alcuni lavori hanno mostrato che diversi kit ELISA commerciali utilizzati per misurarla possono riconoscere altre proteine, rendendo quel dato un biomarcatore da interpretare con cautela.⁶³ Oltre alla zonulina, la ricerca utilizza diversi marcatori indiretti di permeabilità intestinale — tra cui il test lattulosio/mannitolo, LPS, LBP e calprotectina fecale — ma nessuno di essi, isolatamente, rappresenta un indicatore definitivo. La valutazione rimane complessa e integrata.”

Alcol: l’effetto intestinale oltre il fegato

L’assunzione cronica di alcol è associata a disbiosi e alterazioni della barriera. In modelli sperimentali emergono meccanismi che includono la riduzione di difese antimicrobiche intestinali (come lectine della famiglia REG3) e un aumento della probabilità di traslocazione batterica, con conseguente attivazione infiammatoria.⁷

Additivi e ultra-processati

Alcuni additivi presenti negli alimenti ultra-processati (per esempio certi emulsionanti) hanno mostrato in modelli animali la capacità di alterare il microbiota, ridurre la protezione del muco e favorire segnali di infiammazione/metabolismo alterato.⁸

Anche alcuni dolcificanti non calorici sono stati collegati, in studi molto citati, a modifiche del microbiota e a variazioni metaboliche in modelli sperimentali. Tuttavia, pur esistendo dati rilevanti che giustificano attenzione verso l’eccesso di ultra-processati, non vi sono evidenze che l’effetto sia certo e uguale per tutti.⁸⁹

Disbiosi, LPS e immunità: il ruolo del microbiota come “interruttore” infiammatorio

La disbiosi viene spesso descritta come:

  • riduzione della biodiversità microbica,

  • alterazioni funzionali (es. produzione di SCFA come il butirrato),

  • aumento di segnali pro-infiammatori (tra cui LPS) e cambiamenti dell’equilibrio immunitario.

In questo scenario, il passaggio di LPS nel sangue (endotossiemia metabolica) è una delle ipotesi che collegano intestino e infiammazione sistemica.¹

Allo stesso tempo, la relazione è bidirezionale: la malattia può modificare il microbiota tanto quanto il microbiota può influenzare la malattia.¹

Dalla pancia al cervello: asse intestino–cervello e barriera emato-encefalica

L’idea che infiammazione intestinale e disbiosi possano “parlare” al sistema nervoso è oggi ben presente nella ricerca. Una delle ipotesi discusse è che l’infiammazione sistemica cronica e la produzione di anticorpi contro antigeni alimentari (con possibili fenomeni di mimetismo molecolare) possano contribuire a stressare anche la barriera emato-encefalica, che condivide l’uso di tight junctions come sistema di sigillo.¹

Qui la prudenza è obbligatoria: la letteratura contiene numerosi lavori meccanicistici e osservazionali, ma nei soggetti sani non esistono prove cliniche definitive che colleghino in modo diretto e causale glutine/permeabilità intestinale a rottura della barriera emato-encefalica e neurodegenerazione.¹

In sintesi il quadro che emerge è questo:

  • L’intestino non è solo digestione: è un organo immunologico e di barriera.¹²

  • Dieta e stile di vita possono spostare l’equilibrio del microbiota verso eubiosi o disbiosi, con possibili effetti su infiammazione e permeabilità.¹

  • Alcuni trigger (glutine nella celiachia, alcol cronico, diete ricche di ultra-processati) hanno basi biologiche e dati consistenti in specifici contesti.⁴⁵⁷⁸

  • La parte più delicata della divulgazione riguarda la misura e l’interpretazione: biomarcatori come la “zonulina” non sono sempre affidabili in modo diretto e universale, e molte associazioni nell’uomo non equivalgono a causalità.³⁶

Nota finale conclusiva

Le evidenze scientifiche attuali indicano che l’intestino non è soltanto un organo digestivo, ma un centro regolatore cruciale dell’equilibrio immunitario, metabolico e neurobiologico. Attraverso il microbiota e la barriera mucosale, esso dialoga costantemente con il sistema immunitario e con il sistema nervoso centrale, configurando il cosiddetto asse intestino–sistema immunitario–cervello. Quando questo asse è in equilibrio, contribuisce alla regolazione della tolleranza immunitaria e al mantenimento dell’omeostasi infiammatoria. Quando invece si altera — per disbiosi, aumento della permeabilità intestinale o stimoli alimentari pro-infiammatori — può instaurarsi uno stato di attivazione immunitaria cronica di basso grado che, nel tempo, si riflette non solo sul metabolismo ma anche sulla funzione neurologica. In questo contesto, l’alimentazione assume un ruolo centrale. Non è un fattore neutro. Può sostenere la resilienza dell’asse intestino–immunità–cervello oppure contribuire alla sua destabilizzazione, soprattutto nei soggetti con predisposizioni genetiche, fragilità metaboliche, patologie infiammatorie o condizioni di salute già compromesse.

In un soggetto realmente “sano”, il sistema immunitario e gli organi deputati alla regolazione dell’omeostasi sono fisiologicamente in grado di mantenere lo stato di salute e di difendere l’organismo dagli agenti esterni, inclusi quelli alimentari. Questo equilibrio dipende dalla capacità dell’organismo di modulare le risposte infiammatorie, preservare l’integrità della barriera intestinale e mantenere una corretta comunicazione tra intestino, sistema immunitario e sistema nervoso. Tuttavia, nei soggetti con predisposizioni genetiche, vulnerabilità immunologiche o condizioni cliniche già presenti — anche se non sempre clinicamente manifeste — un criterio di prudenza nutrizionale non rappresenta un eccesso di cautela, bensì un atto di responsabilità preventiva. In questi casi, l’alimentazione può contribuire a modulare positivamente o negativamente l’equilibrio infiammatorio e immunitario.

La qualità dell’alimentazione quotidiana, infatti, non influisce esclusivamente sull’intestino: incide sul tono immunitario, sul livello di infiammazione cronica di basso grado e, indirettamente, anche sulla salute cerebrale attraverso i complessi meccanismi dell’asse intestino–cervello. Prendersi cura dell’intestino significa, in larga misura, prendersi cura dell’intero organismo. È necessario, infine, precisare che per “soggetto sano” non si intende semplicemente un individuo privo di malattie clinicamente manifeste, ma una persona senza patologie in atto e senza uno stato di infiammazione cronica di basso grado. Questa distinzione è fondamentale, poiché nella pratica clinica il termine “sano” vie

Richiami:

*La zonulina La zonulina è una proteina prodotta dalla mucosa intestinale che modula le “giunzioni strette” (tight junctions) tra gli enterociti, contribuendo alla regolazione della permeabilità intestinale. Un aumento dei suoi livelli — rilevabile nel sangue o nelle feci — è stato associato a una possibile alterazione della barriera intestinale (“leaky gut”).

Bibliografia

  1. Undigested Food and Gut Microbiota May Cooperate in the Pathogenesis of Neuroinflammatory Diseases: A Matter of Barriers and a Proposal on the Origin of Organ Specificity — 2019, Riccio P.; Rossano R.

  2. Intestinal permeability and its regulation by zonulin: diagnostic and therapeutic implications — 2012, Fasano A.

  3. Blurring the picture in leaky gut research: how shortcomings of zonulin as a biomarker mislead the field of intestinal permeability — 2021, Massier L.; Chakaroun R.; Kovacs P.; Heiker J.T.

  4. Gliadin, zonulin and gut permeability: effects on celiac and non-celiac intestinal mucosa and intestinal cell lines — 2006, Drago S. et al.

  5. Gliadin induces an increase in intestinal permeability and zonulin release by binding to the chemokine receptor CXCR3 — 2008, Lammers K.M. et al.

  6. Widely Used Commercial ELISA Does Not Detect Precursor of Haptoglobin2, but Recognizes Properdin as a Potential Second Member of the Zonulin Family — 2019, Ajamian M. et al.

  7. Intestinal REG3 Lectins Protect against Alcoholic Steatohepatitis by Reducing Mucosa-Associated Microbiota and Preventing Bacterial Translocation — 2016, Wang L. et al.

  8. Dietary emulsifiers impact the mouse gut microbiota promoting colitis and metabolic syndrome — 2015, Chassaing B. et al.

  9. Artificial sweeteners induce glucose intolerance by altering the gut microbiota — 2014, Suez J. et al.

Infiammazione cronica di basso grado (infiammazione silente)

by luciano

Vedi anche: Approccio integrato alla riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado

In evidenza – Perché è un tema centrale

Sebbene l’aumento intermittente dell’infiammazione sia fondamentale per la sopravvivenza durante lesioni fisiche e infezioni, recenti ricerche hanno rivelato che alcuni fattori sociali, ambientali e legati allo stile di vita possono favorire l’infiammazione cronica sistemica (SCI) che, a sua volta, può portare a diverse patologie che, nel loro insieme, rappresentano le principali cause di disabilità e mortalità in tutto il mondo, come malattie cardiovascolari, cancro, diabete mellito, malattia renale cronica, steatosi epatica non alcolica e malattie autoimmuni e neurodegenerative.

Riferimenti
Furman et al., Science, 2019
Calder et al., Nutrients, 2017

Che cos’è l’infiammazione

L’infiammazione è una componente centrale dell’immunità innata (aspecifica). In termini generici, l’infiammazione è una risposta locale al danno cellulare caratterizzata da aumento del flusso sanguigno, dilatazione capillare, infiltrazione leucocitaria e produzione localizzata di una serie di mediatori chimici, che contribuiscono all’eliminazione degli agenti tossici e alla riparazione dei tessuti danneggiati. È ormai chiaro che la cessazione (in alternativa nota come risoluzione) dell’infiammazione è un processo attivo che coinvolge citochine e altri mediatori antinfiammatori, in particolare lipidi, piuttosto che una semplice interruzione delle vie pro-infiammatorie. L’infiammazione agisce sia come “amica che come nemica”: è una componente essenziale dell’immunosorveglianza e della difesa dell’ospite, tuttavia uno stato infiammatorio persistente nel tempo è una caratteristica patologica di un’ampia gamma di condizioni croniche.

Riferimenti
Medzhitov, Nature, 2008
Serhan et al., Nature, 2007

Infiammazione acuta

L’infiammazione acuta è la risposta rapida e a breve termine dell’organismo a lesioni o infezioni, caratterizzata da arrossamento, gonfiore, calore e dolore. È un processo benefico che aiuta a proteggere dai patogeni e ad avviare la riparazione dei tessuti. Sebbene possa durare da poche ore a qualche giorno, è diversa dall’infiammazione cronica, che persiste per periodi più lunghi e può essere dannosa. (nota personale: I classici segni di un’infiammazione acuta – calore, arrossamento, gonfiore, dolore – indicano che il corpo sta combattendo e guarendo).

Riferimenti
Abbas et al., Cellular and Molecular Immunology
Serhan et al., Nature, 2007

Infiammazione cronica di basso grado

L’infiammazione di basso grado, o “silente”, è una risposta immunitaria cronica, non infettiva e di bassa intensità che persiste per mesi o anni. È spesso innescata da obesità, stress metabolico e una cattiva alimentazione, che include non solo la scelta di cibi poco sani, ma anche processi digestivi incompleti e squilibri del microbiota.

Questa condizione è caratterizzata da marcatori ematici leggermente elevati, ma spesso tecnicamente entro i limiti di normalità (come la PCR), rendendo la diagnosi clinica estremamente complessa. Agisce come un “killer silenzioso”, fungendo da precursore per patologie gravi come il diabete, le malattie cardiache e il dolore cronico.

Gli aspetti chiave dell’infiammazione di basso grado includono:

Cause multifattoriali: Oltre alla mancanza di attività fisica e ai fattori ambientali, giocano un ruolo cruciale i disturbi metabolici e le alterazioni della barriera intestinale. Quando il cibo non viene digerito correttamente, può innescare una reazione immunitaria persistente che alimenta lo stato infiammatorio.

Impatto sistemico: Questo stato cronico causa danni tissutali lievi ma continui, collegati direttamente a malattie come l’Alzheimer, il diabete di tipo 2, le patologie cardiovascolari e alcune forme di cancro.

Come diagnosticarla:

A. prima fase: Poiché gli esami standard non rilevano anomalie acute, la diagnosi deve basarsi sull’analisi di sintomi persistenti quali affaticamento ingiustificato, dolore cronico e alterazioni cognitive (nebbia cognitiva).

B. seconda fase: esame del sangue PCR ad alta sensibilità (hs-CRP). A differenza della PCR standard, la PCR ad alta sensibilità (hs-CRP) è in grado di misurare valori inferiori a 0.3 mg/dL, permettendo di vedere proprio quelle oscillazioni minime che altrimenti resterebbero invisibili.

C. terza fase: Interlukina IL-6. E’ un esame specialistico. Nella maggior parte dei laboratori, l’IL-6 è considerato “normale” fino a circa 5-10 pg/mL.

  • In un’infezione acuta, l’IL-6 schizza a 100 o 1000 pg/mL.

  • Nell’infiammazione di basso grado, l’IL-6 sale magari da 1 a 3 pg/mL.
    Sebbene sia triplicata (e quindi indichi un problema), il risultato del laboratorio dirà comunque “Sotto il limite: NORMALE”. Ecco perché è un marcatore “sfuggente” per il medico di base, ma un “biomarcatore avanzato” per lo specialista che sa leggere le variazioni minime. Lo specialista spesso valuta l’IL-6 insieme al Rapporto Neutrofili/Linfociti (NLR), un calcolo semplice dall’emocromo che conferma se il sistema immunitario è in uno stato di allerta cronica.

Riferimenti

Minihane et al. British Journal of Nutrition (2015), 114, 999–1012 doi:10.1017/S0007114515002093 q ILSI Europe 2015”.

Review Article Low-grade inflammation, diet composition and health: current research evidence and its translation. Anne M. Minihane, Sophie Vinoyet et al.

Hotamisligil, Nature, 2006

Pearson et al., Circulation, 2003
Lucius, Integrative and Complementary Therapies, 2023

Infiammazione cronica di basso grado e infiammazione sistemica

Quando lo stato infiammatorio coinvolge simultaneamente più distretti dell’organismo si parla di infiammazione sistemica. Tale condizione può derivare sia dalla generalizzazione di un processo infiammatorio acuto, sia dalla progressiva estensione di uno stato infiammatorio cronico di basso grado inizialmente localizzato. L’intestino rappresenta uno dei principali siti di origine, grazie alla sua estesa superficie, all’intensa attività immunitaria e all’interazione con il microbiota. Tuttavia, il processo interessa numerosi organi e tessuti (vedi approfondimento A).

Riferimenti
Furman et al., Science, 2019
Franceschi et al., Cell, 2018

Diffusione globale

Le malattie croniche associate all’infiammazione rappresentano la principale causa di mortalità mondiale. Si stima che circa 3 persone su 5 nel mondo muoiano per patologie legate a processi infiammatori cronici.

Chronic inflammatory diseases are the most significant cause of death in the world. The World Health Organization (WHO) ranks chronic diseases as the greatest threat to human health. The prevalence of diseases associated with chronic inflammation is anticipated to increase persistently for the next 30 years in the United States. in 2000, nearly 125 million Americans were living with chronic conditions and 61 million (21%) had more than one. In recent estimates by Rand Corporation, in 2014 nearly 60% of Americans had at least one chronic condition, 42% had more than one and 12% of adults had 5 or more chronic conditions. Worldwide, 3 of 5 people die due to chronic inflammatory diseases like stroke, chronic respiratory diseases, heart disorders, cancer, obesity, and diabetes. 2022”.

Riferimenti
Furman et al., Science, 2019

Cause e fattori scatenanti principali

  • Disbiosi intestinale: Alterazione della flora batterica intestinale, che può essere causata da dieta squilibrata, uso eccessivo di antibiotici o altre sostanze tossiche.

  • Dieta scorretta: Consumo eccessivo di cibi processati, ricchi di zuccheri raffinati e grassi saturi, che possono favorire l’infiammazione.

  • Stress: Lo stress cronico può influenzare negativamente il sistema immunitario e aumentare la suscettibilità all’infiammazione.

  • Inquinamento ambientale e tossine: Esposizione a sostanze chimiche presenti nell’ambiente o nei cibi può contribuire allo stress ossidativo e all’infiammazione.

    Fumo e alcol: Questi fattori possono aggravare lo stress ossidativo e danneggiare le cellule, favorendo l’infiammazione.

Riferimenti
Cani et al., Diabetes, 2007
Tilg & Moschen, Gut, 2014

Egger & Dixon, AJPM, 2014
Slavich & Irwin, Psychological Bulletin, 2014

Sintomi comuni

  • Disturbi digestivi: Gonfiore, crampi addominali, diarrea o stipsi, che possono variare in intensità e frequenza.

  • Affaticamento persistente: Stanchezza cronica, mancanza di energia e difficoltà di concentrazione.

  • Dolori articolari: Dolori muscolari e articolari diffusi.

  • Alterazioni della pelle: Eruzioni cutanee, eczemi o altre manifestazioni cutanee.

  • Problemi del sonno: Difficoltà ad addormentarsi o a mantenere un sonno profondo.

  • Manifestazioni cutanee

Riferimenti
Dantzer et al., Brain Behav Immun, 2008
Miller et al., Biol Psychiatry, 2009

Conseguenze a lungo termine

Se non trattata, l’infiammazione intestinale di basso grado può contribuire allo sviluppo di malattie croniche come:

Malattie cardiovascolari: Aumento del rischio di infarto, ictus e altre patologie cardiovascolari. Diabete di tipo 2: Maggiore probabilità di sviluppare resistenza all’insulina e diabete.

Malattie autoimmuni: Maggiore suscettibilità a malattie come artrite reumatoide, lupus, ecc. Patologie neurodegenerative: Rischio aumentato di sviluppare malattie come Alzheimer o Parkinson.

Alcuni tipi di cancro: Aumento del rischio di sviluppare alcuni tipi di tumore.

Misure generali che possono aiutare a ridurre l’infiammazione includono:

Seguire una dieta equilibrata: Ricca di fibre, frutta, verdura e alimenti integrali, con un basso indice glicemico.

Ridurre il consumo di cibi processati, zuccheri raffinati e grassi saturi .

Gestire lo stress: Attraverso tecniche di rilassamento, meditazione, yoga o altre attività che aiutano a ridurre lo stress.

Mantenere un peso sano: L’obesità e il sovrappeso possono aumentare l’infiammazione.

Limitare il consumo di alcol e smettere di fumare .

Integrare con probiotici: Possono aiutare a ripristinare l’equilibrio della flora batterica intestinale.

Riferimenti
Estruch et al., NEJM, 2018

Calder et al., Br J Nutr, 2011

Nota:

L’infiammazione cronica di basso grado (o “silente”) è un fattore chiave nello sviluppo e nella progressione delle malattie cardiovascolari, inclusa l’aterosclerosi, l’ipertensione e l’infarto. Questo processo, spesso asintomatico, provoca una disfunzione endoteliale, stimola la formazione e la rottura di placche aterosclerotiche e può causare sindromi coronariche acute

Riferimenti
Ridker et al., NEJM, 2017
Libby, Nature, 2002

Casi paradigmatici

Obesità. L’obesità, soprattutto quella viscerale, è accompagnata da uno stato infiammatorio cronico di basso grado. Il tessuto adiposo in eccesso secerne citochine pro-infiammatorie (come TNF-α e IL-6) che contribuiscono allo sviluppo di insulino-resistenza. Non a caso nei pazienti obesi si riscontrano spesso livelli elevati di proteina C-reattiva (marker di infiammazione sistemica) e un maggior rischio di diabete di tipo 2. Intervenire sullo stile di vita per ridurre il peso (dieta equilibrata e esercizio) aiuta a “raffreddare” questa infiammazione metabolica, migliorando anche i parametri clinici.

La sindrome metabolica è strettamente legata a uno stato di infiammazione cronica di basso grado (o “silente”), in cui il grasso viscerale in eccesso agisce come organo endocrino, secernendo citochine pro-infiammatorie (come IL−6 e TNF−α ). Questo processo persistente, spesso definito “meta-infiammazione”, promuove l’insulino-resistenza, disfunzioni vascolari e il rischio di diabete e malattie cardiovascolari. Artrite reumatoide (malattia autoimmune)

Riferimenti
Wellen & Hotamisligil, J Clin Invest, 2003
Shoelson et al., J Clin Invest, 2006

Artrite reumatoide

L’artrite reumatoide (AR) è una malattia infiammatoria cronica autoimmune che colpisce principalmente le articolazioni, provocando dolore, gonfiore e rigidità simmetrica, spesso con esordio tra i 40-60 anni. Il sistema immunitario attacca erroneamente i tessuti sani, creando un’infiammazione cronica di basso grado che, se non trattata, porta a deformità e danni articolari progressivi Biomarcatori I marcatori per l’infiammazione di basso grado più comunemente utilizzati includono la proteina C-reattiva (PCR), l’interleuchina-6 (IL-6), il fibrinogeno, e le specie reattive dell’ossigeno (ROS). Questi marcatori possono essere misurati attraverso esami del sangue e indicano uno stato infiammatorio cronico che può essere associato a diverse condizioni di salute .

Riferimenti
McInnes & Schett, NEJM, 2011
Smolen et al., Lancet, 2016